Il Politecnico di Torino impone l'inglese e tassa l'italiano

Articolo pubblicato il 12 novembre 2007
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Articolo pubblicato il 12 novembre 2007
Cari amici Stando a questo articolo apparso a giugno sul La Stampa e a questo articolo apparso sul Messaggero.it, quello che accade al Politecnico di Torino ha dello scandaloso. Il Politecnico da quest’anno ha attivato delle lauree di primo livello tenute interamente e esclusivamente in lingua inglese sopprimendo alcune lauree in lingua italiana.
Il corso in inglese di ingegneria tessile nella sede di Biella è stata creato sostituendo e sopprimendo il precedente percorso di laurea in italiano (così nel 2006/07, così nel 2007/08). Nella sede di Vercelli, invece, i percorsi in ingegneria elettronica e informatica sono stati fusi in un unico percorso interamente e esclusivamente in lingua inglese, tranne per il primo anno durante il quale è ammesso seguire i corsi in lingua italiana. A partire dal secondo anno, tuttavia, l’uso della lingua inglese è esclusivo. Questo già sarebbe sufficiente per gridare allo scandalo. Ma c'è di più. Per queste due lauree e anche per i vari percorsi di laurea di primo livello impartiti a scelta per il primo anno in inglese o in italiano a Torino, "il Politecnico intende incentivare gli studenti italiani che sceglieranno di frequentare corsi della laurea triennale offerti parzialmente o totalmente in lingua inglese non prevedendo per essi il pagamento delle tasse per il primo anno" (1500 euro). Quindi le matricole italiane che sceglieranno i corsi di laurea in inglese non pagheranno le tasse universitarie, mentre coloro che vogliono laurearsi in italiano pagheranno per intero le tasse. Tutto questo trova conferma nella guida allo studente del Politecnico - in particolare pagina 4, da cui è tratta la citazione sopra, e alle pagine 18 e 31 in basso.

Sono necessarie quindi alcune considerazioni:

1. L’esperimento del Politecnico di Torino di non far pagare le tasse per le matricole italiane che scelgono i corsi in inglese è una pura discriminazione linguistica, assolutamente ingiustificata. E questo per due motivi. Primo: per quale motivo uno deve essere tassato se vuole studiare in italiano mentre uno che studia in inglese no? Questa è un'umiliazione! Rendiamoci conto che i genitori degli studenti che parlano solo italiano (o magari anche tedesco e russo, ma non l'inglese) devono pagare le tasse per due, ovvero anche per quelli che studiano in inglese e non le pagano. È giusto? Secondo: si tratta di un'aperta violazione del diritto comunitario. I cittadini europei devono essere trattati da uguali. Se non si fanno pagare le tasse agli italiani che scelgono i corsi in inglese (cosa vergognosa), neppure gli studenti comunitari le dovrebbero pagare. La Corte di giustizia europea dichiarerebbe illegale il provvedimento del Politecnico per entrambi i motivi.

In generale, è il processo stesso di internazionalizzazione, rispetto al quale, a certe condizioni, sono favorevole, che è stato condotto in modo sbagliato. Il processo di armonizzazione fra sistemi universitari europei, detto "riforma di Bologna", non ha assolutamente preso in considerazione la dimensione linguistica e questo sta di fatto favorendo e accelerando un insieme contraddittorio di politiche linguistiche, fra cui quella assurda adottata dal Politecnico di Torino.

Analizziamo alcuni aspetti:

2. Meno libertà di scelta. Questa internazionalizzazione è in realtà un’anglofonizzazione graduale a senso unico che impoverisce linguisticamente il sistema universitario nel suo complesso: prima si studiava in italiano e si imparava la terminologia in inglese. Oggi si studia direttamente in inglese senza imparare la terminologia italiana (come a Biella). Un sano processo di internazionalizzazione dovrebbe aumentare e non diminuire la diversità linguistica e la libertà di scelta. Contrariamente a quanto sostiene Alessia Manfredi su Repubblica, l'internazionalizzazione delle università italiane, per come sta avvenendo, può finire per limitare la libertà di scelta, perché sopprime i percorsi in italiano e li sostituisce con quelli in inglese (questo è vero in particolar modo per le lauree specialistiche). Così mentre prima un ragazzo europeo poteva scegliere se studiare in italiano (per esempio, a Biella) o in inglese (per esempio, a Dublino), oggi è sempre più costretto a studiare solo in inglese ovunque egli sia. La politica di "anglofonizzazione" di Biella e Vercelli peraltro desta ancora più perplessità dato che il Politecnico stesso prevede anche degli interessantissimi programmi congiunti, fra gli altri, con Barcellona, Parigi e Athlone (Irlanda), dove si insegna sia in italiano sia in spagnolo (o francese o inglese). Questi sono programmi transnazionali che sono certamente da approvare. Perché allora non pigiare l'acceleratore su questi programmi plurilingui invece di impoverire il sistema con percorsi solo in inglese?

3. Disagi nel mondo del lavoro. Di solito si dice che impartire i programmi in inglese mette i ragazzi in grado di abituarsi ad un sistema competitivo che rende gli studenti da subito in grado di essere spendibili in un ambiente di lavoro plurilingue. Ma, per come stanno andando le cose, spesso è esattamente il contrario. La politica linguistica di anglofonizzazione prepara a lavorare in un ambiente monolingue, non plurilingue. Si consideri che gli ingegneri italiani che studieranno solo in inglese a fine percorso non avranno le competenze linguistiche tecniche per lavorare sul territorio italiano, per parlare e farsi capire dai periti tecnici, dagli assessori e dai comuni cittadini e dagli operai albanesi e rumeni, e che quindi si subiranno dei disagi nel mondo del lavoro nazionale.

4. Un'ingiustizia sociale. Che ne è poi di quelli che non possono più scegliere di laurearsi in italiano nella facoltà scelta? Per un indiano e un cinese che vengono (che sono e saranno presumibilmente molto pochi in percentuale), ci sono centinaia di studenti italiani esclusi, costretti a studiare in una lingua che non è la loro magari fin dalla triennale, privati del diritto di acquisire conoscenza nella loro lingua nel loro paese, costretti a spostarsi di città per trovare una laurea in italiano, sostenendo dei costi extra derivanti dalle spese di vitto e alloggio. È giusto questo?

Più in generale, sulla cosiddetta "internazionalizzazione":

5. Casi paradossali. Ci si potrebbe poi porre una domanda: Se l’insegnante è italofono, la grande maggioranza degli studenti anche, ma ci sono due pakistani e un bielorusso, ha veramente senso impartire corsi solo in inglese? Se si vuole tanto avere un pakistano in più, non conviene insegnargli l’italiano? Non sarebbe razionale introdurre almeno delle quote, che ne so, se non ci sono almeno il 50% di studenti stranieri (che non sanno l'italiano) il corso si fa in lingua italiana? Teniamo presente poi che esistono diversi studenti stranieri, croati, sloveni, ecc. che l'italiano lo sanno già perché l'hanno studiato a scuola.

6. Un miraggio irrealizzabile. Non è pensabile che tutte le università italiane possano diventare come il MIT. Una, forse due, possono essere veramente competitive a livello internazionale. Ma certamente non tutte. La maggior parte delle università continuerà a fornire formazione a un pubblico prevalentemente o esclusivamente italiano. Ma perché allora non prenderne atto e razionalizzare i percorsi in inglese, invece di moltiplicarli senza nessun criterio? Ormai per un'università avere dei corsi in inglese è come la moda di attribuire lauree honoris causa, cioè solo un mezzo per farsi pubblicità. Forse è questa una delle chiavi per capire il processo in atto.

Per ora delle iniziative di protesta contro la discriminazione linguistica sono state intraprese dall'associazione "centopercentoitaliano".