Il vecchio spettro nei nuovi media

Articolo pubblicato il 09 febbraio 2004
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Articolo pubblicato il 09 febbraio 2004

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La lite tra Commissione e Congresso Ebraico Europeo è acqua passata. Ma l’amaro in bocca resta. L'antisemitismo europeo è o no di ritorno?

Uno spettro si aggira per l’Europa. E’ il vecchio spettro dell’antisemitismo. In seguito allo scoppio della seconda intifada nell’ottobre 2000 e agli attentati dell’11 settembre, gli atti di stampo antisemita aumentano proporzionalmente ai battibecchi tra organizzazioni ebraiche e uomini politici. Così il 5 gennaio Edgar M. Bronfman, presidente del Congresso Ebraico Mondiale e Cobi Benatoff, presidente del Congresso Ebraico Europeo, hanno incolpato la Commissione UE di un sostegno passivo e attivo all’antisemitismo. Cosa era accaduto? Già nel novembre 2003 i risultati di un sondaggio rivelarono che il 59% dei cittadini dell’Unione Europea riteneva Israele una minaccia per la pace mondiale. Nessun altro paese, neanche la Libia o la Corea del Nord, riusciva a raggiungere una percentuale così alta. Né mai era stata posta una domanda sull’Autorità Palestinese. Inoltre si è saputo all’inizio di questo anno, che la Commissione UE aveva “censurato” uno studio in cui veniva diagnosticato un “nuovo antisemitismo” in Europa.

Ma cosa succede in Europa? Stiamo assistendo al rigurgito antisemita di frange estreme delle nostre società, o c’è forse un antisemitismo latente in una maggioranza silenziosa della popolazione?

Un “nuovo” antisemitismo?

Dopo tanti isterismi vale la pena di dare uno sguardo sobrio ai fatti. La prima domanda, circa l‘antisemitismo della Commissione UE trova rapidamente la sua risposta. Lo studio non è stato infatti fatto su incarico della Commissione ma dell’European Monitoring Centre on Racism and Xenophobia (EUMC). Certo la collaborazione con l’istituto investito della cosa, il Centro berlinese per la Ricerca sull’Antisemitismo non è andata benissimo. I ricercatori berlinesi hanno messo a disposizione il materiale dell’EUMC solo nel breve lasso di tempo che va dal 15 maggio fino al 15 giugno 2002, per cui gli scienzati si son visti obbligati a raccogliere dati per il tempo antecedente e persino per quello successivo. Che alcuno studio sull’antisemitismo in Europa possa ritenersi fondato scientificamente in questo modo, è evidente. Se la decisione di censurare lo studio fosse stata di matrice politica, ciò sarebbe molto strano. In effetti lo EUMC, anche se finanziato dalla Commissione, ne è indipendente: rimproverare la Commissione di antisemitismo in ragione di questa “censura” è un nonsenso, tanto più che l’EUMC ha rilevato i suoi errori ed ha deciso di ordinare un nuovo e più ampio studio.

Se il Medio Oriente detta legge da noi

Lo studio non è molto chiaro sulla rinascita di un nuovo antisemitismo” in Europa. In realtà la relazione è, riguardo a ciò, molto prudente. E non tende affatto a diffondere qualsiasi isterismo di sorta. Riguardo ad atti di antisemitismo evidente come gli attacchi incendiari contro interessi ebraici, così come le reazioni verbali e fisiche contro gli ebrei, la relazione constata una chiara crescita dall’inizio della seconda Intifada, che ha raggiunto un apice nella primavera 2002, quando il conflitto in Medio Oriente l’ha ovviamente inasprita. Si ricordi un incendio ad opera di ignoti in una libreria ebraica il 17 aprile a Bruxelles, per non parlare di quando, tre giorni più tardi, vennero sparati 18 colpi d’arma da fuoco contro la sinagoga di Charleroi. E si fa riferimento alla crescita di atti di violenza simili anche presso altri paesi UE. Certo, lo studio dice esplicitamente che tornando indietro su questi nuovi atti di violenza, si scopre come ci sarebbero state già anche prima simili ondate di reazioni antisemitiche in Europa, e precisamente sempre nel momento in cui si è intensificato il conflitto arabo-israeliano, quindi nel 1963, nel 1972 e soprattutto nel 1982.

Non v’è dunque nessun “nuovo” antisemitismo in Europa?

La cosa non è così semplice. Perché il rapporto dello EUMC mostra anche che i giovani musulmani in Europa scadono sempre di più in un modo di pensare vicino all’antisemitismo e che questo porta al contempo a sempre più frequenti atti di violenza. Ciò avviene anzitutto in Francia, dove 600.000 ebrei e 5 milioni di musulmani vivono soprattutto nelle banlieues parigine e zone limitrofe. La socializzazione politica della minoranza musulmana, insieme sacrificio e pregiudizio di razzismo, si focalizza sempre più sulla teoria che un potere temporale americano-ebraico cospiri contro il mondo arabo. E’ questo un focolaio di odio pericolosissimo che sorge proprio nel cuore dell’Europa.

Il ruolo dei media

Di nuovo dell’antisemitismo di oggi v’è anche l’estensione. Internet è la prima via che gli estremisti di destra e i fondamentalisti islamici hanno percorso per diffondere oggi il pensiero antisemitico. Ma anche i media non risultano esserne privi. E’ il caso del giornale italiano “La Stampa”, che il 3 aprile 2002 sulla prima pagina ha messo su una caricatura con un Gesù nel presepio che chiedeva ansiosamente: “non vorranno mica uccidermi una seconda volta?”

Un caso isolato? Certo. Ma anche i giornali più letti espongono spesso materiale xenofobo. Un buon esempio è El Pais, che il 24 maggio 2001 ha pubblicato una caricatura in cui un ebreo dal naso lungo annuncia con una bandiera di Israele: “siamo il popolo che è stato eletto, per produrre armi”. Se il popolo d’Israele, le sue radici storiche e le sue tradizioni, vengono equiparate alla politica del suo governo, si perde così una differenza enorme che offre terreno fertile all’antisemitismo. Ebrei non significa Israele e Sharon non incarna lo stato israeliano. Israele non ha prodotto solo uno Sharon, ma anche un Rabin. Anche la dimensione storica del conflitto viene oggi sottovalutata e con essa ci si dimentica anche del fatto che Israele, nel corso della sua storia, si è dovuta armare fino ad ai denti per poter sopravvivere. Sharon è stilizzato nell’immagine di un nemico perché è semplice e comprensibile combinare una tale immagine. I nostri media non sono antisemitici, ma le pressioni di questi tempi sono grandi, e i resoconti risultano spesso assai superficiali. Così non possiamo meravigliarci se poi Israele appare attraverso quel volto come una minaccia per la pace mondiale.

Condurre inchieste profonde e rappresentare i fatti dettagliatamente va contro le leggi del panorama mediatico attuale. Ma un giornalismo che si appoggi su qualche base reale è indispensabile, ed in tempi così movimentati rappresenta il rimedio migliore per trattare lo spettro dell’antisemitismo.