Il naufragio del Titanic non è mai stato così contemporaneo

Articolo pubblicato il 29 luglio 2016
Articolo pubblicato il 29 luglio 2016

Nel 1912 affondava il Titanic, portando con sé quasi 1500 anime. Siamo andati a vedere il musical di Maury Yeston e Peter Stone a Bologna, il quale racconta questa storia senza gli orpelli della trasposizione cinematografica. Solo cruda, profonda e diretta riflessione sulla realtà della tragedia. Che continua a ripetersi ai nostri giorni ogni volta che un barcone affonda nel Mediterraneo.

Il musical scritto e messo in scena da Maury Yeston e Peter Stone nel 1997, quasi contemporaneamente all'uscita dell'omonimo kolossal cinematorgafico che vedeva protagonisti Leonardo di Caprio e Kate Winslet, ha poco a che vedere con le scelte più romantiche del regista Cameron. Lo spettacolo infatti verte piuttosto su una versione storica della tragedia, in modo che la vicenda e l'umanità ne diventino le protagoniste assolute. In particolare, le scelte narrative del regista Gianni Marras sottolineano l'analisi sociale dell'umanità nei vari frame della tragedia, facendo risultare così l'opera estremamente contemporanea. 

Lo specchio di un mondo destinato a cambiare

Il primo atto è interamente dedicato all'imbarco e al viaggio del transatlantico. I passeggeri ci vengono presentati per classe sociale, esplicati nei loro personaggi chiave, che raccontano allo spettatore le loro storie, aspettattive e speranze personali, contribuendo alla creazione di un pathos quasi platonico. Ecco allora i passeggeri di terza classe, il proletariato, che partono in cerca di fortuna e di un futuro migliore in una terra sconosciuta e utopica. Vi sono poi i passeggeri di seconda classe, una borghesia che non si accontenta della fortuna che ha accumulato e che cerca di avere di più. Infine la prima classe, un'aristocrazia che non potendo migliorare ulteriormente la propria condizione sociale mira al prestigio personale, ottenibile attraverso l'impresa della "floating city" (la città gallegiante, n.d.r.). Il signor Ismay infatti, proprietario del transatlantico, pretenderà la massima velocità consentita al Titanic per poter battere tutti i record di traversata. Sarà proprio questo arrivismo una delle ragioni che porterà la nave verso la sua tragica fine, lo scontro con l'iceberg, segnando così anche la fine del primo atto. Questa descrizione teatrale permette allo spettatore di comprendere e inquadrare la realtà sociale che fa da sfondo all'umanità rappresentata in scena. La costruzione di tale realtà richiede tempo, energia ed enormi sforzi da parte degli individui, la cui evoluzione ruota tutt'attorno ai beni economici. 

Di fronte al naufragio siamo tutti uguali

Questa umanità tuttavia si spoglia di ogni veste sociale nel preciso momento in cui il transatlantico viene condannato al naufragio, tema di tutto il secondo atto. Le poche scialuppe permisero infatti il salvataggio di soli 700 passeggeri, causando la morte di più 1500 esseri umani. Nel musical questi condannati si fondono stoicamente tra loro, annullando completamente le differenze sociali tra loro. Nonostante i millenni che l'uomo ha impiegato per costruire una società ordinatamente divisa, la tragedia annulla ogni suo vano sforzo nell'arco di poche ore, quelle che servono al transatlantico per affondare. Il secondo atto è infatti nettamente più breve rispetto al primo, contribuendo a sottolineare in maniera simpatetica questo concetto.

Una tragedia che continua ancora oggi

Il pubblico si ritrova così a fronteggiare tematiche importanti della modernità, come l'entrata in gioco della casualità in un mondo che l'essere umano ritiene di poter controllare, credendo la tecnologia una scienza esatta, ma che in realtà è dominato unicamente dal destino. La vanagloria e la superbia dell'uomo sono la causa della sua caduta, come sottolinea il litigio di chi in qualche modo quella nave la controllava: il capitano Smith, l'ingegnere navale Andrews e il proprietario Ismay, che s'incolpano l'un l'altro del disastro.

La tragedia umana in cui si consuma la storia del Titanic, i sogni degli immigrati che lasciano le sponde inglesi e che si spengono nel silenzio agghiacciante della notte, rende tutti gli uomini uguali e miserabili, lasciando affogare le illusioni nell'immobilità del mare. Quelle urla strazianti e quei sogni infranti non devono essere molto diversi da quelli dei migranti che lasciano le coste libiche e le coste nordafricane per un Europa che si rivela essere per loro quell'utopica terra dove potrebbero forse trovare una vita migliore ma che, purtroppo, non riescono sempre a raggiungere, andando alcuni di loro a condividere il rabbrividente silenzio del mare aperto.

Nonostante la diversa epoca e la diversità del tipo di nave, questa tragedia si rivela di una sconvolgente contemporaneità e suscita nello spettatore quesiti metafici, rivelando così il pieno successo artistico di questo musical. Il contributo musicale dell'orchestra diretta da Stefano Squarzina, la scenografia, la coreografia, la direzione artistica di Shawna Farrell e la prorompente dinamicità degli interpreti e dei ragazzi della BSMT hanno reso questo spettacolo un'autentica opera d'arte. Da vedere per riflettere, e rimanerne affascinati.