Il manifesto elettorale europeo del Pse ha un sapore parigino

Articolo pubblicato il 13 gennaio 2009
Articolo pubblicato il 13 gennaio 2009
La fucina del manifesto del Partito Socialista europeo è stata, in gran parte, concepita dalla sezione parigina. Una spinta ideale che cerca di politicizzare le elezioni europee del giugno 2009.

Parigi in una grigia giornata di metà dicembre. I passanti si affrettano lungo i viali, verso le umide fermate della metro e sulle luccicanti pavimentazioni delle piazze, restii ad affacciarsi da sotto i loro ombrelli per parlare di politica. Ma nascosto nel trambusto e tepore degli uffici del Partito Socialista parigino (Ps-Paris), Aleksander Glogowski, direttore delle comunicazioni, è ottimista. «Un eccezionale documento che ci consentirà di vincere!» dichiara. Il testo in questione è il manifesto elettorale europeo del Partito Socialista europeo (Pes), un programma di 15 pagine adottato e votato durante il consiglio dei partiti europei di centro-sinistra, che ha avuto luogo a Madrid il 1° dicembre scorso. Ed è un testo dal chiaro profumo parigino.

D di documento

La "Commissione europea" del Ps-Paris, in effetti, ha lanciato le direttrici sulle quali il manifesto è fondato attraverso un processo di consultazione popolare in rete. Nicolas Nordman, il segretario di questa commissione, spiega in maniera eloquente come quest’ organizzazione abbia messo insieme gli attivisti del Ps di mentalità europea coi membri dei partiti europei di sinistra presenti nella capitale. Il processo è iniziato al congresso del Pes del 2006, a Porto: una copia del testo votato dai leader dei partiti è passata nelle mani dei militanti (cosa non prevista). Questo ha aperto, quindi, la possibilità di emendamenti. Nelle parole di Glogowski, questa mossa provocatoria «sfidò il fait accompli» del Partito e spianò la strada per una composizione più democratica del manifesto del 2009. E anche qui la commissione ha fortemente spinto oltre i limiti convenzionali. Una lunga serie di dibattiti e incontri ebbero luogo nella primavera del 2008, durante i quali gli attivisti parigini misero insieme le idee per dare un contributo al processo di consultazione popolare. Molte delle proposte parigine appaiono nel documento finale: Glogowski evidenzia in particolar modo l'impegno rivolto a un quadro europeo per i servizi pubblici. Sia lui che Norman sottolineano, inoltre, l'importanza data a una chiara differenziazione tra destra e sinistra. Ci si chiede: è questo un bisogno di tutta l'Europa o è limitato alla sinistra francese? Dopotutto, il Ps è ancora in fermento con la dannosa vittoria di Martine Aubry sul primo candidato presidenziale Ségolène "banderuola" Royal.

Troppo idealisti?

Ma probabilmente questa è davvero qualcosa di più di una questione partitica. Mentre la pioggia batte sui lastricati del centro di Parigi e un vento pungente si alza, non ci vuole tanto per confermare i dubbi diffusi che l'interesse per le politiche di Bruxelles resta, qui, un obiettivo volubile. Basta nominare le elezioni europee di giugno per generare un po' di brusio tra il pubblico ma, anche un grande entusiasmo. In una nazione con un'impressionante affluenza dell'84% alle elezioni nazion(Aleksander Glogowski)ali, sembra che la politica sovranazionale non richiami la stessa passione provocata dalla battaglia per l'Eliseo. Il consenso – diviso tra i ben informati, gli ignari e i perfetti indifferenti – ha bisogno di provenire dall'alto per far sì che nasca maggiore coinvolgimento.

Quello che colpisce a Parigi (scartando la risposta: «un taxi») è che gli elettori non stanno rifiutando l'Europa quanto, piuttosto, tutta l'incertezza che c'è intorno a questo concetto. E così i momenti chiave (gli scombussolamenti dei referendum in Francia, Paesi Bassi e, recentemente, in Irlanda) sono rovinati da tematiche non collegate tra loro che impediscono a un vero dibattito di uscire. In questo senso, cosa è più vantaggioso del "politicizzare le elezioni"? Un dibattito effettivo all'interno dei singoli partiti europei potrebbe, come sostiene il Presidente del Pes, Poul Nyrup Rasmussen, dare ai militanti il senso di appartenenza facendoli rispecchiare nei programmi. Nel diciassettesimo arrondissement, nella sede del partito di centro destra Ump (del Presidente francese Sarkozy, ndr), le cose sono viste diversamente. Jean-Didier Bethault, consigliere comunale gaullista, è scettico nei confronti del manifesto, affermando che «noi abbiamo bisogno di costruire l'Europa su delle realtà e smettere di concettualizzare». L'uomo politico vede piuttosto il Manifesto come espressione del «desiderio socialista di mettere ogni cosa per iscritto. L'Europa possiede una bandiera, un inno e (quasi) un trattato costituzionale: ora la parola chiave è "pragmatismo"». L'attualmente clima politico sembra ricompensare gli audaci piuttosto che i cauti – nel Regno Unito, il Primo Ministro Gordon Brown sta raccogliendo voti contro i conservatori 'fannulloni', e la reputazione del Cancelliere tedesco Angela Merkel, nota per la sua prudenza, sembra non concederle molti vantaggi a Berlino.

Il Pes è sicuro che il suo Manifesto, al centro di una campagna per affermare una chiara diversità politica, alimenterà il dibattito presentandosi agli elettori in maniera ben articolata. Una leadership chiara e un posizionamento ideologico offrono il potenziale per rendere le elezioni europee molto più di una semplice scelta tra diversi "amministratori". La destra ha descritto il manifesto come un «sogno senza un progetto». A questo Glogowski ribatte che ormai i loro ideali sono «già una realtà». Una cosa è certa: nel bene o nel male, Ps-Parigi ha agito da catalizzatore e da avanguardista nello sviluppo della strategia del Pes: forse nella corsa per le elezioni europee conviene ascoltare le voci che arrivano dalla capitale francese. Il manifesto sarà solo una trovata senza contenuti oppure una raffica di vento che spazzerà via le nubi sul firmamento politico dell'Europa? Il tempo ci dirà.