Immigrazione: tolleranza zero, diritti zero

Articolo pubblicato il 19 aprile 2004
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Articolo pubblicato il 19 aprile 2004

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Oggi immigrato significa criminale, se non addirittura terrorista. A scapito dei diritti fondamentali della persona umana. Ma la tolleranza zero si rivelerà inefficace.

Nel momento in cui i paesi dell’Unione Europea sperimentano la loro vulnerabilità di fronte alla minaccia terrorista, riemerge la questione della permeabilità delle frontiere in uno spazio di libera circolazione. Il risultato? La domanda di sicurezza aumenta vertiginosamente da parte di un’opinione pubblica sempre più diffidente nei confronti dello straniero. Ma cosa implica questa “svolta sicuritaria” dal punto di vista delle libertà individuali? Raggiunge i suoi obiettivi? O segna il ritorno ad una xenofobia istituzionalizzata?

L’immigrato-criminale

All’origine di questo inasprimento delle disposizioni legislative riguardanti gli immigrati, c’è un luogo comune duro a morire: quello dell’“immigrato criminale”. La costruzione di questo “nemico sociale” – legata all’indebolimento economico e sociale dei paesi occidentali nel corso degli anni ’90 – si è sviluppata sulla scorta dei discorsi di uomini politici e media che hanno cavalcato l’onda delle difficoltà economiche, del senso d’insicurezza e dello sfaldamento della coesione sociale. Lo straniero viene fatto rientrare sia nella categoria dei parassiti che approfittano del sistema di protezione sociale, che in quella dei trafficanti mafiosi. E oggi, nella categoria di coloro che piazzano le bombe, i peggior nemici dell’Occidente.

Rafforzata dalla confusione generalizzata tra i diversi tipi di immigrati (legali, clandestini, di seconda generazione, rifugiati), questa concezione si affida a prove statistiche che stabiliscono senza discernimento un legame tra crimine ed immigrazione (1).

Europeizzazione del controllo

La legislazione riguardante gli stranieri porta i segni di questa confusione. L’europeizzazione delle politiche di lotta all’immigrazione clandestina non ha fatto che aumentare la visibilità di questo “pericolo”. I dirigenti europei, percependo l’immigrazione come un problema di sicurezza interna (2), hanno adottato degli strumenti che tendono di fatto a trasformare l’UE in una fortezza. La libera circolazione ha costretto i governi a rafforzare i controlli sulle persone alle frontiere esterne: irrigidimento delle politiche di rilascio dei visti, sanzioni nei confronti dei trasportatori, cooperazione con i paesi terzi, aumento dei controlli d’identità. Con l’allargamento, sono ormai i nuovi paesi entranti ad essere i guardiani del “muro”. Essi non entreranno nello spazio Schengen se non si mostreranno all’altezza. L’angoscia dei paesi membri vi si è dunque trasferita, spingendoli a costruire delle zone-tampone col compito di respingere verso le loro frontiere gli indesiderati venuti dall’Est.

I centri di detenzione? Pullulano

Conseguenza di questa messa a fuoco, le pratiche autoritarie, come l’allontanamento via charter o la detenzione in zone d’attesa o all’interno di centri chiusi, sembrano legittime. Il loro obiettivo? Assicurarsi che i clandestini siano allontanati, quanto prima, dal nostro territorio. È dietro questa volontà di chiusura che si ritrova la nozione d’immigrato criminale o di parassita.

Centri o campi di detenzione fioriscono dunque in Europa (3) con lo scopo di raggruppare due tipi di immigrati: quanti restano in attesa dell’esame della loro richiesta d’ammissione e fanno oggetto del lavoro dei servizi di polizia che si adoperano per rintracciare il loro percorso allo scopo di rimandarli da dove sono venuti; e quanti invece sono già sul punto di essere allontanati, perché sottoposti ad ordinanza di riconduzione alla frontiera o ad ordinanza d’espulsione. In alcuni paesi (Germania, Inghilterra), sono gli stabilimenti penitenziari ordinari a svolgere questa funzione: la detenzione vi si effettua nelle medesime condizioni previste per l’imprigionamento.

La durata di detenzione è definita dal diritto. Tuttavia la pratica e le condizioni di vita riflettono una realtà molto lontana dalle garanzie procedurali e dall’assistenza umanitaria che dovrebbero essere accordate agli stranieri (4). Espulsioni e detenzioni si svolgono in generale seguendo un’indeterminatezza giuridica che traduce l’incapacità degli Stati a condurre una politica di lotta contro l’immigrazione clandestina rispettosa dei diritti fondamentali.

E i diritti fondamentali?

Tolleranza zero per l’immigrazione clandestina, ma, al tempo stesso, misure più accoglienti e più favorevoli per gli immigrati legali: l’UE desidera aprire i canali dell’immigrazione a coloro che, provenienti dai paesi terzi, si trasferiscono per motivi di lavoro o di studio.

Ma resta drammaticamente assente la protezione dei diritti fondamentali della persona. Ad essa viene fatto appena un richiamo da parte del Consiglio d’Europa: “All’arrivo alla frontiera (…) ognuno ha il diritto di non essere considerato subito come un delinquente o un truffatore. (…) Ogni persona il cui diritto d’ingresso viene messo in discussione, deve essere ascoltata, (…) Ogni espulsione per direttissima è inammissibile (…)”. Inoltre i dispositivi legislativi d’inquadramento della detenzione degli immigrati illegali sono piuttosto complessi, a fortori per gli stranieri, rendendo difficile l’esercizio dei loro diritti senza assistenza.

L’approccio relativo alla pubblica sicurezza non sembra tuttavia turbarsi per il mancato rispetto dei diritti fondamentali, in nome dell’efficacia della lotta contro gli stranieri indesiderabili, sempre sospettati delle peggiori intenzioni criminali, se non addirittura terroriste.

Numerosi studi e lavori di ricerca si adoperano ciononostante per sfaldare il legame ritenuto evidente tra immigrazione e crimine: non soltanto un tale presupposto attenterebbe al diritto della persona, ma allo stesso tempo scalzerebbe l’efficacia della vera lotta contro il crimine organizzato e il terrorismo. Ma poiché la paura dell’immigrato costituisce l’anima del commercio per i media e per un certo numero di correnti politiche, solo un evidente fallimento delle politiche di sicurezza ridarà voce in capitolo a coloro che la denunciano e che militano in favore di un maggiore rispetto per i progetti che si concentrano sul rispetto dei diritti umani.