Il multiculturalismo? Meglio lontano dall'Italietta

Articolo pubblicato il 15 dicembre 2011
Articolo pubblicato il 15 dicembre 2011
Non solo i giovani italiani che partono, lasciando il posto agli immigrati che approdano nel Belpaese, sono sempre di più, ma una volta arrivati all’estero, la loro percezione dell’identità nazionale cambia. Si aprono ad una sensibilità nuova e multi-culturale, in contrasto con la mentalità della vecchia generazione. Ma in che modo restano fedeli alla loro italianità?

Mentre aspetto il bus da almeno un’ora nel centro di Roma, condivido la frustrazione dell’attesa con una giovane pendolare romana. Sembra sorpresa dal fatto che io parli italiano. “Perché qualcuno dovrebbe imparare proprio l’italiano?”, esclama, facendomi implicitamente capire che solo una matta sarebbe partita alla volta di un Paese sull’orlo del fallimento. Io ho alzato le spalle. “L’Italia mi ha sempre incuriosito”, rispondo. “Ma che Italia è questa?”, sospira lei e torna a guardare stanca l’orologio.

Gli esuli della crisi italiana

In Italia il disincanto si tocca con mano. È passato un anno dalla famigerata battuta di Silvio Berlusconi durante un raduno dei giovani militanti del suo partito, il Popolo della Libertà, quando, alla richiesta di un consiglio su come trovare un lavoro, pensò bene di rispondere: “sposatevi un uomo ricco” o “cercate lavoro all’estero – non è difficile”. Adesso è lui ad essere rimasto senza lavoro, dopo essersi dimesso dalla carica di Presidente del Consiglio di un paese che  lui stessoavevadefinito "di merda". Berlusconi si lascia alle spalle intere generazioni di italiani, che si ritrovano nel bel mezzo della crisi finanziaria europea. Con il tasso di disoccupazione che tocca il 30%, migliaia di giovani sembrano così seguire, almeno in parte, il suo consiglio. Secondo dati ufficiali, la fuga dei cervelli in Italia interessa ogni anno almeno 100.000 ragazzi e ragazze, il cui 60% ha tra i 20 e i 30 anni, che lasciano il proprio Paese, diretti verso Paesi come la Cina o l’Australia. Un “esodo” che costa al Paese 1 miliardo di fatturato annuo: tale, infatti, è il bilancio di quanto generato, in termini di ricchezza, dai 243 brevetti che i migliori 50 cervelli italiani hanno registrato all’estero.

“Sono troppo vecchia!”, dice rassegnata Sara, laureata in Comunicazione d’Impresa, una dei tanti esuli dell’attuale crisi italiana. A 26 anni, è decisamente troppo vecchia e con troppa esperienza alle spalle per accettare un lavoro pagato poche centinaia di euro. Mentre era in carica, Berlusconi ha cambiato più volte la normativa sul lavoro, in un primo momento consentendo alle imprese di prolungare i periodi di tirocinio. Con questa legge, le imprese erano poco o per nulla incentivate ad assumere nuove giovani risorse – in fondo, perché pagare un dipendente quando ci sono file di ragazzi e ragazze impazienti di dimostrare quanto valgono anche gratis o per 400 euro al mese? La nuova legge stabilisce invece che i tirocini non possono durare più di sei mesi. E soprattutto solo gli studenti laureati da non più di 12 mesi hanno la possibilità di intraprendere un tirocinio. Sara, originaria di Torino, ormai fuori tempo per un nuovo stage, non può più permettersi di vivere a Roma. Non le resta che andare all’estero.

Fuga dal pensiero e dall'impresa "all'italiana"

Elena, 21 anni, originaria di una cittadina vicino Roma, ha in programma di trasferirsi in Cina, una volta terminati gli studi in Inglese e Cinese nel 2012. In Italia, spiega, i cinesi sono bersaglio di stupidi pregiudizi razziali. Anzi, la parola “cinese” di solito è associata a discount, merce a poco prezzo – e di bassa qualità – e i cinesi stessi sono spesso accusati di “rubare il lavoro” agli italiani. La percezione di Elena è che la maggior parte degli italiani non sia consapevole del momento storico in corso. “L’economia della Cina è in continua evoluzione”, dice, “dovremmo saper cogliere le opportunità che ci offre questa fase”. Luisa, 22 anni, laureata in Finanza, sta per lasciare Roma per un tirocinio in Germania. Non è tanto la debole economia italiana a spingerla ad andare via, ma la mentalità chiusa di questa Italietta, che ormai le sta stretta. “Voglio immergermi in una nuova cultura e in un ambiente internazionale. E l’Italia non lo è. Gli italiani non sembrano abituati a interagire con gli stranieri. Andare all’estero, un’esperienza in un paese straniero, è quello che ci vuole per cambiare questa mentalità”.

Elena Uderzo, milanese, 30 anni, con alle spalle esperienze come volontaria in Paesi come la Russia e il Malawi, ne è la prova vivente. Elena si considera una “portavoce dell’identità italiana” ed è fiera delle sue origini, ma ammette di aver “maturato una sensibilità multiculturale dopo aver vissuto all’estero”. Questa attitudine internazionale segna uno stacco generazionale ben marcato. Loretta, 25 anni, studia Economia e viene da Barrea in Abruzzo, una cittadina di 800 abitanti. “I miei genitori non hanno studiato all’università e non hanno mai vissuto all’estero”, dice. “Una volta trovato lavoro, se lo sono tenuto stretto, per poter mantenere la famiglia– al contrario la nostra generazione ha ambizioni più individuali ed è più curiosa del mondo esterno”. 

“Chi esce riesce”, recita un vecchio detto italiano. Ma la realtà non sembra così facile. Adattarsi alla vita in un altro Paese può rivelarsi un processo lungo, anche nella stessa Europa. Quando Natalia, ora stabilitasi in Kenya, ha lasciato Bologna per trasferirsi a Londra nel 2007, la barriera della lingua la costrinse a ricominciare tutto da capo: “Tornai a fare la cameriera, come ai tempi dell’università”, dice, lei che adesso ha 33 anni e una laurea in Lingue Moderne. Sono passati tre anni e ha ancora la sensazione di essere un’ospite.

Italia-estero. Solo andata?

Proprio come gli immigrati che arrivano in Italia, anche gli italiani all’estero sono vittima di pregiudizi. “Se il francese non ha il bidet e l’inglese è sporco, allora l’italiano è un intrallazzatore”, dice ridendo Luisa. Loretta racconta di un suo amico al quale, durante un colloquio in Inghilterra, chiesero se fosse il nipote di Berlusconi – come se l’ex primo ministro fosse l’unico italiano moderno di cui fosse giunta voce all’estero. Davide, 24 anni, di Roma, laureato in Relazioni Internazionali, ha in progetto di andare a lavorare in Australia ed è meno radicale. “Mi sento a casa ovunque io vada in Europa. L’Italia è parte dell’Europa, adesso più che mai”. È stato il suo anno da studente erasmus a Parigi che ha cambiato la sua visione non solo dell’Europa ma del mondo intero. “A meno che le cose non migliorino, è fuori discussione che io torni in Italia”. Anche adesso che Super Mario Monti è in carica? “Monti? È solo un altro banchiere”.

Questa non è la prima generazione di ragazzi a lasciare il proprio Paese. Durante la depressione negli anni Trenta, migliaia di Italiani impoveriti abbandonarono l’Italia inseguendo il sogno americano; quando il fascismo conquistò il Paese, molti ebrei e numerosi oppositori politici di sinistra fuggirono spaventati. Ed è certo un’ironia della sorta tutta italiana – che balza agli occhi di chiunque conosca la storia del nostro Paese – che il Museo dell’Emigrazione Italiana sia situato ai piedi del maestoso monumento a Vittorio Emanuele II in piazza Venezia. La stessa piazza della capitale da cui Mussolini era solito declamare i suoi discorsi. Molti di questi emigranti, partiti per sfuggire al fascismo, non tornarono più a casa.

Questo articolo fa parte del progetto Multikulti on the ground, serie di reportage sull’interculturalismo nelle capitali europee. Per saperne di più clicca su Multikulti on the ground

Foto: apertura (cc)fabbriciuse/flickr ; Piazza Vittorio (cc)e://Dantes/flickr