Immigrazione: il dogma del «rimpatrio »

Articolo pubblicato il 05 maggio 2003
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Articolo pubblicato il 05 maggio 2003

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La gestione dei flussi migratori com’è attualmente praticata dagli stati europei, si basa sul principio del rimpatrio degli immigrati nel loro paese di origine.

I lavoratori immigrati in situazione regolare sono “invitati”, a bloccare il brain drain, a tornare nel loro paese di origine per favorirne lo sviluppo. Immigrati illegali, richiedenti di asilo, vittime della tratta di uomini, minorenni non accompagnati, sono ugualemente alle prese con questo nuovo dogma che fa, si dice, parte integrante della politica di lotta all’immigrazione “clandestina” e che mira a ridurre la pressione.

Rimpatrio delle persone senza protezione

Gli esempi affluiscono. I programmi di rimpatrio per le popolazioni spostate nascono dalle ceneri ancora calde dei conflitti. Curdi d’Iraq, afgani, ceceni sono invitati a tornare là da dove vengono con una protezione minima, limitata al tempo di transito.

Si accendono a questo punto le luci sul campo gli attori dell’umanitarismo. Lavoro di emergenza ma lavoro lungo e caotico della ricostruzione democratica. Il tempo per il rimpatrio è breve e quello della reintegrazione, lento. I programmi di rimpatrio prendono nomi differenti, il rimpatrio degli afgani qualificati ne è un esempio; un programma che avrà delle implicazioni reali e misurabili per lo sviluppo del paese o programma di rimpatrio classico ma meglio venduto? Chi è stupido?

Una delle faglie di questa politica del rimpatrio risiede nell’assenza di protezione della gente stanziata in maniera irregolare sul territorio europeo. La gestione dei flussi migratori per i politici del rimpatrio trova un ostacolo su questa necessità di proteggere l’individuo che ha perso tutto. Questa protezione giuridica esiste solamente per i richiedenti l’asilo. A questo riguardo bisogna sottolineare le disfunzioni della procedura di asilo così come una tendenza alla restrizione di questo diritto per l’obliquità di procedimenti più sbrigativi e tali da ridurre le possibilità di ricorso, come quanto si appresta a fare adesso il governo francese, escludendo ad esempio la voce al capitolo dell’Alto Commissariato per i Rifugiati in ordine alle procedure di ricorso

Peraltro, un gran numero di immigrati illegali in Europa non sono richiedenti di asilo sia che non abbiano le informazioni o l’assistenza necessarie per procedere a regola, sia che si rifiutino di formulare la domanda perché sono entrati in situazioni di dipendenza: vittime del lavoro clandestino, della tratta di esseri umani. È solo una parte della popolazione immigrata quella che viene rinviata senza alcun esame nel suo paese di origine, talvolta con la facciata della qualifica di rimpatriob “volontario”. L’argomento del rimpatrio volontario è utilizzato avolte a torto ed altre volte a ragione, non si può comunque negare il fatto che il vero rimpatrio volontario esiste e che può rivelarsi la migliore delle soluzioni in certi casi.

Quale politica comunitaria?

Uno degli argomenti che sottende alla politica del rimpatrio è quello della lotta contro l’immigrazione clandestina che è diventata una delle priorità dell’Unione europea. L’articolazione del ragionamento al livello europeo è il seguente: ogni paese resta responsabile della sua politica di immigrazione e definisce le proprie condizioni (criterio dello statuto legale e del numero) ma questo nella cornice di una competenza europea in materia di asilo e di immigrazione che ha conosciuto un’espansione incredibilmente veloce durante gli ultimi anni. La competenza comunitaria su tali questioni è sancita dall’art. 63 del Trattato di Amsterdam ed i lavori della Convenzione lasciano suggerire che, in materia, le competenze comunitarie verranno ancora ampliate. Bisogna ricordare come questa evoluzione si fondi all’origine sul principio della libera circolazione delle persone in seno all’Unione. Se si sa dunque, perchè occorre una politica comune in materia di asilo e d’immigrazione, sembra che alla domanda “come dev’esser realizzata questa politica?”, l’Unione europea (UE) non abbia elaborato precchie risposte. La Commissione europea ed in particolare la Direzione Generale incarica delle questioni relative alla Giustizia e agli Affari Interni, han ricordato che non rientra nella sua competenza e che non è all’ordine del giorno definire i criteri d’ingresso dei cittadini residenti all’estero dei paesi terzi all’interno dell’UE. Lascia ai governi la preoccupazione di decidere quali e quanti immigrati sono autorizzati ad entrare, soggiornare, installarsi nell’UE; il motivo per cui non si armonizza è data dal fatto che i vari stati membri restano su stadi troppo differenti nella loro storia migratoria: vecchi paesi di immigrazione (Francia, GB, Germania), contro i nuovi paesi di immigrazione, un tempo di emigrazione, come Portogallo, Spagna, Italia, e Irlanda – senza contare i paesi candidati – i queli restano in una configurazione ancora diversa. La modestia della Commissione, per altri versi piuttosto pronta a difendere e a distendere le sue competenze, si spiega dunque con l’ampiezza del compito. Essa tenta dunque di definire le condizioni di rinvio dunque ma non le condizioni di entrata.

Se ci si attiene al programma di lavoro instaurato dal Trattato di Amsterdam, i progressi realizzati riguardano essenzialmente le misure di controllo dell’immigrazione, (vale a dire lotta contro l’immigrazione clandestina), lasciando da parte la questione dello statuto e dell’integrazione dei rifugiati. Soltanto due misure di protezione previste dal Trattato di Amsterdam sono state finora adottate: “afflusso massiccio di persone, protezione temporanea[1]” e “condizioni minime per l’accoglienza dei richiedenti l’asilo [2]”. Pochi progressi in compenso sono stati realizzati in ciò che riguarda la legislazione sul raggruppamento familiare e sui residenti legali di lunga durata.

Rimpatrio contro aiuti allo sviluppo

Un altro argomento è alla base della nozione del rimpatrio: si tratta del legame orami accettato da un buon numero di paesi europei fra migrazione e sviluppo. A questo riguardo gli stati membri hanno posto in essere degli accordi detti bilaterali stipulati con i paesi di origine con i quali questi s’impegnano a riammettere il loro cittadini residenti all’estero in cambio di vantaggi economici in termini di investimenti, e commerciali in termini di agevolazione degli scambi. E’ questo legame pertinente o non è forse altro che un modo velato di rinviare indietro degli immigrati non desiderati in Europa? Sembra molto illusorio se non disonesto, far dipendere gli aiuti allo sviluppo dal rimpatrio di alcuni immigrati nel proprio paese. L’immigrazione è diventata al momento, una preoccupazione tale che si cerca di porre rimedio in ogni modo, con tutti i programmi,: sviluppo, educazione, pur restando tutto vago e poco funzionale della sua vera natura.

Certe analisi sociologiche sulla popolazione degli immigrati [3] mostrano infatti che per l’immigrante, il rimpatrio viene raramente preso in considerazione nel caso della migrazione detta “economica”, ovvero tutti quei fenomeni che non giustificano la partenza in base all’esistenza di persecuzioni. Gli stati sanno bene, in realtà, che nulla è più permanente dell’immigrazione temporanea.

Perché non sappiamo gestire le migrazioni verso l’Europa, non siamo riusciti a dare delle reali prossibilità d’integrazione alle popolazioni immigrate, abbiamo paura degli abusi e delle deviazioni del diritto di asilo, pensiamo che la soluzione va cercata nel “rimpatrio”, per l’incapacità di poter impedire agli emigranti di partire dai loro paesi.

Le aperture della presidenza greca

È importante sottolineare che l’orientamento della presidenza greca differisce da quello della precedente presidenza danese in ciò che riguarda l’asilo e l’immigrazione. L’immigrazione legale e l’integrazione degli immigrati in situazione regolare acquistano un ruolo più importante. I problemi di una demografia in caduta libera e il fallimento previsto dei nostri sistemi pensionistici sono messi all’ordine del giorno, in vista di favorire l’immigrazione legale e l’immigrazione di lavoro. A questo riguardo la Presidenza si avvia a far passi in avanti sull’adozione della Direttiva di Assembramento Familiare. Per riassumere abbiamo da un lato le fughe in avanti repressive, (controllo o gestione dell’immigrazione), ovvero le misure di lotta contro l’immigrazione clandestina, con una criminalizzazione di quella illegale, e dall’altro delle avanzate per la protezione e l’integrazione, come ad esempio i fondi europei per i rifugiati, (adottati nel 2000), la questione del raggruppamento familiare e l’integrazione dei residenti di lunga durata. L’equilibrio che pendeva a favore della prima categoria di misure sembra invertirsi a favore della seconda, almeno nei discorsi.

Se la realizzazione di un mercato interno comune è stata la base legale storica, il principale motore del progresso a livello comunitario, è necessario passare adesso alla tappa successiva, vale a dire ad un approfondimento che passa dal riconoscimento della nozione di Comunità di Diritto come fondamento di una politica di asilo e d’immigrazione europea che rispetti e protegga i diritti e le libertà fondamentali. In questa cornice sarà necessario dissociare le politiche estere dall’Unione, le politiche di aiuti allo sviluppo, le politiche d’immigrazione e l’armonizzazione del diritto di asilo per garantire i diritti individuali di tutti gli immigrati, qualunque sia la situazione nella quale si trovano. Pensare in termini di accoglienza e non di rinvio è l’unica soluzione possibile per l’Europa, che i suoi governi lo vogliano o no.

[1] vedi link

[2] vedi link

[3] Larcher Smaïn, “Dopo Sangatte”. Edizioni La Dispute. Parigi 2002.