Il posteggiatore abusivo spiegato a un danese

Articolo pubblicato il 09 febbraio 2015
Articolo pubblicato il 09 febbraio 2015

Una storia di fantasia ma assolutamente verosimile per spiegare a una cultura completamente diversa un fenomeno sociale e antropologico del Meridione. 

Un giorno ho deciso di fare il turista nella mia città. Mentre ero assorto nella contemplazione dell’arabo normanno, l’immersione nel cuore panormita ha stimolato la mia curiosità. Osservavo il “trafico” e il “tracchiggio” del posteggiatore titolare della zona.

Demiurgo, factotum, amico, uomo di mondo, custode di ogni mattinata, il posteggiatore riesce a trovare le geometrie giuste per far quadrare il suo spazio e ottimizzare ogni centimetro a sua disposizione per le automobili. È davvero curioso osservare il comportamento dei passanti o degli sventurati che cercano un posteggio nella Palermo caotica immersa nel traffico. Sembrano tante formiche impazzite in un formicaio anarchico. C’è solo un’autorità, un’istituzione, lui, il posteggiatore abusivo. Molti gli offriranno un “caffè” per questo servizio che con dedizione e gentilezza, qualcuno direbbe savoir faire, il buon uomo rende alla comunità. Qualcuno diventa persino cliente affezionato, per altri comunque rappresenta un mediatore, un pozzo di saggezza popolare offerto dalla sapienza della strada. Il popolo vero e genuino.

Papà chi è quell'uomo?

Ho immaginato allora che in questo momento di routine quotidiana passasse un turista danese con la sua famiglia e che il figlio gli chiedesse chi fosse quell’uomo di strada con quel cappello rovinato, una canottiera sudicia, sigarette, marsupio e un immancabile fischietto. Che fa quel buon uomo che, nel bel mezzo di una torrida giornata d’agosto, aiuta il prossimo chiedendo un caffè in cambio?

Il padre sorride, tipico comportamento nordico e gioviale di chi non capisce e non sa cosa rispondere. Anche lui in effetti non sa spiegare al figlio di 10 anni quel singolare fenomeno. “Sono uomini che fanno volontariato”, se la cava così. Poi incrocia il mio sguardo con un sorriso complice, che in realtà sembra chiedere spiegazione. Io intuisco la sua richiesta e mi avventuro nella conversazione tentando di svelare l’arcano.

Quello è un uomo che offre il suo 'servizio' e la sua protezione in cambio di un caffè”. Il turista danese accetta la spiegazione e pensa che quei bravi ragazzi siano una sorta di volontari della sicurezza della comunità, tipo gli angeli della strada che aiutano le forze di polizia in caso di furto d’auto, o la nonnina in difficoltà che attraversa la strada. Del resto, lo stereotipo di Palermo è la triste storia della sua criminalità (parte nella mente la musica del Padrino). “Che gentile! Si tratta proprio di volontariato. In cambio chiede ad ognuno un caffè? Chissà quanti ne avrà bevuti, dovrà essere un po’ nervoso!”, esclama il nostro Jens Madsen. 

No”, rispondo io, “diventa nervoso, quando qualcuno non gli offre il caffè o le sigarette. In realtà protegge le auto degli altri da…”. A questo punto mi rendo conto che ci divide un oceano culturale, “…da, se stesso!” Il danese ci rimane di stucco, adesso ha capito. Non ha studiato diritto penale, ma conosce bene la parola estorsione. È incredulo e interdetto allo stesso tempo. Nella sua vita non aveva mai visto o sentito parlare di un posto dove un cittadino è pagato per proteggere i beni di un altro uomo, non da terzi, ma da se stesso. Poi si ferma, forse riflette. Forse pensa a un posteggiatore nella sua Copenaghen, ma gli sfugge sempre un punto. Perché i passanti non chiamano la polizia o semplicemente ignorano il posteggiatore? A Copenaghen sarebbe così. Allora mi pone la domanda che mi aspettavo.

Perché i passanti gli offrono il caffè? Perché invece non chiamano la polizia?”. La domanda di Jens è ingenua ma in realtà perfettamente razionale. 

E qui arriva la parte più difficile per me. “La polizia li conosce tutti, forse li saluta pure per nome, se dovesse occuparsi del problema forse ci vorrebbe un corpo speciale solo per i posteggiatori”.

E la gente? Perché continua a pagare? Quanti caffè dovete offrire per posteggiare la vostra auto?”, chiede incredulo. 

Tanti quanti sono i buchi nella nostra coscienza. Sono di quelle malsane abitudini che non ti scrolli di dosso”.

Il Danese si ferma. Forse non capisce. Forse pensa a questo tipo di business nella sua Copenaghen. Non funzionerebbe. Prima di chiamare la polizia quel buffo posteggiatore sarebbe ignorato come un pazzo. “Non capisco”, mi dice.

In realtà non capiscono neanche i siciliani. Però è più forte di loro, hanno bisogno di protezione da 2000 anni. L’hanno chiesta a genti venute da lontano che parlavano tante lingue del mondo. Se per un attimo smettessero di offrire caffè ed alzassero la testa, il posteggiatore dovrebbe trovarsi un altro lavoro. Invece resta lì, il mestiere si tramanda di padre in figlio e il business si espande all’estero, viene esportato dove le menti umane sono fertili alla rassegnazione atavica e all’abitudine.”

E poi da queste parti si sa, un buon caffè non si nega a nessuno.