Immigrazione: l'Europa riuscirà a rialzarsi?

Articolo pubblicato il 12 giugno 2015
Articolo pubblicato il 12 giugno 2015

A metà aprile tutta l'Europa si era commossa davanti al naufragio di imbarcazioni di fortuna nel Mediterraneo, con 400 e 700 morti di seguito in una settimana. Lo sguardo allora si era rivolto verso l'Unione Europea, costretta ad agire. Qual è oggi la situazione?

Serviva un totale di circa 22.500 morti nel Mediterraneo in 15 anni perché i dirigenti europei si mettessero finalmente seduti intorno a un tavolo. Al Consiglio europeo si sono susseguiti i minuti di silenzio e gli italiani, i primi a essere toccati da questa immane tragedia, hanno gridato ancora una volta il loro sconcerto di fronte alla mancanza di solidarietà dei loro partner. Ovviamente, tutti gli sguardi si sono rivolti verso l'Unione Europea. 

In risposta agli appelli d'aiuto, gli italiani hanno sentito solo capi di Stato e di governo europei incolpare "lo spauracchio di Bruxelles", criticando l'Europa, dove in realtà sono al comando, di non avere delle politiche di immigrazione comuni. Di chi è la colpa? Di coloro che si ritrovano di fronte ai risultati di anni caratterizzati dall'assenza di coraggio politico, cha ha condotto alla duplice assenza di politiche di immigrazione comuni e di relazioni estere. 

Al termine del Consiglio europeo, è stato stabilito che il budget di Triton sarà triplicato, riportandolo in pratica all'equivalente del budget della defunta operazione militare di soccorso italiana Mare Nostrum. Da parte loro, Francia e Regno Unito hanno proposto di inviare una risoluzione all'ONU per poter distruggere le imbarcazioni dei trafficanti e intervenire lungo le coste libanesi.

Al Parlamento europeo, oltre alla generale emozione percepibile nelle dichiarazioni di tutti i gruppi, ognuno ha proposto modi per fermare la crisi mediterranea. L'ALDE (Alleanza dei liberali e democratici per l'Europa) e i Socialisti e Democratici, così come i Verdi, hanno difeso l'utilizzo di operazioni di grande portata per salvare i migranti in difficoltà e la creazione di canali legali per accoglierli in Europa. Per la Sinistra unitaria europea, gli eletti hanno chiesto ai dirigenti europei di dare prova di un maggior coraggio, affinché nessuno debba più morire in mare, per accogliere i rifugiati sul territorio Europeo. La destra europea (Partito popolare europeo) ha invece ricordato la necessità di combattere il giro dei trafficanti, di smantellare la rete e affondare le imbarcazioni (i problemi devono essere regolati sul posto).

Alla fine è stata Commissione a proporre una soluzione. Jean-Claude Juncker doveva provare che la solidarietà europea può resistere alla sfida migratoria che sta dividendo gli Stati membri, proponendo delle quote nazionali per l'accoglienza dei migranti. Nessuna sorpresa: gli Stati hanno espresso il loro disaccordo per la proposta. Il primo ministro francese Manuel Valls,  dopo aver dichiarato «sono contro le quote», è stato inoltre accusato di aver ceduto alla paura di un'avanzata dell'estrema destra.

Meno sorprendente il presidente ungherese Viktor Orbán («il dittatore», secondo le parole di Juncker), quando in una dichiarazione pubblica si è dichiarato totalmente contrario all'idea delle quote che obbligano gli Stati membri a accogliere i migranti e costituiscono una «nuova minaccia per l'Ungheria» che deve «difendersi contro l'immigrazione illegale».

Solo il Regno Unito, l'Irlanda e la Danimarca, non facendo parte dell'area Schengen, non hanno dovuto giustificare la loro diffidenza nei confronti delle politiche di accoglienza. 

La Commissione europea, nonostante le numerose reticenze, non si è tirata indietro e ha esposto i dettagli della ripartizione dei migranti. L'accoglienza si farà secondo tre criteri: il tasso di disoccupazione, il PIL e la popolazione dei Paesi membri. Secondo questi criteri sarebbero Germania, Francia e Spagna ad accogliere il maggior numero di rifugiati (rispettivamente 8.763, 6.752 e 4.288 persone).

La Commissione ha avuto successo, poiché le proteste degli Stati membri si sono placate (salvo per l'Ungheria) e riguardano ormai solo i criteri di calcolo della ripartizione. Francia e Germania hanno ricordato, ad esempio, che esse avevano già fatto un grande sforzo accogliendo rispettivamente  9.000 e 12.000 persone. I due Paesi insistono perché questo sia preso in considerazione nel calcolo.

Bisogna inoltre ricordare che il piano di Juncker non riguarda i 40.000 migranti di nazionalità siriana o eritrea già identificati sul suolo europeo, la maggior parte in Italia e Grecia. La Commissione ha inoltre previsto un aiuto finanziario specifico per aiutare gli Stati membri a «integrare i rifugiati». I governi sono quindi obbligati a rispettare il principio di libera circolazione che si applica in questo caso. Tuttavia, non hanno alcun obbligo di accogliere migranti non ancora presenti sul territorio dell'Unione. Questa decisone dipende da azioni volontarie.

In situazione di crisi, la Commissione ha dimostrato di poter essere ambiziosa, facendo cadere le maschere e mettendo gli Stati membri di fronte all'opinione pubblica e alle loro responsabilità. Lo status quo degli Stati, che accusavano Bruxelles di tutti i mali, è stato finalmente abolito. Non ci resta che gioire e sperare che in futuro la Commissione si assuma prima le proprie responsabilità, come sembra che voglia fare nella gestione della crisi migratoria. Allora l'Unione europea potrà finalmente vantarsi di avere un esecutivo all'altezza delle sfide del futuro e capace di dare nuova vita al progetto europeo.