Imma Vitelli: Italia, guarda cosa succede in Egitto!

Articolo pubblicato il 08 settembre 2014
Articolo pubblicato il 08 settembre 2014

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Fare il reporter di guerra è l'apice del giornalismo d'azione, ci sono pochi dubbi. Tra i grandi protagonisti di questa professione c'è anche Imma Vitelli, reporter per varie testate che all'ultimo Festival del Giornalismo di Perugia ha introdotto il documentario sulla Primavera Araba in Eitto. Noi l'abbiamo incontrata.

Giù, oltre quella nostra fetta di Mar Mediterraneo che ci resta dalle antiche glorie dei romani, si trova un continente in subbuglio e moto continuo a cui non diamo mai l'attenzione che merita. È l'Africa, la costa nord che pochi anni fa era stata protagonista del vento di rivoluzione generato dalla Primavera Araba ma che oggi sembra tornata nel dimenticatoio dell'Occidente.

La situazione è ancora peggio in Egitto, che dopo la deposizione del generaleMubarack è continuamente oppresso dagli scontri interni. Tra poco ci saranno le elezioni là e per l'occasione è stato proiettato il docu-film di Jehane Noujaim “The Square – Inside The Revolution” alla Sala dei Notari di Perugia, in occasione del Festival Internazionale del Giornalismo 2014.

La pellicola, incentrata sui motti di piazza che hanno infiammato Il Cairo e tutto l'Egitto tre anni fa, è stato preceduto dall'introduzione di Imma Vitelli, reporter di guerra di Vanity Fair che ha seguito di persona quell'importante momento storico. L'abbiamo incontrata la mattina dopo la proiezione nella hall dell'hotel Brufani.

Una domanda che si fa spesso ai reporter di guerra: ha mai avuto paura nel suo lavoro?

Ma certo, io ho sempre paura! Se non avessi paura sarei una folle, ma credo che l'esperienza e il calcolo del rischio diventino una seconda pelle. Si impara a valutare le circostanze, i fattori in campo e soprattutto a fidarsi della pancia. La paura è quello che permette a un reporter di guerra di fare il proprio lavoro e di ritornare a casa. Se non avessi paura sarei una folle, un incosciente e molto probabilmente sarei già defunta.

Piazza Tahrir, “The Square”, cerchio...si può dire che la situazione in Egitto è così, si sta chiudendo il ciclo iniziato dalla Primavera Araba allo stesso principio? 

In questo momento sì, si sta abbastanza chiudendo un cerchio, è vero. Ma la realtà e il futuro restano imprevedibili. È vero che, nel giro di tre anni, gli egiziani sono passati dalla deposizione di un generale alla prossima, futura, imminente, inesorabile, certa elezione di un altro generale. Nel frattempo, però, è successo di tutto e il passato è tornato. Sembrava che con Piazza Tahrir il futuro fosse vicino e inevitabile, e invece quello che abbiamo scoperto, ancora una volta la storia presenta alla fine sempre il conto, è che il passato ritorna. Quello che era un momento magico, di contatto generalizzato poi ha presentato il conto delle divisioni interne di un Paese complesso dove, alla fine, sono rimasti a fronteggiarsi gli unici due poli organizzati: da una parte l'esercito e dall'altra fratellanza musulmana.

Secondo lei perché l'Occidente si dimentica così spesso di conflitti che all'inizio infiammano le prime pagine dei giornali?

Questo è un problema generalizzato e particolarmente acuto in un Paese provinciale come l'Italia, quello di infiammarsi all'inizio e poi di perdere la pazienza, di seguire il corso degli eventi nel fluire della loro immensa complessità. Per noi (italiani, ndr) questa dimenticanza è più grave perché riguarda Paesi che ci sono vicini, come il sud del Mediterraneo dove quello che accade ci riguarda direttamente; le migliaia di persone che sono arrivate, saranno 30 mila negli ultimi quattro mesi, con i barconi sono la diretta conseguenza di una nostra politica dissennata nei confronti della guerra siriana, per esempio. Il problema è che prevale l'inerzia e la pigrizia e non si mettono insieme i puntini. Per cui si guarda l'effetto e non si studia la causa. 

L'inviato Pablo Trincia de Le Iene, in un'intervista di qualche mese fa, aveva detto che è più pericoloso fare un servizio in centro a Milano che non in zone di guerra. Lei che ha fatto servizi sia in Italia che all'estero è d'accordo?

Non so a cosa si riferisse il collega, detta così mi sembra una cavolata. Nel senso che non riesco a capire quali possano essere le difficoltà tecniche e logistiche di Milano centro, francamente (sorride, ndr). Forse quello che voleva dire è che, spesso al fronte, è molto più facile per noi (giornalisti, ndr) raccontare quello che vediamo perché c'è una forza narrativa che si racconta da sola, però poi arrivarci e portare a casa la pelle è un esercizio complicato. 

C'è un fatto, un avvenimento che ha raccontato e che le è rimasto particolarmente più impresso di altri nella sua carriera?

C'è un paese che mi è rimasto dentro e mi resterà per sempre: l'Afghanistan. Le gente e i colori di quel posto sono unici.