Il Welfare salverà la PESC

Articolo pubblicato il 18 marzo 2002
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Articolo pubblicato il 18 marzo 2002

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Una strano determinismo economico caratterizza le nuove relazioni internazionali: fino a che punto l'UE deve sacrificare il suo Stato Sociale per finanziare una politica estera finalmente indipendente?

Dalla dissoluzione dell'Unione Sovietica, gli Stati Uniti hanno inaugurato una fase di attivismo febbrile nella loro politica estera, tanto che L'era Clinton potrebbe essere ricordata come il periodo di minore isolazionismo nella storia della superpotenza talassocratica.

Eppure l'esperienza c'insegna che i vincitori ed i soddisfatti dallo status quo propendono generalmente per il conservatorismo in politica estera. Chi vince una guerra ed impone la pace realizza i propri interessi e non ha interesse a modificare i rapporti di forza.

Il superattivismo yankee (preferisco questo termine al più classico "americano" che potrebbe causare confusioni) è dunque paradossale.

Perché gli Stati Uniti, dopo aver sconfitto gloriosamente il blocco dell'Est, e disponendo del leadership assoluto in tutti i settori-chiave della potenza, intervengono e si dimostrano iperattivi?

Perché la potenza vincitrice e soddisfatta si trasforma nella principale fonte di conflitti del mondo attuale?

Perché, in ultima analisi, Washington crea periodicamente dei nemici, che si rivelano il più delle volte dei capri espiatori?

Noam Chomski dimostra come la nozione di Stato-fuorilegge non sia priva di contraddizioni, a volte eclatanti. Non è chiaro comprendere il motivo per cui il Dipartimento di Stato consideri Stati-fuorilegge Cuba, l'Iraq, la Corea del Nord e la Libia; ma non l'Indonesia, Taiwan, Israele e la Cina. Se volessimo applicare ancor più acutamente gli stessi criteri ci accorgeremmo che gli Stati Uniti d'America sono oggi l'unico paese a regime democratico che si possa definire "fuorilegge", a causa delle ripetute e sistematiche violazioni delle norme di limitazione dell'uso della forza imposte dall'ONU.

Non credo che attaccare ciecamente gli yankees sia utile a qualcosa, ma se durante la guerra fredda difendere l'URSS significava de facto attaccare gli Stati Uniti ed il sistema democratico che essi difendevano, oggi le cose stanno diversamente.

L'uso indiscriminato della forza effettuato dagli Stati Uniti sempre più disinvoltamente costituisce una minaccia all'equilibrio internazionale, quanto e più degli Stati fuorilegge e del cosiddetto terrorismo.

Non dico che non si possa perseguire una politica di potenza. Dico solo che se si vuole ottenere l'appoggio o almeno l'assenso di coloro che amano i valori democratici (così come accadde durante la guerra fredda), non ci si possa basare solo sull'uso indiscriminato delle armi al di là ed oltre le regole del diritto internazionale.

Ma allora perché l'aquila continua a dispiegare le sue ali? A mio avviso una sorta di determinismo regge la politica estera degli Stati Uniti. Gli yankees fanno la guerra perché non possono non farla. E non possono non farla per ragioni che attengono al loro sistema economico.

Le funzioni espletate dallo stato federale di Washington, infatti, sono essenzialmente due:

-amministrazione della giustizia e ordine interno;

-difesa.

Tale assetto statale minimo permette di esercitare una bassa pressione fiscale. Cosa che ha conseguenze immani sull'elaborazione della politica estera.

La minore pressione fiscale permette infatti un pingue impiego di risorse pubbliche nel settore militare e concede ai governi una minore pressione da parte dell'opinione pubblica interna, in quanto a livelli di pressione fiscale più elevati corrisponde un interesse più elevato dei cittadini agli affari pubblici.

Possiamo dunque definire una equazione:

Stato minimo = più armamenti = interventismo nelle relazioni internazionali.

Sulla base delle medesime considerazioni di partenza possiamo spiegare a contrario il paradossale immobilismo europeo.

Se penso all'Europa - e non solo ai 15, ma addirittura a tutta l'Europa, dall'Atlantico agli Urali - mi accorgo che, nonostante una storia sanguinaria e a parte qualche piccola crisi marginale, aizzata da potenze più o meno extraeuropee (USA e Russia), non ci sono possibili cause di guerra.

E non solo non ci sono volontà di guerra plausibili, non ce ne sono nemmeno i mezzi. E questo perchè gli Stati dell'Europa orientale sono troppo poveri per dotarsi di solidi eserciti e preferiscono per questo affidarsi all'unico sistema di difesa esistente (la NATO); mentre le opulente democrazie occidentali (Francia, Germania, Italia, Spagna, la Gran Bretagna merita un discorso a parte) hanno sviluppato un avanzato sistema di sicurezza sociale che vincola i loro bilanci.

Se gli stati dell'Europa avanzata volessero sviluppare di nuovo eserciti competitivi su tutti i quadranti internazionali, infatti, dovrebbero trovare delle risorse per farlo. Per trovare queste risorse si potrebbero aumentare le tasse e la pressione fiscale. Ma governi che esercitano già una pressione fiscale superiore al 50% non possono permettersi di farlo se non perdendo consenso. Questa ipotesi non mi sembra plausibile.

L'altra via è quella di tenere costante il livello delle entrate sacrificando le spese attuali. Tradotto in soldoni vorrebbe dire: rinunciamo allo Stato sociale per finanziare il riarmo. Ritengo che le opinioni pubbliche occidentali non accetterebbero di buon grado questa ipotesi.

Eppure, l'Europa sta entrando di fatto in una spirale virtuosa, tanto che possiamo stabilire un'altra equazione:

Stato sociale = meno armamenti = convivenza pacifica internazionale.

Se ragioniamo in questi termini l'Europa puo' giocare da subito un ruolo da protagonista nelle relazioni internazionali.

Se è vero infatti che il modo di fare la guerra dipende dal modo di produzione dominante, nella società dell'informazione l'Europa può combattere guerre d'influenza innanzitutto culturale grazie al suo straordinario e innegabile pluralismo in questa materia.

Non penso ad un nuovo colonialismo, ma ad un grande piano per affermare a livello mondiale il sistema di convivenza meno pericoloso che ci sia.

Ed una cosa del genere si può fare fondando una politica estera europea indipendente dalle ingerenze dei giganti.

Se gli yankees hanno bisogno di agitare i fantasmi e le opposizioni manichee tra Bene e Male per creare consenso, l'Europa può giocare la carta della sua laicità, del suo pluralismo, del suo senso critico, con meno guerre e più giustizia nel sistema-mondo.