Il «no» dell’Irlanda e le elezioni europee del 2009

Articolo pubblicato il 18 settembre 2008
Articolo pubblicato il 18 settembre 2008

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La crisi irlandese può dare una spinta positiva alla politicizzazione del dibattito in vista delle prossime elezioni europee, che potrebbero trovarsi a coincidere con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona.

Quattro mesi fa il Presidente della Repubblica Ceca Václav Klaus ha assicurato in un’intervista che «il Trattato di Lisbona, rifiutato democraticamente dall’Irlanda, non può entrare in vigore», mentre il Presidente spagnolo Rodriguez Zapatero ha affermato che «l’Europa non può arrestarsi davanti al no dell’Irlanda». Queste due posizioni opposte fanno trasparire le strategie delle due tipologie di Paesi che dividono l’Unione europea su questo tema. Da un lato si trovano i paesi più piccoli, che vedono minacciato il loro peso a livello internazionale e cercano di negoziare dure contropartite contro la cessione di sovranità a un’organizzazione sovranazionale dell’Unione europea. Per questo, le argomentazioni principali, piuttosto che di principio, sono di natura materiale: l’Irlanda e Repubblica Ceca temono di perdere gli aiuti agricoli e i vantaggi fiscali. Dall’altro lato si trovano i Paesi più grandi, disposti a concedere parte della sovranità nazionale all’Unione europea per adattarsi all’economia sempre più globalizzata. Le diplomazie tedesca e spagnola hanno mostrato di non temere un’Europa a più velocità. Inoltre, mai come prima d’ora un fatto eccezionale e simbolico si fa strada in questo percorso: il Regno Unito ha iniziato il processo di ratificazione e, alla fine di giugno, la Corte Suprema non ha accolto il ricorso cittadino che pendeva sopra la mancata celebrazione di un referendum.

Il «no» dell’Irlanda può avvantaggiare la democrazia

La democrazia europea può vedersi indirettamente raff(Jubilo haku/flickr)orzata dal «no» dell’Irlanda al Trattato di Lisbona. Non è democratico che lo 0,011% degli elettori europei decida il destino di 500 milioni di cittadini. Tuttavia, è necessario analizzare le conseguenze principali di questo risultato: l’entrata in vigore del Trattato subirebbe un ritardo e, quindi, avverrebbe fra sei e nove mesi dopo la data prevista (gennaio 2009), nel cuore della campagna elettorale europea nel giugno 2009. Inoltre, il Presidente spagnolo si è dimostrato «sicuro dell’entrata in vigore nel giugno 2009».

Questa è un’ottima notizia per tre motivi. Primo, perché aiuterebbe a politicizzare le elezioni e a dare impulso al dibattito e alla partecipazione elettorale. Ricordiamo lo striminzito 45% di partecipazione alle elezioni nel 2004. Secondo, questo trattato triplicherebbe le competenze legislative del Parlamento europeo e la campagna elettorale obbligherebbe i candidati a differenziarsi, affinché gli elettori non pensino che votare un candidato o un altro sia indifferente. Terzo, il Trattato prevedrebbe la figura di un Presidente dell’Unione europea con un mandato di almeno due anni e mezzo: la vicinanza delle elezioni farebbe sì che i leader europei insistano nel proporre un candidato che appartenga alla maggioranza politica emersa dalle urne. Lo stesso varrebbe per l’elezione del Presidente della Commissione Europea. Ci troviamo di fronte all’opportunità storica di passare da una democrazia di consenso a una di confronto politico più competitiva e accattivante per il cittadino.

Presto resteranno solo l’Irlanda e la Repubblica Ceca senza aver ratificato il Trattato. Ciononostante il calendario delle Presidenze semestrali europee gioca a suo favore. Dal gennaio 2009, la Repubblica Ceca siederà alla Presidenza. E la tradizione vuole che il Paese presidente non si dedichi alla difesa dei propri interessi nazionali, bensì alla promozione di un consenso costruttivo per il miglioramento dell’Europa. Questa è la conclusione di Sebastian Kurpas del Center for European Policy Studies, a Bruxelles e del ceco Věra Řikáčková di Europeum di Praga.