Il Pasolini straniero di Abel Ferrara

Articolo pubblicato il 13 gennaio 2015
Articolo pubblicato il 13 gennaio 2015

Pasolini, l'ultimo attesissimo film di Abel Ferrara, racconta con sincera determinazione l'ultimo giorno di vita dell'intellettuale italiano, ma si perde nel suo stesso artificio.

Dopo tre anni di assenza dal grande schermo, Abel Ferrara (Il cattivo tenente, The King of New York tra gli altri) torna con un omaggio a Pier Paolo Pasolini, un breve biopic uscito in occasione del quarantesimo anniversario della morte del poeta. Il motivo non sorprende : il regista newyorkese è di origini italiane (il nonno era un emigrato campano), vive da anni a Roma, si dichiara discepolo di PPP e ama da sempre le storie ambigue, i personaggi che danno scandalo, il tema del delitto, della violenza e delle oscillazioni della moralità. E, si sa, l’immagine di Pasolini è permeata da tutto ciò. Ma cosa offre al pubblico Ferrara attraverso questa sfida?

Maschere spettrali: il fantasma americano dello scrittore 

Il risultato è pressoché un ritratto bozzettistico. Willem Dafoe è bravo a fornire la maschera, la somiglianza somatica è lampante, ma l’attore americano nonostante gli sforzi rimane un corpo senza’anima. Il suo Pasolini è un cadavere molto prima del tragico finale. Manca lo spirito accattivante e carismatico, la dolcezza, l’esitazione, l’orgoglio del vero Pier Paolo. La scelta infelice del bilinguismo dà vita inoltre a scenette farsesche : tutti gli attori italiani si esprimono in italiano tra di loro e in inglese con il solo Pasolini/Dafoe, il quale passa non tanto agilmente dal suo american english a qualche frasetta circostanziale nel suo american italian. Un’isteria fastidiosa per un personaggio che dovrebbe essere totalmente immerso nella realtà circostante. Lo spettatore è spaesato e ugualmente il protagonista : Pasolini diventa, effettivamente, straniero. Un fantasma americano dello scrittore. E quasi “spettrali” sono anche tutti gli altri elementi, dai dialoghi vuoti e forzati in inglese - che sembrano solo servire a dare risalto a tutti i nomi italiani pronunciati - ai personaggi secondari macchiettistici, dalla cornice romana artificiale agli episodi narrativi fuori posto.

In generale, il modello biopic firmato Ferrara cerca di incrociare un documentarismo troppo citazionista e una finzione troppo visionaria. Anche sorvolando sull’azzardata messa in scena finale dell’assassinio, che qui è fatto derivare solo dagli insulti contro l’omosessualità (mentre invece non si sa ancor bene come sia andata veramente), quello che colpisce è la realizzazione inedita di stralci dei progetti incompiuti: l’ultimo libro Petrolio e l’ultimo film Porno-Teo-Kolossal. Ferrara immagina alcune sequenze di queste due opere, facendo il verso allo stile dell’ultimo Pasolini tendente ad atmosfere stravaganti e ad un erotismo irriverente e incorporando un ormai anziano Ninetto Davoli che si presta al clin d’oeil. Siamo di fronte ad una materia ipotetica e talmente intima che, è chiaro, brucia troppo in mano ad altri. Tuttavia, le divagazioni iperboliche della mente del protagonista mirano a tradurre uno spirito inquieto, una vita che si consuma nel vagabondaggio del pensiero e del corpo. Il regista tiene molto alla rappresentazione dell’universo pasoliniano e ne enumera gli elementi più salienti e più celebri come la sua passione per la musica e per il calcio, l’amore per la madre, la sua compiaciuta alienazione dal sistema, le spietate invettive, la sessualità problematica. Dalle interviste e dai monologhi inclusi, che riprendono le vere parole dell’artista, traspaiono poi la lucida ribellione al modernismo, la voglia e l’esigenza di sperimentazione espressiva, il suo rapporto complesso con il mondo e il suo carattere profetico. Il tutto condensato nel tocco scuro, crepuscolare e aggressivo di Ferrara.

Omaggio difficile all'Italia e all'eredità pasoliniana

Come spiegato dallo stesso autore, il film è un omaggio al suo paese d’origine, “alla lingua italiana e all’Italia”, uno sguardo straniero, per quanto possa essere esterno, verso una figura dal fascino intellettuale internazionale. L’angolo scelto dell’ultimo giorno di vita di Pier Paolo nell’intimità della sua casa, dei suoi pensieri e delle sue fughe, rimane un’ottima idea e si nota anche della scrupolosità e perfino della passione, ciononostante vi è poca naturalezza, poca “verità” in questa rappresentazione troppo assorbita dalla messa in scena. Se Pasolini affermava che la morte conduce a una sorta di montaggio (cinematografico) della vita, Ferrara anticipa questo montaggio all’ultimo giorno. L’ultimo giorno di Pasolini vuole contenere tutto Pasolini, mostrarlo a credenti e profani, ma ne emerge davvero poco. Ombre che si allungano sul mondo, fantasie che si coagulano nella mente.

Segnato dall’interruzione violenta della sua vita, delle sue riflessioni e dei suoi progetti, l’ultimo periodo di Pasolini ha del resto un carattere magmatico e insondabile. Quello degli Scritti corsari, delle Lettere luterane, dell’attacco contro la “mutazione antropologica”. Difficile penetrare lo stato d’animo di un poeta, il quale, lacerato dai trentatré processi subiti, viveva il rifiuto di una società che condannava la libertà d’espressione sotto l’egida della morale borghese e di una chiusa religione dogmatizzata. “Siamo tutti in pericolo”, avvertiva. Oggi, Pasolini è diventato ai nostri occhi il simbolo di un passaggio storico complesso e problematico, una figura “non allineata” che aveva già avvertito i rischi della meccanizzazione, dello sradicamento e dell’omologazione di una società in cui non c’è spazio per la “vecchia” umanità. E in questo senso la sua voce può ancora parlarci, come monito e coscienza e, nonostante tutto, tradursi in altro cinema.

Pasolini - Il trailer