Il linguaggio neutrale di Macron

Articolo pubblicato il 25 maggio 2017
Articolo pubblicato il 25 maggio 2017

Da quando lavora all'Eliseo, Emmanuel Macron è stato oggetto di molteplici attacchi per quanto riguarda il suo discorso politico. Ambiguità? Timidezza? Vacuità? La risposta attraverso il linguaggio. 

Emmanuel Macron si avvicina alla maggioranza assoluta in parlamento per le elezioni legislative 2017 , la sua retorica ha funzionato. Ma cerchiamo di analizzare il suo linguaggio dall'inizio.

Gli animi sono caldi sul palco del "Grand Dèbat". E' il 20 marzo 2017 e i cinque candidati all'elezione presidenziale francese si affrontano utilizzando uno strumento del tutto inedito. Cronometro alla mano, Marine Le Pen, Emmanuel Macron, Jean-Luc MélenchonBenoît Hamon espongono a turno i loro programmi per la Francia, e hanno con la facoltà di potersi interrogare a vicenda. Il candidato di En Marche! non sembra molto a suo agio in questo giochetto. Poco avvezzo a questo tipo di esercizio, si perde la sua introduzione, presenta il suo programma balbettando ed ogni volta che un giornalista gli fa una domanda si ha l'impressione che possa prendergli un colpo da un momento all'altro.  E dispiace dirlo, ma dopo un'ora di trasmissione, l'impressione è sempre la stessa: il favorito dai sondaggi viene messo all'angolo proprio dalla sua prestazione. 

« Nello stesso momento »

Sorprendentemente, è la sua futura avversaria al secondo turno a rimetterlo in sella. Apostrofandolo sul burkini, Marine Le Pen provoca un vero e proprio elettroshock. Macron riesce a risvegliarsi dal suo torpore all'improvviso, rimettendo al proprio posto la leader del Front National. Sarà però l'unica volta in cui l'ex ministro riuscirà a lasciarsi un po' andare. La campagna ha mantenuto un buon ritmo per quanto riguarda il famoso  « Notre projet » introdotto durante il primo grande incontro. Ma a parte questo, il nulla.  A partire dall'annuncio della sua candidatura alla presidenza nel novembre 2016, Emmanuel Macron si è sempre impegnato a mantenere un atteggiamento estremamente contenuto, in cui cercando di gestire pro e contro, naviga costantemente in acque tranquille.  

« En même temps », "allo stesso tempo". La formula rappresenta perfettamente il bersaglio verso cui sono indirizzati gli attacchi a quello che ormai viene definito come « macronisme » ("macronismo"). Utilizzando più che frequentemente queste tre parole, il leader En Marche!  esprime infatti tutta la modestia del suo programma, della sua campagna e del suo progetto.  toute la timidité de son programme, de sa campagne, de son projet. Durante il "Gran Débat" ne parla così: Lors du Grand Débat, Marine Le Pen le formulera ainsi : « Ogni volta che prendete la parola, dice un po' di questo e un po' di quello (...), non si sa quello che vuole ». Emmanuel Macron vuole « en même temps » lavorare e imparare, « en même temps » la crescita e la solidarietà, « en même temps »la destra e la sinistra. Macron è talmente affezionato a questo modo dire che il suo staff ha deciso di iniziare ad utilizzarlo. Durante uno dei suoi ultimi incontri, il candidato si è anche preso la briga di soffermarvisi:  Lors de ses derniers meetings, le candidat prendra même le temps de s’arrêter dessus. «  Allo stesso tempo, significa prendere in considerazione degli imperativi che seppur apparentemente opposti, necessitano indubbiamente di essere riconciliati affinché la società possa funzionare in modo adeguato», sottolineerà aBercy.

Sono numerosi gli specialisti che si sono dedicati ad esaminare la lingua di Macron. Tra di loro, in molti si trovano d'accordo su una cosa: il discorso del giovane candidato trentanovenne pone delle domande. Bernard Lamizet, professore emerito all'IEP di Lione, prima delle primarie ha pubblicato un libro che fa a pezzi il linguaggio della politica. Dopo l'uscita Les mots et les voix, l’expert l'esperto in scienze dell'informazione e della comunicazione ascolta e legge con attenzione tutto ciò che dice il favorito dai sondaggi. In altre parole, niente di che. « Il discorso di Emmanuel Macron si inserisce all'interno di una tradizione del discorso politico francese che si contraddistingue per l'assenza di una posizione ben precisa », spiega. Bernard Lamizet non è il solo a rimarcare la mancanza di consistenza degli interventi del candidato al secondo turno. All'interno di un'intervista  un entretien au Journal Du Dimanche,  un altro esperto del verbo politico  – Damon Mayaffre – ha ammesso che i suoi discorsi gli lasciano « un'impression di vacuità ideologica». In altre parole, anche chiarendo un punto del suo programma, "allo stesso tempo" continua a chiedersi cosa vuole fare.  

« Scegliere un presidente non è come scegliere una lavatrice »

Pur brancolando nel buio, gli specialisti almeno si trovano d'accordo su una cosa parlando del fondatore di En Marche ! : la sua coerenza retorica e linguistica. Anche Cécile Alduy ha passato al setaccio milioni di parole pronunciate dai candidati alla presidenza francese. All'interno del suo lavoro intitolato "Quello che dicono veramente. I politici presi in parola", la professoressa di Standford spiega che il liberalismo totale di Macron lo protegge dalle contraddizioni intrinseche al suo discorso. In altre parole, non prende posizione, si mantiene aperto a tutto e questo gli permette di incarnare il cambiamento. Mayouffre aggiunge che ciò "conferisce una sensazione di movimento, che si oppone all'immobilismo dei grandi partiti e all'impotenza di coloro che hanno governato". Risultato: le parole che utilizza sono spesso e volentieri prese dal campo lessicale del successo. "Trasformazione", "progetto", "innovazione" ... sono termini che "emanano" il profumo della vittoria e che sono presi in prestito dal linguaggio delle imprese. Cécile Alduy non si sbaglia. A L'Obs, spiega che Emmanuel Macron "elabora un prodotto che va poi a presentare come se fosse il nuovo iPhone". 

Secondo Bernard Lamizet, è proprio questa la nota dolente di Macron. « On Non ci si aspetta un presidente "delle soluzioni che funzionano". Non stiamo scegliendo una lavatrice nuova ». E "il placcaggio" sorvola su un'altra critica di cui il candidato non riesce a disfarsi durante la campagna tra i due turni: Emmanuel Macron considera la politica come un accordo in cui ogni voto rappresenterà una transazione bancaria. Incarnando più il direttore generale di un'azienda che il rappresentante di un movimento, il fondatore di En Marche! si dimostrerebbe quindi incapace di attrarre a sé la maggioranza che non ama i padroni. I sondaggi lo hanno intuito: il 60% degli elettori che pensano di votare per lui hanno dichiaro di farlo per mancanza d'altro. E per il professore di Lione, il suo discorso si rivolge a un bersaglio ben preciso: la classe medio-alta, o dicendolo con un'espressione alla moda, "i vincitori della mondializzazione". "Quando si pone sistematicamente l'impresa al centro della politica, evitando di parlare dei rapporti di forza tra patronato e dipendenti, come pensate di rivolgervi ai giovani precari che invece si aspettano rassicurazione e protezione? 

A quattro giorni dallo scrutinio e qualche ora da un faccia a faccia televisivo con Marine Le Pen, Emmanuel Macron è ancora in tempo a cambiare il suo discorso?  « Chiaramente no  », rispondono quelli che lo prendono in parola. Lo stesso interessato ha detto: nonostante l'astensionismo o la scheda bianca di quelli che hanno votato Fillon, MélenchonHamon, non cambierà il programma. E men che meno il suo modo di presentarlo, secondo Bernard Lamizet. « On Non si può rifare da capo una cultura politica in tre giorni, ha sottolineato. E la cultura politica di Emmanuel Macron, è lui stesso in persona. Attualmente non ha una famiglia politica di appartenza e vuole uscire dai partiti. Si tratta di ricondurre la politica a una questione personale. » E se in fin dei conti, Emmanuel Macron parlasse di Emmanuel Macron?  « Una delle prime cose che mi hanno colpito di lui, è il logo di En Marche!, ha continuato lo specialista. Mi sono reso conto che si trattava delle sue iniziali. Per me ciò testimonia una personificazione totale sia del discorso che del progetto politico ». E se lasciato di solo di fronte alla minaccia del Front National, stavolta non avesse bisogno di nessuno?