Il potere degli #hashtag

Articolo pubblicato il 22 novembre 2016
Articolo pubblicato il 22 novembre 2016

Gli hashtag non servono più solo per raggruppare i tweet. Il popolo del web li usa per organizzare proteste. In molti, però, si chiedono quale sia il loro reale impatto. Ma quali sono stati gli hashtag più famosi ed efficaci?

Passi lenti, uno dietro l'altro. Cammino lungo la via principale di Cracovia con mia nonna sotto braccio. A ogni passo che fa con la gamba sinistra, ormai vecchia e dolorante, mi tira giù il braccio. I suoi passi si fanno sempre più piccoli man mano che camminiamo, e camminiamo per più di un'ora. Ha 87 anni, lei se lo può permettere di essere stanca. Ci sorpassano in tanti, hanno tutti delle bandiere o degli striscioni in mano, urlano e cantano. Siamo nel bel mezzo di una manifestazione. Migliaia di persone a Cracovia manifestano contro le restrizioni ai diritti e gli emendamenti alla Costituzione. E mia nonna ne ha di storie da raccontare sul suo passato da opposizionista: ha iniziato come partigiana durante la Seconda Guerra Mondiale. Poi, durante la polonia comunista, era un membro attivo di Solidarnosc. E infine, nel giugno 2016, è scesa in piazza a manifestare contro gli ultimi cambiamenti restrittivi delle libertà delle donne annunciati dal governo polacco.

Sono passati sei mesi, siamo al telefono. Parliamo della mia vita parigina e delle manifestazioni in Polonia contro l'irrigidimento delle leggi sull'aborto. «Che peccato che tu non possa partecipare» dice mia nonna, con un sospiro.

«Ma certo che ho partecipato!» le dissi io, anche se sapevo che diceva così non a causa della mia assenza, ma perché da quando me sono andata da Cracovia lei si sente sola. Le ho raccontato della foto che abbiamo fatto nell'ufficio di Cafébabel, dei tweet che ho scritto, e di tutti i post che ogni giorno vedevo su Facebook.

"Nell'era digitale sembra facile fare la differenza"

Gli hashtag sono diventati un vero e proprio mezzo per esprimere il malcontento individuale o il proprio impegno verso una causa. Questo piccolo simbolo, che originariamente serviva a raggruppare i tweet per argomento, ha rafforzato il suo potere: in pochi minuti le voci di malcontento o dissenso dei singoli possono trasformarsi in un'enorme ondata di voci che manifestano il loro assoluto disaccordo. Grazie agli hashtag il popolo del web fa sentire la propria voce. E molto spesso gli utenti organizzano una resistenza che non può essere ignorata. Gli hashtag possono essere paragonati alle proteste, con la sola differenza che sono più veloci, difficili da prevedere e hanno una portata più vasta. Ma il vero vantaggio è che, anche se queste proteste possono arrivare in tutto il mondo, chi partecipa non è costretto a muoversi da casa. L'attivismo politico portato avanti da un luogo sicuro, come casa propria, è utile soprattutto in quei Paesi in cui i regimi autoritari hanno proibito le proteste. Le Primavere Arabe, per esempio, sono un ottimo esempio di rivoluzione online. Gli attivisti nei Paesi arabi raggruppavano tutte le informazioni con l'hashtag #Jan25. Ma in Europa Twitter viene usato anche per fare comunicazioni politiche. Dopo la Brexit, gli utenti hanno rassicurato gli stranieri che vivono e lavorano in Gran Bretagna con l'hashtag #LondonIsOpen, ribadendo che Londra sarebbe felice se rimanessero. L'Europa ha comunicato il suo supporto ai rifugiati con lo slogan #refugeeswelcome. In Spagna i giovani costretti a lasciare un Paese vittima delle misure di austerità hanno scelto di camminare a testa alta, dichiarando che #NoNosVamosNosEcha (non abbiamo deciso noi di andarcene, ci avete obbligato voi, ndr). E #JeSuisCharlie è stato il simbolo di potere e di solidarietà dopo gli attacchi terroristici negli uffici del giornale francese Charlie Hebdo, nel novembre 2015. «Nell'era digitale sembra facile fare la differenza» sostiene Rosalie Tostevin in un articolo su The Guardian. Ma secondo lei non c'è nulla di positivo nel termine "attivisti da poltrona". È questo il punto di partenza della sua critica. «Il vostro contribuito riesce ad andare oltre a un click?» chiede, puntando il dito contro il divario tra l'attivismo nel mondo virtuale e la devozione alle cause della vita reale.  La campagna #BringBackOurGirls è un esempio vecchio, ma ancora molto efficace, di come l'attivismo, anche se arriva lontano, può non avere successo. Questa campagna ha attirato l'attenzione del mondo intero sul destino di 276 studentesse nigeriane che vennero catturate dal gruppo islamico Boko Haram, e senza quell'hashtag sarebbe passato in secondo piano. Nonostante il suo successo virale, la maggior parte delle ragazze sono ancora tenute prigioniere

Attivismo o Trascurativismo?

Critici come Michael Flood prendono come esempio queste cause quando affermano che l'attivismo non è efficace. Flood sostiene che «Il governo e le organizzazioni attiviste non hanno fatto niente per "aumentare la consapevolezza delle persone"», e definisce gli hashtag e i cortei di protesta delle forme di "trascurativismo" che sembrano "attive", ma che in realtà non hanno alcun effetto.  Un esempio ancora più efficace di una manifestazione sul web è la #CzarnyProtest che ha visto riunirsi i dimostranti polacchi contro alcune leggi restrittive contro l'aborto. L'hashtag #CzarnyProtest ha dilagato non solo sugli account twitter polacchi, ma anche su Facebook e su molti giornali internazionali, diventando così a tutti gli effetti lo slogan del movimento. Ed il successo di questa protesta venne confermato quando il governo polacco fece marcia indietro e respinse la legge. A quanto pare, in certi casi, la crescita della consapevolezza è fondamentale, e Twitter sta democratizzando questo processo. Non c'è più bisogno di litigare per la prima pagina di un giornale. Non c'è più bisogno di preoccuparsi perché un articolo è troppo lungo. Se riesci a trovare un hashtag d'effetto, 140 caratteri sono più che sufficienti per colpire. L'attivismo di Twitter è efficace soprattutto perché mette in luce il razzismo strutturale e la misoginia che spesso passa inosservata quando ci focalizziamo su casi individuali. Le donne, i rifugiati e le minoranze hanno diverse forme di resistenza online. In risposta al neo presidente eletto Donald Trump, che ha respinto le accuse di essere sessista e irrispettoso nei confronti delle donne, classificando le proprie affermazioni come "chiacchiere da spogliatoio" (come se le chiacchiere sessiste con altri uomini fossero, a prescindere, un pretesto per esserlo), la scrittrice e sceneggiatrice Kelly Oxford ha lanciato un appello alle donne di Twitter chiedendo di raccontarle la loro prima molestia sessuale. Nel 2013 la Germania creò l'hasthag #Aufschrei (urlo, ndr) in risposta a dei commenti inappropriati di Rainer Brüderle, un membro del Partito Democratico Libero (FDP), ed ancora oggi viene usato per sottolineare qualsiasi tipo di sessismo sovversivo. 

Mia nonna, però, non riesce a comprenderlo. Non ha neanche un computer, e ovviamente non sa cosa siano Twitter e le petizioni online. Ma l'attivismo online è la continuazione di quelle tradizioni di protesta a cui in passato aveva partecipato anche lei. E la foto che abbiamo fatto in ufficio le è piaciuta molto.