Il sistema tribale libico: identità dalla differenza?

Articolo pubblicato il 01 marzo 2011
Articolo pubblicato il 01 marzo 2011
Il sistema tribale ha mostrato di essere un fattore ineliminabile e ben radicato nella società libica, sempre presente e determinante nella storia recente del Paese, decisivo anche per la contemporanea sollevazione popolare. Potrà essere un elemento chiave anche nel futuro prossimo della Libia, oppure è un ostacolo da superare?

Il potere di Gheddafi si basa su un complesso sistema di relazioni, fatto di equilibri precari e contraddizioni, che è stato però oscurato dal bonapartismo del Colonnello e dalla spartizione dei ruoli chiave del Paese tra i membri della sua famiglia: questo ostacola la comprensione della situazione reale, soprattutto delle sue dinamiche socio-politiche. Eppure la stessa strategia attuata da Gheddafi per fronteggiare i ribelli, svela una serie di punti fragili sui quali è fondato il regime, tra cui il delicato rapporto con la struttura tribale della Libia, da lui stesso evocata nel primo e delirante discorso pronunciato all'indomani della rivolta: a Bengasi, sul maxischermo che lo ha trasmesso, campeggiava una grande scritta No al sistema tribale; inoltre tra le armi-spauracchio utilizzate dal Colonnello nello stesso intervento, vi è la minaccia della sedizione (fitna), cioè della guerra civile, di un conflitto interno tra clan. Il fattore tribù s'impone dunque come un elemento decisivo nel disegno del dittatore, ma offre anche all'osservatore un punto di vista privilegiato (sicuramente non l'unico) da cui gettare uno sguardo sulla situazione politica della Libia, che è stata e che sarà, e il punto di partenza per un'analisi capace di bypassare gli astratti modelli interpretativi 'occidentali', che risultano incompatibili con la situazione contingente.

Le origini delle oltre cento tribù libiche si perdono nella notte dei tempi; per secoli la tribù è stata l'unica 'istituzione' in grado di formare e difendere i gruppi umani che hanno abitato le tre regioni in cui era suddivisa la Libia fino al 1911: Tripolitania, Fezzan e Cirenaica. In quell'anno l'Italia intraprese una guerra contro l'impero Ottomano per il domino della zona: fu in questa occasione che la tribù cominciò a svolgere anche un importante ruolo politico, proponendosi come punto di riferimento per la resistenza all'occupazione fascista, e una funzione quasi-giuridica, in quanto i capi-tribù avevano il potere di risolvere le controversie tra i cittadini.

La conquista dell'indipendenza nel 1951, fu seguita dalla proclamazione del Regno di Libia: la strutturale assenza di partiti e di istituzioni democratiche, fece sì che la tribù assumesse di nuovo un ruolo di primo piano sulla scena politica, cosicchè il re Idris Senussi delegò ampi poteri ai diversi capi-clan, e i rapporti tra questi si rinsaldarono per mezzo di opportuni accordi e alleanze.

La rivoluzione che portò al potere Gheddafi (1969) fu innanzitutto un movimento anti-sistema, che implicò in un primo momento il ridimensionamento del ruolo politico della tribù, ridotto a mero elemento di appartenenza religiosa e culturale; poi però l'elemento tribale tornò con forza a imporre la propria rilevanza all'interno della società. L''ideologia della rivoluzione' nasseriana prevedeva la creazione di una mentalità nuova, attraverso il superamento della rigida e anacronistica divisione tribale e di tutte le istituzioni politiche classiche, per fare del popolo il vero protagonista del regime appena instauratosi; questo comportò che le élite formatesi attorno ai capi-tribù vennero isolate ed escluse dalla dialettica politica. Una simile autocrazia non poteva però reggersi, soprattutto a livello locale, unicamente sul carisma del suo leader e la appartenenza tribale restava un fattore di integrazione forte e vincolante, che Gheddafi, nonostante la feroce repressione, non riuscì mai ad eliminare. Così il Colonnello adottò l'antica strategia del divide et impera: assecondò la rinata influenza del tribalismo stringendo alleanze con i capi-tribù, distribuì cariche amministrative e militari, favorì nuove unioni ma conservò anche le divisioni tradizionali, alimentando le ostilità tra tribù, che potevano rivelarsi un importante strumento per disfarsi di nemici e traditori pericolosi; questo assetto su cui Gheddafi fondò la stabilità del suo regime, venne però creato e mantenuto anche attraverso corruzioni, concessioni di privilegi ed esecuzioni capitali. La geografia umana libica non si piegava docilmente agli interessi del Colonnello. Tra questi vi era anche il ridimensionamento della forza dell'esercito regolare, proposito perseguito attraverso il potenziamento dei servizi segreti e delle truppe mercenarie, nei cui ruoli chiave vennero posti familiari di Gheddafi, membri del suo clan (Ghadafa) e della tribù del suo compagno di rivoluzione Abdessalam Jallud (Maqariha). Queste due tribù finirono per monopolizzare diversi settori chiave dell'economia e delle forze armate libiche, respingendo tutti i tentativi di riforma o sovversione attraverso sanguinose rappresaglie. Il sistema tribale libico ha resistito al processo di occidentalizzazione che ha investito il Paese, conservandosi saldo e ben radicato nella società (lo stesso Gheddafi non ha mai rinunciato alla tradizione di viaggiare scortato da cammelli e di dormire nelle tende); questo ha fatto sì che l'assetto tribale conservasse un ruolo decisivo nella 'politica' del regime, ma ha anche impedito il formarsi di quella che in Occidente è chiamata 'società civile', basata su istituzioni pluralistiche e democratiche. Si è imposto invece un rapporto di rafforzamento reciproco tra l'assenza di istituzioni democratico-statali (voluta da Gheddafi) e il radicamento tribale.

La Jamahiriyya ('regime delle masse') si è rivelata quindi il frutto di un complesso intreccio di rapporti tra un potere dispotico (un misto di autorità personale e alta borghesia di Stato) e una società pre-civile forte e radicata, rapporti basati su un precario equilibrio di concessioni e punizioni. Il ruolo degli evoluti mezzi di comunicazione non è stato decisivo come nelle rivolte di Tunisia ed Egitto; di fronte a truppe mercenarie schierate, tribalmente connotate, il nocciolo duro della insurrezione è consistito in un Comitato rivoluzionario, che è stato autore di una chiamata alle armi intertribale, che ha reso possibile il fatto che decine di migliaia di persone si siano sollevate contro il regime di Gheddafi e in quanto membri di una tribù. È importante considerare il fatto che molte tribù si oppongono da sempre a quella di Gheddafi e ai clan ad essa alleati. Dei 6,5 milioni di libici, circa un milione appartiene alla tribù dei Warfalla, clan che ha in mano il controllo delle forze armate di terra e recentemente ribellatosi al regime. Anche la numerosa tribù dei Zuwayya ha ritirato il suo appoggio al Colonnello e questo è un duro colpo per la Jamahiriyya, poiché questo clan occupa la zona del deserto libico attraversata dalle condutture di petrolio e molti discendenti degli eroi della resistenza antifascista appartengono ad esso. Il settore dell'aviazione è invece da 40 anni saldamente in mano al clan Gadhafa, che detiene anche il controllo dei servizi segreti e delle truppe mercenarie per mezzo dei figli di Gheddafi. La frammentazione del controllo delle forze armate, riconducibile alla divisione tra clan, è una condizione che prelude una reale guerra civile, svolgentesi in un contesto di caos e anarchia radicali.

Alla luce della storia e del presente della Libia, un'analisi politica della situazione presente e dei possibili scenari futuri, non può prescindere dalla considerazione del ruolo e della posizione delle tribù. Tale questione richiede con urgenza una decisione sul peso e la funzione da riconoscere ai clan: una decisione non procrastinabile, in quanto co-essenziale all'avvio di un processo di ricostruzione del Paese, né aggirabile, poiché la tribù è stato un attore politico presente e decisivo fino ad oggi e non cesserà di esserlo domani. La decisione può avvenire in direzione di uno Stato di diritto liberale (congeniale alle potenzialità economiche del paese), dalla spinta di una nuova maturità politica che dichiara obsoleto il sistema tribale e recupera un desidero di democrazia e di appartenenza nazionale. Il rischio qui contenuto è il sopravvalutare la capacità integrativa, sul lungo periodo, dell'idea di nazione, relativamente nuova sulla scena politica libica e non connessa a un effettivo sentimento diffuso tra la popolazione. La sostanza condivisa dal popolo libico, ciò che in primo luogo lo accomuna, è l'appartenenza tribale: al di là del clan particolare, è l''appartenere' in sé ad unire, non un'astratta idea di nazione priva di referenti empirici nella storia. Così si apre un interessante e concreto spazio di riflessione per l'osservatore esterno ma non solo, si delinea quella la via che dalla differenza (tribù) conduce all'identità (Stato): è la via della federazione, quella dell'identità nella differenza.