Il Ruanda e l'UE. Commemorare la memoria discordante di un genocidio

Articolo pubblicato il 03 maggio 2014
Articolo pubblicato il 03 maggio 2014

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Da circa un mese vengono organizzati in tutto il mondo numerosi eventi per commemorare il genocidio ruandese del 1994, e continueranno a svolgersi per cento giorni, quanto sono durati i massacri. Il Ruanda può sembrare lontano, ma l'eredità del genocidio coinvolge l'Europa e gli europei, fintanto che l'onda d'urto continua a farsi sentire.

“Avevo capito di non aver capito niente”

Il primo aprile il Palais des Beaux-Arts di Bruxelles, il “Bozar”, ha organizzato una conferenza di letteratura intitolata “Ruanda, vent'anni dopo”. Tre scrittori africani che avevano scritto dei libri sul genocidio del 1994 in Ruanda, sono stati invitati dal Bozar e dall'ONG “CEC” a parlare dei limiti del linguaggio quando serve a raccontare un evento di tale portata. Le risposte sono state schiette.

“Avevo capito di non aver capito niente”, ha detto Boubacar Boris Diop del Senegal, parlando della sua esperienza in Ruanda quattro anni dopo gli indicibili massacri che, a partire dall'aprile 1994,  hanno ucciso in cento giorni 800 000 Tutsi e Hutu moderati. “Ascoltavo le persone ma non potevo capire”.

Veronique Tadjo, della Costa d'Avorio, ha detto in questa occasione qualcosa di analogo: “Certe cose non possono essere dette, si devono esprimere in un altro modo”. Per questa ragione sia lei, sia Diop, sia lo scrittore e uomo di teatro ruandese Dorcy Rugamba hanno tentato di scrivere tutti e tre in modo differente sul genocidio.

Rugamba, che ha perduto molti dei suoi nel massacro, dice: “La memoria non è fedele, si sfalda, bisogna fissarla, perché si è trattato di un crimine ideologico e politico, ed è questo soprattutto che bisogna ricordare. Non era l'odio” tribale” o “ancestrale”. B. B. Diop lo conferma: “La logica del genocidio è una logica di cancellazione, di mutilazione”. Tutti e tre dicono che la fiction è un modo di restituire ai morti la loro identità. Ma le memorie possono essere discordanti.

"Ma i morti non sono morti”

Infatti questo incontro fa parte di una serie più ampia di eventi realizzati non solo per commemorare il genocidio, ma anche per attenuare le ferite di un paese africano travolto dalle polemiche. Progetti come quelli dell'artista sud-africano, nato a Londra, Bruce Clarke. ”Les hommes debouts” (Gli uomini in piedi) devono essere esposti in numerosi paesi. Il progetto di Clarke è stato anche proiettato il 7 aprile sulla facciata delle Nazioni Unite a New York.

Tuttavia la memoria di ciò che è successo suscita sempre controversie, anche in alcuni paesi dell'Unione Europea. In Francia, che è stata regolarmente oggetto di critiche in Africa e fuori dall'Africa per il suo ruolo prima e dopo il genocidio, un tribunale ha condannato a venticinque anni di prigione, il 14 marzo, Pascal Simbikangwa, ex capitano della guardia presidenziale ruandese. Il processo di Simbikangwa, primo processo in Francia per un crimine legato a un genocidio, ha occupato le prime pagine dei giornali perché è stato visto come un mezzo adottato da Parigi per attenuare la tensione fra il governo francese e quello ruandese, il cui partito al potere, il FPR, ha accusato spesso la Francia di aver protetto gli alti responsabili del regime coinvolto nel genocidio.

Durante lo svolgimento del processo, una trasmissione televisiva e un programma radiofonico francese sono stati costretti, in seguito alle pressioni dell'opinione pubblica e di alcune istituzioni, a cancellare dalle trasmissioni gli sketch che scherzavano sul genocidio ruandese.  

Aiuti, sviluppo e guerra

La memoria del genocidio è ben presente nelle relazioni dell'UE con il piccolo paese dell'Africa centrale. Gli aiuti pubblici per lo sviluppo del Ruanda nel 2006 ammontavano a 585 milioni di dollari US, che sono il 24% del reddito nazionale lordo e la metà del bilancio di governo. La Commissione Europea era, nel 2007, il secondo donatore di aiuti, con 85 milioni di dollari.

Il Ruanda è in effetti, per così dire, un modello per gli aiuti allo sviluppo: sull'orlo del baratro nel 1994, è divenuto uno dei principali esempi di storia a lieto fine del continente africano, considerando che la capitale, Kigali, è in pieno boom immobiliare e che la crescita annuale del paese è stata in media dell '8,1 % all'anno fra il 2001 e il 2012. La riconciliazione è stato uno dei principali obiettivi ufficiali del nuovo regime FRP del presidente Paul Kagame: i censimenti etnici o la menzione dell'etnia nei documenti di identità sono stati vietati, benché alcuni ruandesi lamentino il persistere di discriminazioni. Lo stesso Louis Michel, ex ministro degli esteri belga e ex commissario europeo per lo sviluppo e gli aiuti umanitari, ha dichiarato in febbraio il suo sostegno al regime di Kagame:”Non posso che essere impressionato dalla strada fatta, dai successi economici e sociali del Ruanda”.

Ma alcuni hanno accusato il presidente Kagame di autoritarismo, e dicono che il partito del FRP controlla di fatto il paese, senza lasciare spazio agli altri, e che utilizza la memoria del genocidio per mettere a tacere le opposizioni. La brutale uccisione, il primo dell'Anno in Sud Africa, di Patrick Karegeya, ex capo dei servizi segreti di Kagame, caduto in disgrazia, ha creato delle tensioni nelle relazioni del Ruanda non solo con il Sud Africa, ma anche con uno dei principali paesi sostenitori, gli Stati Uniti. Da un rapporto pubblicato dall'ONU nel 2012 è emerso che Kagame ha finanziato i ribelli nel vicino Kivu, provincia orientale ricca di minerali della RD del Congo, la cui abbondanza di materie prime ha alimentato una delle guerre più sanguinose avvenute dopo la fine della seconda guerra mondiale.

E a Bruxelles?

L'onda d'urto delle vicende dell'Africa centrale arriva talvolta anche a Bruxelles: ne sono un esempio le rivolta di Matongé nel 2011, quando alcuni fuoriusciti congolesi cominciarono a manifestare nel quartiere d'Ixelles, furenti per quelle che ritenevano intromissioni straniere nelle votazioni per l'elezione del presidente della RDC.

Alcuni credibili episodi di brutalità da parte della polizia sollevarono gli animi dei manifestanti e diedero origine a due settimane di rivolte, durante le quali alcuni ruandesi furono presi di mira e la gran parte della zona intorno alla Chaussée d'Iselle venne danneggiata.

Nonostante sia avvenuto a 6000 chilometri da Bruxelles, il genocidio del 1994 ha avuto numerose conseguenze; il coinvolgimento dell'UE in un paese lontano, una partecipazione indiretta in una guerra che ha sconvolto la metà orientale della RD del Congo, l'imbarazzo dei francesi e le polemiche a Parigi, un ruolo nelle rivolte del 2011 a Bruxelles, ma soprattutto, ha distrutto non solo delle vite, ma delle memorie.

Uno scrittore invitato al Bozar, Dorcy Rugamba, racconta del suo ritorno a Butare, sua città natale: ” Sono rientrato a Butare, che conosco come le mie tasche, ma non l'ho riconosciuta. Era piena di sconosciuti. Metà della popolazione era stata uccisa, l'altra metà era fuggita in Congo”.