Il Portogallo europeo, esempio di una democratizzazione riuscita

Articolo pubblicato il 02 febbraio 2003
Pubblicato dalla community
Articolo pubblicato il 02 febbraio 2003

Attenzione, questo articolo non è stato ancora editato, né pubblicato in alcun gruppo

Un’analisi del ruolo che l’Europa ha sostenuto nel processo di democratizzazione del Portogallo. E le lezioni da trarne per l’integrazione dei nuovi membri.

L’interesse di un’analisi dei processi di democratizzazione

L’allargamento dell’Unione Europea a dieci nuovi paesi nel 2004, la futura ammissione della Bulgaria, della Romania, la probabile entrata della Turchia e dei paesi balcanici in un futuro incerto rappresentano altrettanti interrogativi per i cittadini europei. Tali questioni girano intorno a concetti come l’essenza, l’identità, le frontiere dell’Europa, il carattere universale di certi valori, la compatibilità del sistema democratico con le specifiche società, ecc.. In questo campo, un dibattito di idee sincere ed aperto, tale da permettere di chiarificare le cose, si fa sempre aspettare. Nella credenza che questa discussione si riferisca solamente alla Turchia, a causa della sua popolazione a maggioranza islamica e la sua situazione geografica particolare, si dimentica talvolta che l’adesione all’Unione è per se stessa un passo fondamentale per il consolidamento della democrazia e dello stato di diritto in seno ai nuovi membri. L’esempio del Portogallo è sotto questo profilo un precedente interessante, di cui si ricorderà la transizione democratica e gli effetti che ha avuto su di essa l’integrazione europea. In effetti questo Stato presenta diverse specificità che possono servire al tempo stesso come modello per i nuovi paesi ammessi, e per prevenire i pericoli di un’integrazione talvolta mal considerata.

La fine del dittatura “salazarista” e la libera scelta dell’integrazione europea

La fine di più di 40 anni di dittatura dell’“Estado Novo” e di un Portogallo orientato verso le sue colonie ed isolato dal resto dell’Europa, sebbene frutto di una rivoluzione pacifica, (le Forze Armate furono sostenute dalla popolazione fin dalle prime ore del 25 aprile 1974), ha sconvolto il paese, opponendo differenti tendenze politiche. Da un lato, le correnti isolazioniste difendevano un Portogallo confederato con le sue colonie, un Portogallo diretto da un’autocrazia militare o ancora un Portogallo di stampo sovietico e di dittatura del proletariato, (obiettivo del Partito Comunista portoghese e delle diverse forze di estrema sinistra). Dall’altro, le forze politiche moderate proponevano un avvenire democratico rappresentativo, in una cornice liberale, più o meno socialista. Questa ultima tendenza era costituita da una corrente pro-europea e da una corrente di tendenza neutra e “atlantica”.

Sebbene l’esercito abbia provato ad istituzionalizzarsi, affermandosi come attore principale nel sistema politico post-rivoluzionario, le elezioni per l’Assemblea Costituente del 25 aprile 1975, stabilirono un regime democratico. I partiti moderati come il Partito Socialista, (la sinistra), ed il PPD, (oggi PSD, centro-destra) raccolsero rispettivamente il 38% e il 27% dei voti, contro il 13% del Partito Comunista ed il 7% di voti bianchi, in risposta all’appello dei militari del MFA - Movimento delle Forze Armate – a boicottare l’elezione.

Il paese attraversò allora una grave crisi politica nel periodo post-rivoluzionario, frutto di una costante instabilità governativa e delle azioni condotte dai movimenti radicali di sinistra e di destra. Questi ultimi, con l’“alleanza” dei frequenti scioperi, delle nazionalizzazioni forzate e del peso supplementare di 900.000 soldati e coloni portoghesi di ritorno dalle colonie africane, ebbero degli effetti esplosivi sulla fragile economia nazionale. Nel 1976 l’inflazione raggiunse il 26%, il deficit della bilancia commerciale si accentuò, con un copertura delle importazioni per le esportazioni del 50% ed una disoccupazione tale da affliggere tutti i settori e e tutte le regioni del paese. In questo contesto agitato, e dopo i risultati elettorali favorevoli ai partiti moderati del centro, partigiani dell’integrazione europea, Mario Soares, nel 1977, presentò la domanda portoghese di ingresso nel Mercato Comune. Meno di dieci anni più tardi, il 1 gennaio 1986, l’integrazione effettiva del Portogallo nella Comunità Europea diventava realtà.

L’esempio portoghese: elementi da tenere da conto per l’allargamento dell’UE

Negli anni ‘80, l’integrazione europea era ancora al suo stadio embrionale. Tuttavia, un primo avvenimento decisivo fu il non intervento delle istituzioni dell’UE nel processo di scelta che il Portogallo ha vissuto nella fine degli anni 70. Occorre così sottolineare l’importanza dell’autonomia nazionale in questo campo, senza interventi né pressioni esterne, così come il pericolo di un atteggiamento di pseudo-superiorità e di arroganza dell’UE verso gli Stati candidati.

La democratizzazione è sempre un meccanismo di grande instabilità, tale da sconvolgere le istituzioni e le pratiche autocratiche tradizionali. I modelli proposti sono differenti e la popolazione, dopo un lungo periodo di repressione, si attiva attraverso costanti agitazioni sociali. Questo contesto dovrà esser preso in considerazione da un UE che agisca con un grande senso diplomatico e nel rispetto della volontà democratica dei popoli. Dall’altro lato, per i paesi candidati, l’ammissione all’UE rappresenta necessariamente una mutazione di concetti come quello di sovranità e dell’“immaginario nazionale”. L’integrazione è un progetto ed un “lavoro di gruppo”, implicando diritti e benefici, ma anche doveri, costi ed una costante ricerca del compromesso.

In questa cornice, conviene anche scomporre i miti che si costruiscono intorno ad ogni nuova candidatura. Nel 1986 con l’ammissione portoghese e spagnola, si rievocava già nei paesi del nord dell’Europa la “minaccia di un’ondata migratoria”, un argomento riutilizzato da gli scettici dell’allargamento attuale. In effetti, migliaia di portoghesi sono emigrati verso l’Europa del nord senza minacciare mai le popolazioni locali. La loro integrazione è considerata oggi largamente riuscita. L’ammissione dei paesi più poveri nell’UE non rappresenta inoltre, necessariamente un’emigrazione massiccia verso i membri più prosperi. Con l’integrazione, si produrrà una stabilità politica in seno ai paesi ammessi, permettendo loro di prosperare, col che diminuirà il peso dell’emigrazione. Si ricorda in questo contesto il caso portoghese che nel 1997, con una crescita del 4% del PIL, un tasso di disoccupazione al di sotto del 5% e un deficit pubblico del 2,3% del PIL, appariva come un “buon alunno” della classe europea. In conseguenza di ciò, l’emigrazione portoghese è oggi residua.

Parimenti, i nuovi paesi membri dell’UE devono tenere in conto i diversi pericoli che possono porsi nei primi 20 anni dell’integrazione. Nel 1997 il Portogallo beneficiava di uno dei migliori tassi di crescita dell’Unione. Oggi, lo scivolone del deficit pubblico, (sotto il 4% del PIL), ed una crescita stimata allo 0,5% per il 2002, lasciano intravedere che il Portogallo ha commesso gravi errori nel suo processo di integrazione. La cattiva applicazione degli aiuti strutturali europei durante l’ultimo decennio prende corpo oggi in una rete di trasporti non compatibile con gli obiettivi economici, un sistema educativo recentemente considerato da uno studio dell’OSCE come uno di peggiori dei paesi industrializzati, ed in una produttività tra le più basse dell’UE. Infine, i servizi, ed il settore industriale (in cui viene adoperata rispettivamente il 55% e il 31% della popolazione attiva) saranno probabilmente resi più fragili da un allargamento dell’UE verso l’est, suscettibile di offrire alle imprese e alle industrie una manodopera più specializzata e meno costosa. Dopo aver finito con successo la sua democratizzazione, il Portogallo è oggi difronte ad una scommessa con la quale si erano confrontate Francia e Germania nel 1986: il necessario adattamento economico nazionale alle nuove sfide di una Europa allargata.