Immigrati alle Canarie

Articolo pubblicato il 14 maggio 2008
Articolo pubblicato il 14 maggio 2008

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L’immigrazione africana verso le isole Canarie: un fenomeno che non si ferma. Dall’inizio del 2008, secondo la Croce Rossa, sono già arrivati oltre 2.400 immigrati. Alcune testimonianze di chi sogna l’Europa

I venticinque metri di un cayuco, imbarcazione da pesca africana, arriva a contenere fino a 130 persone ammassate le une alle altre. Il viaggio costa tra i 300 e i 600 euro.

La traversata dalla Mauritania alle Canarie dura cinque giorni. Quella dal Senegal o dalla Guinea-Bissau può arrivare a quindici, in lotta con onde, vento, maree e sole cocente. Quelli che non muoiono nell’intento, arrivano alla fine del viaggio con ipotermia, bruciature e lesioni.

Uno tsunami di vittime sulle coste spagnole

La prima imbarcazione africana arrivò a Fuerteventura, una delle isole delle Canarie nel 1994. La stagione 2005/2006 ha battuto ogni record, con 30.000 persone arrivate attraverso questi mezzi di fortuna.

Le barche sono bianche quando arrivano dalla Mauritania, colorate se sono del Senegal. Non sono equipaggiate e non c’è cibo a bordo. «Molti dei “passeggeri” bevono acqua di mare durante la traversata, non sapendo che sarebbe meglio, in questo caso, non bere», racconta Austin Taylor, membro del Erie (Equipo de Respuesta Inmediata de Emergencia, la squadra di emergenza) della Croce Rossa.

L’amaro kit di benvenuto

Coloro che arrivano sono soprattutto uomini tra i 20 e i 45 anni. Generalmente è la Croce Rossa a ricevere questi sin papeles (senza documenti, cioè clandestini) alle Canarie. È distribuito loro un kit composto di due camicie, scarpe, una tuta e una coperta. Da mangiare un po’ d’acqua, the caldo e qualche biscotto. Qui finisce la parte bella perché poi si va al commissariato di polizia. Coloro in possesso di documenti vengono presto rimpatriati; coloro che non ne hanno, o non vengono dichiarati, oppure vengono mandati per quaranta giorni nei sovraffollati centri di “detenzione”. E dopo? Vengono rilasciati, e si disperdono sul territorio spagnolo, a guadagnarsi da vivere come possono.

«Contadini, pastori o pescatori, fino a professori universitari: dall’Africa arriva gente proveniente da tutte le classi sociali», spiega Marta Rodríguez, professoressa di spagnolo dell’associazione Las Palmas Acoge (Las Palmas accoglie). Questa Ong offre il suo aiuto agli immigrati irregolari all’uscita dei centri “detenzione”, dando loro un tetto, del cibo, un aiuto giuridico e offrendo corsi di lingue. «Alcuni hanno un’idea molto infantile dell’Europa. Ricordo alcuni ragazzi della Liberia», ricorda sorridendo: «Speravano di trovare una palestra con piscina nel nostro centro. Per diventare “ricchi sportivi”, dicevano».

Europa e illusione. Alcune storie.

Europa, questa parola magica, ha perso tutto il suo incanto per Edogo. È Partito dalla Nigeria per imbarcarsi verso le Canarie nel 2005 e non ne vuole parlare. Non parla bene lo spagnolo e i suoi amici, con i quali condivide un appartamento, sono quasi tutti nigeriani. Lavora come manovale presso un’azienda che si occupa del mantenimento dei sentieri forestali: se c’è cattivo tempo non ci sono né lavoro ne soldi, perché non ha un contratto fisso. Tornare al suo Paese? Che cosa direbbe di lui la sua famiglia? Un fallimento totale, perché non ha saputo sfruttare le mille possibilità della “ricca Europa”. Gli rinfaccerebbero che ha sprecato il biglietto d’andata che gli hanno pagato. Inoltre ha paura: un suo amico è tornato in patria e, appena arrivato, è stato derubato e ucciso.

Charqui, 30 anni, è arrivato alle Canarie dal Marocco su una barca di pescatori per la cifra di 1.500 euro, guadagnati lavorando come taxista. Adesso si sente in trappola. Spera di ottenere i suoi documenti, ma deve poter dimostrare tre anni di residenza in Spagna, e non è tanto semplice: ha già un ordine di rimpatrio dal suo primo arrivo, qualche anno fa. «In Marocco c’è lavoro, ma non ci sono soldi», spiega il suo amico Driss, di 34 anni.

Driss è venuto perché con i 100 dirhams che guadagnava a giornata – circa nove euro – lavorando come meccanico dodici ore al giorno, non poteva vivere.

«Stiamo dissanguando l’Africa»

Oumar Kasse, senegalese e sposato a Gran Canaria, lavora all’Accoglienza di Las Palmas. Per contrastare il problema dell’immigrazione, chiede azioni informative per i giovani in Africa: «L’élite e la classe media africane devono restare nei propri Paesi. Altrimenti, il nostro continente resterà senza sangue e senza cervello», avverte. Austin Taylor, della Croce Rossa, propone investimenti e scambi commerciali – equi – tra Africa ed Europa.

E a breve termine? María Jesús Reguera Arjona, assistente sociale dell’Accoglienza di Las Palmas, ci racconta di un progetto in Guinea-Conakry: «Mostrano video con immagini drammatiche alla popolazione locale per avvertirli circa i pericoli della traversata». Ciononostante, l’illusione di uno stipendio che mantenga una famiglia intera è davvero molto allettante ed il pericolo di morire non appare così concreto.

Juan Antonio Corujo, capo della squadra d’emergenza della Croce Rossa, spiega che i controlli del programma europeo di vigilanza sulle frontiere, Frontex, hanno diminuito le quantità di barche di immigrati che approdano sulle coste europee. «Ci sono meno morti in alto mare e meno guadagni per la mafia del traffico umano» si consola il suo compagno Austin. 

Traduzione di Irene Fumagalli