Il populismo ha perso in Austria, ma non in Europa

Articolo pubblicato il 25 maggio 2016
Articolo pubblicato il 25 maggio 2016

(Opinione) Al termine di un secondo turno molto combattuto il candidato verde Alexander Van der Bellen viene eletto presidente della Repubblica d'Austria di fronte al candidato di estrema destra Norbert Hofer. Nonostante il risultato tuttavia queste elezioni rappresentano una nuova conferma della crescita del populismo il Europa.

«Fin da quando ero piccolo ho imparato che siamo tutti diversi, ma che possiamo vivere insieme nel rispetto reciproco». Con queste parole si annuncia il neo presidente austriaco Alexander Van der Bellen il 23 maggio 2016, la sera stessa della sua elezione.  Dopo uno scrutinio, il cui risultato era incerto fino all'ultimo,  l'ex leader dei Verdi (Die Grünen) si è infine imposto sul candidato del Partito della Libertà Austriaco (Freiheitliche Partei Österreichs - FPÖ) con solo 31.000 voti di differenza. L'Unione Europea può tirare un sospiro di sollievo: l'Austria non avrà un Capo di Stato di estrema destra. Nonostante infatti la carica del Presidente della Repubblica abbia poteri limitati, l'elezione di un populista avrebbe comunque avuto un forte impatto simbolico. Non bisogna dimenticare tuttavia che il cadidato del FPÖ Norbert Hofer ha raccolto un terzo dei suffragi al primo turno ed il 49,7% delle preferenze al secondo. Questo quadro politico è lo specchio dell'Europa di oggi: uno scenario nel quale il populismo è in continua ascesa e tende ad imporsi sulla scena politica.

L'estrema destra in Europa corre

Se si tiene in conto il fatto che l'Unione Europea e la maggior parte dei suoi stati membri si trovano nella situazione di dover far fronte ad una crisi economica e migratoria senza precedenti, si capisce il motivo per cui i partiti di estrema destra, gli euroscettici e quelli contro l'immigrazione si siano fatti strada nei vari ambienti politici nazionali. E per rendersene conto basta dare un'occhiata alle elezioni europee del 2014: Su 28 paesi membri, in quattro di essi i partiti euroscettici hanno avuto successo: Francia (Front National, FN), Regno Unito (United Kingdom Independence Party, Partito per l'Indipendenza del Regno Unito, UKIP), Belgio (Nieuw-Vlaamse Alliantie, Alleanza Neo Fiamminga, N-VA) e Danimarca (Dansk Folkeparti - Partito del Popolo Danese, DF). Considerando il peso politico e simbolico di questi paesi,  soprattutto di Francia e Regno Unito, si capisce che tali risultati non sono affatto insignificanti. Anche in altri paesi europei però i partiti euroscettici e di estrema destra hanno ottenuto un buon risultato nel 2014. Basti pensare ai Paesi Bassi, dove il Partij voor de Vrijheid (Partito della libertà, PVV) è arrivato secondo, o alla Finlandia con il Perussuomalaiset (Veri Finlandesi, PS) in terza posizione, o ancora l'Ungheria, dove Jobbik (Movimento per un'Ungheria migliore) ha ottenuto il secondo posto dietro Fidesz (Unione civica ungherese).

Tale tendenza si riscontra ampiamente anche in altri Stati europei durante le elezioni nazionali. Tuttavia l'esempio dell'Austria è sorprendente proprio perchè il candidato di estrema destra ha ottenuto fin dal primo turno il 36,4% dei voti, dando uno smacco agli altri candidati e facendo del FPÖ il primo partito del paese. Nemmeno la Germania è stata risparmiata dall'onda nazionalista, dove Alternative für Deutschland (Alternativa per la Germania, AFD) ha ottenuto nel marzo scorso il 24% dei voti durante le elezioni regionali nel Land Sassonia-Anhalt. Ma se nei due esempi precedenti gli eletti di estrema destra non partecipano alla coalizione di governo e il loro ruolo resta in fin dei conti marginale, non si può dire lo stesso per altri paesi europei. In Finlandia il partito dei Veri Finlandesi, secondo alle elezioni legislative dell'aprile 2015, fa parte della coalizione di governo. Infatti il Ministro degli esteri, Timo Soini, viene proprio da questa formazione politica. Fino a questo momento alcuni paesi sono tuttavia riusciti ad arginare  quest'ondata di estrema destra, sia per ragioni storiche, culturali o sociali. Uno di questi è appunto la Spagna, dove i partiti populisti sono praticamente inesistenti ed hanno ottenuto risultati insignificanti alle ultime elezioni legislative nel dicembre 2015 (meno dello 0,05%). Stessa situazione si riscontra in Portogallo Irlanda, dove la scena politica è ancora dominata dai partiti "tradizionali".

Idee nazionaliste e conservatrici nell'aria

Ma se a fare impressione sono soprattutto i paesi nei quali i partiti populisti ottengono numerosi consensi, questo non impedisce che numerosi governi si avvicinino verso posizioni di estrema destra facendo la corte a certe retoriche populiste. Uno degli esempi più lampanti in proposito è quello del primo ministro ungherese, Viktor Orbán, divenuto famoso nel continente per via delle sue aspre dichiarazioni sull'Unione Europea e per la sua discutibile politica migratoria. Perfino Jobbik, il potente partito ungherese di estrema destra, sostiene il governo su queste posizioni. Si può anche prendere come esempio il primo ministro slovacco, Robert Fico, o gli ultimi sviluppi politici in Polonia con l'ascesa al potere del partito Prawo i Sprawiedliwość  (Diritto e Giustizia, PiS) nell'ottobre 2015.

In definitiva non c'è molto di cui esultare. Benchè la vittoria sull'estrema destra sia un evento quasi inatteso, visti i risultati del primo turno, è d'obbligo farsi due domande sulle ragioni per cui così tanti elettori aderiscano alle idee del FPÖ. Bisognerà tenere  d'occhio le prossime scadenze nel calendario europeo, come il referendum sulla Brexit il prossimo mese o le elezioni presidenziali francesi nel 2017. I sondaggi attribuiscono fin da ora, se non una vittoria, sicuramente una buona percentuale di voti ai populisti. Staremo a vedere.