Il referendum costituzionale in pillole

Articolo pubblicato il 23 novembre 2016
Articolo pubblicato il 23 novembre 2016

Vi siete persi per strada qualche pezzo riguardo il referendum costituzionale ed il delirio mediatico che si è scatenato intorno? Abbiamo provato a fare un punto della situazione, provando a descrivere una riforma che di italiano ha veramente tutto, perfino il dramma.

Se avete un passaporto italiano, conoscete qualche "fortunato" che lo abbia o avete letto qualche notizia di recente, sapete perfettamente di cosa parliamo.

L’evento degli eventi, il voto principe dei voti, la riforma costituzionale è nel calendario del Presidente del Consiglio sin dal travagliato principio del suo governo ("Enrico stai sereno", cit.), e nulla sembra essere più importante della consultazione referendaria che avrà luogo nella Penisola domenica 4 dicembre. Non è il primo tentativo di riforma costituzionale (lo stesso Berlusconi ci provò, a suo tempo), e la questione ritorna ciclicamente nel calendario politico nazionale.

Ma gli italiani amano il dramma, si sa, e sia la riforma che il suo dibattito rispecchiano in pieno questa filosofia.

Cosa si vota?

Iniziamo da un punto: su cosa si vota? È pacifico che l’oggetto del referendum sarà se approvare o meno una revisione della Costituzione, ma entrare nel merito delle modifiche proposte è un po’ più difficile, sia a causa della non proprio cristallina formulazione dei nuovi articoli, sia per l’ingente numero di modifiche.

Quello che si propone è in sostanza la fine del bicameralismo perfetto. Oggi tutte le leggi, ordinarie o costituzionali che siano, devono essere approvate in identica lettura (senza essere modificate) da entrambe le Camere. In altre parole, se una legge viene approvata da una Camera ma modificata dall’altra, questa viene rispedita indietro alla prima Camera, per essere approvata nuovamente con la modifica implementata. Ma anche questa Camera può a sua volta nuovamente presentare modifiche, e così via, potenzialmente all’infinito. Questo processo viene giornalisticamente definito "ping pong" parlamentare. Inoltre, entrambe devono anche dare la fiducia al governo.

Se passasse la riforma, a dare la fiducia al governo non sarebbero più entrambe le Camere, ma solo la Camera dei deputati, che rimarrebbe l’unico organo eletto dai cittadini a suffragio universale diretto, incaricato di votare le leggi ordinarie (almeno in teoria) e di bilancio. Questo perché cambierebbe composizione e funzione del Senato, che diventerebbe un’assemblea di rappresentanza delle autonomie locali, composto da soli 100 senatori (invece dei 315 attuali), i quali tuttavia non sarebbero eletti direttamente dai cittadini, ma nominati dai consigli regionali e (in minima parte) dal Presidente della Repubblica. Il Senato inoltre non dovrà più necessariamente votare tutte le leggi ordinarie in arrivo dalla Camera, ma potrà solo esprimere dei pareri e proporre modifiche. Resta intatto il potere legislativo per quando riguarda altre materie, come le leggi costituzionali e la ratifica dei trattati internazionali.

Gli altri punti della riforma riguardano le nuove modalità di elezione del Presidente della Repubblica, l’abolizione del Cnel (un ente attualmente previsto dalla Costituzione con funzioni ausiliarie in materia di economia e lavoro, mai utilizzato), la revisione della divisione di competenze tra lo Stato e le Regioni, l’abolizione delle Province, il cambio (verso l’alto, in diversi casi) del numero di firme necessarie per la convocazione di un referendum e per proporre al Parlamento una legge di iniziativa popolare, nonché l’istituzione di due nuovi tipi di referendum, quello propositivo e quello di indirizzo (finora la Costituzione prevede solo quello di tipo abrogativo).

Confusi? Tutto normale

Nel caso in cui abbiate iniziato ad avere qualche giramento di testa e abbiate sentito il bisogno di rileggere un paio di volte l’elenco delle modifiche proposte per capirci qualcosa, potete tranquillizzarvi: è perfettamente normale.

La carne al fuoco è tanta, e avere un quadro chiaro non è semplice, nemmeno per costituzionalisti ed esperti del settore. E siete peraltro in buona compagnia: 6 italiani su 10 dichiarano di conoscere poco o niente il merito della riforma, mentre gli indecisi o propensi all’astensione si aggirano intorno al 40%.

Come se non bastasse, il confronto politico non aiuta decisamente a chiarire la questione: lo scontro sulla riforma tra i le due parti si è trasformato in qualcosa che ricorda molto da vicino una guerra tra bande, ricca di colpi bassi ed entrate a gamba tesa provenienti da entrambi i fronti. La campagna referendaria è stata infatti condotta più a colpi di machete che in punta di fioretto, privilegiando le accuse di illegittimità dell'altra posizione invece delle ragioni a supporto della propria.

Sì o No?

Ma quali sono le ragioni del voto? Chi vota afferma che con il superamento del bicameralismo paritario si eviterebbero tempi legislativi lunghi, risparmiando inoltre il denaro pubblico che alimenta una macchina amministrativa possente come il Senato. Questa riforma avrebbe poi il merito di introdurre due nuovi tipi di referendum, aumentando di conseguenza la partecipazione popolare, e di ridefinire le competenze tra lo Stato e le Regioni. Inoltre, il nuovo Senato rispecchierà meglio le esigenze dei territori di provenienza. Nel complesso, la posizione dei favorevoli al Sì rispecchia una generale attitudine al "meglio questa riforma, pur con qualche difetto, che nulla".

Chi supporta il No ribatte invece che la favola della lentezza legislativa dovuta al bicameralismo perfetto sarebbe solo un "falso mito", che non riguarderebbe la maggioranza dei processi legislativi, e che il risparmio sarebbe troppo esiguo per giustificare una perdita così importante. Per quanto riguarda la nomina dei senatori, secondo questo fronte sarebbe illegittimo nominare una Camera con poteri legislativi senza l’elezione diretta, e senza il vincolo di mandato (che li obbligherebbe a votare secondo le indicazioni dei Consigli che li hanno nominati, sul modello tedesco). In altre parole, i neo senatori non rappresenterebbero i territori, ma se stessi, o i partiti che li hanno fatti nominare. Senza contare che sindaci e consiglieri sarebbero costretti a fare il "doppio lavoro", finendo a non far bene nessuno dei due compiti.

Non è da tralasciare la complessità del processo legislativo: si passa dai due processi attuali (legge ordinaria e legge costituzionale) ai 10, forse 13 o addirittura 16 proposti dalla nuova riforma (il testo non è chiarissimo in merito).

Infine, con la nuova Costituzione il sistema subirebbe un accentramento dei poteri nelle mani del governo e del suo capo, il Presidente del Consiglio, venendo a mancare il contrappeso del potere di un Parlamento bicamerale.

Ad onor del vero, guardando ai freddi numeri, l’organizzazione Openopolis ha calcolato che i disegni di legge sottoposti al cosiddetto "ping pong" parlamentare siano in realtà una sparuta minoranza: circa il 20%, 1 su 5. E che spesso il bicameralismo ha salvato diverse volte il governo da errori contenuti nei testi. Inoltre il risparmio economico non sarebbe quello sponsorizzato dal governo di quasi 500 milioni di euro l’anno, ma solo di 50: dieci volte meno, al prezzo però di rinunciare all’elezione dei senatori. Un'inezia, se paragonato ai 64 milioni di euro al giorno impiegati dallo Stato italiano in spese militari.

Strategie politiche fallaci, e l'incubo del giorno dopo

Il fronte del tuttavia può vantare un carico da undici: quello del governo, che si spende ormai a tempo pieno per portare avanti le ragioni del Sì. La cadenza delle apparizioni televisive del presidente Renzi e dei ministri è impressionante, 71 comizi in un mese e mezzo, una media di due al giorno: «Nemmeno Che Guevara s'è fatto 'sto culo per liberare Cuba» (cit. Maurizio Crozza). Ma la campagna del governo non si ferma a tv ed annunci. Nelle ultime settimane, Renzi inviato una lettera firmata di suo pugno a tutti gli italiani residenti all’estero, per convincerli della bontà delle ragioni del Sì, e sarà inviato un opuscolo a tutte le famiglie italiane dal nome abbastanza emblematico: "SÌ cambia". Senza dimenticare tutte le previsioni di apocalisse evocate in caso di vittoria del No da esponenti del governo e supporter vari.

Ma ecco l’errore principe di Renzi e dell’intera campagna: «Se la riforma non passa mi dimetto». Lo scopo era forse quello di "metterci la faccia", ma finì inevitabilmente per spostare l’attenzione dal merito della riforma alle sorti del governo. In altre parole, votare No avrebbe significato mandare il governo a casa. Equazione immediatamente colta da tutte le opposizioni, che si schierano compatte sul fronte del No. Resosi conto della portata dell'errore, Renzi in estate ritira tutto: niente dimissioni in caso di vittoria del No, si va avanti. O almeno fino a quando si rende conto che la minaccia della caduta di governo può potenzialmente essere utilizzata a suo vantaggio, essendo il fronte del No composto da posizioni variegate e spesso inconciliabili (dalla minoranza PD al M5S, passando per Lega Nord e Forza Italia): «Se perdo il referendum questo governo cade. Immaginate lo spettacolo il 5 dicembre: Grillo, Salvini, D’Alema e Berlusconi che devono accordarsi».

La  personalizzazione del referendum ha prodotto di fatto un effetto indesiderato: molti italiani non voteranno nel merito della riforma, ma giudicheranno l’operato del governo. Il 56% degli italiani voterà trasversalmente pro o contro Renzi, invece che sulla riforma. Il ché, insieme ad un numero record di indecisi (12 milioni) sul cosa votare o sul se astenersi o meno, rende il risultato elettorale imprevedibile.

La questione, in fondo, è sempre la stessa: votare o lasciare che il futuro venga deciso da qualcun altro. Ed il 4 dicembre è alle porte: che lo spettacolo (o il dramma italiano, dipende dai punti di vista) inizi.