Il Libano? Non è l’Iraq

Articolo pubblicato il 08 marzo 2005
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Articolo pubblicato il 08 marzo 2005

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Lo spettro di un intervento armato Usa contro la Siria non basta. Soprattutto ora che l’Hezbollah mostra i muscoli e il primo ministro pro-siriano Karamé è pronto a tornare in sella.

Ridispiegamento delle truppe siriane. Dimissioni del governo di Omar Karamé. L’occupazione del paese al centro dell’attenzione della comunità internazionale. Non è passato nemmeno un mese dall’omicidio, attribuito a Damasco, dell’ex premier libanese Rafik Hariri, che già un vento nuovo sembra soffiare su questo staterello mediterraneo incuneato tra Siria e Israele: il Libano.

Prova di forza dell’Hezbollah

Certo, la dichiarazione congiunta del 7 marzo – con la quale il presidente siriano Bashar al-Assad e il suo omologo libanese, Emile Lahoud, hanno annunciato il ridispiegamento entro marzo dei 14.000 uomini di Damasco verso la valle della Bekaa – non equivale al ritiro delle truppe. Come hanno subito puntualizzato gli Stati Uniti, per i quali la mossa di Assad equivarrebbe a una “mezza misura”. Non solo. La grande manifestazione pro-siriana dell’8 marzo a Beirut ha dimostrato al mondo la forza di mobilitazione di cui dispone ancora l’organizzazione integralista sciita Hezbollah. Ma la realtà non cambia. E il grido spontaneo delle centinaia di migliaia di manifestanti che affollano da settimane le vie di Beirut contro l’occupazione siriana è più forte di un'effimera marcia dei fondamentalisti teleguidati da Damasco. Per la gioia di un’opposizione che sta riuscendo l’impossibile: amalgamare cristiani, sunniti e sciiti contro una Siria che mantiene l’occupazione del paese dalla fine della guerra civile libanese del 1990. Ma come spiegare il successo di questo movimento?

Effetto Iraq o effetto Ucraina?

L’“effetto Iraq” è quello più sottolineato dagli analisti. La caduta di Saddam Hussein farebbe tremare gli innumerevoli dittatori mediorientali, scossi dalla minaccia di un’intervento americano. Tra questi spiccherebbe proprio la Siria del giovane Assad, a capo di un paese recentemente incluso nell’ultima, freschissima lista dei cattivi resa nota del Segretario di Stato Usa, Condoleezza Rice.

Voler ridurre tutto alla “rivoluzione democratica” promossa dalla Casa Bianca, però, non convince. Certo, non si possono non salutare le elezioni in Palestina e in Iraq, gli accenni di pluralismo nell’autoritario Egitto o le incoraggianti elezioni municipali nella medievale Arabia Saudita. Ma non è tutto. Nelle manifestazioni di Beirut non possiamo non leggere un “effetto Ucraina”. Non che vi sia un nesso politico tra la rivoluzione arancione, che a fine anno spazzò via il regime filo-russo e autoritario di Leonid Kuchma. Ma la lezione di Kiev rimane: la protesta non-violenta può abbattere anche il più spietato dei regimi. Grazie all’uso delle nuove tecnologie: televisione satellitare per informarsi, Internet per denunciare, sms per mobilitare. E a tanta voglia di cambiamento. Sono queste le nuove armi di chi vuole l’indipendenza e la democrazia.

Ottima improvvisazione. E ora?

Ma se in Ucraina l’appuntamento elettorale del novembre 2004, è stato accuratamente preparato da movimenti di protesta iper-organizzati quali il celebre Pora, in Libano la potenza e l’energia dell’insurrezione devono tutto all’improvvisazione. E all’atto terrorista che ha scatenato tutto: quello che è costato la vita a un Rafik Hariri, recentemente passato tra le fila dell’opposizione in segno di protesta per l’arroganza della presenza siriana in Libano.

Il movimento di piazza anti-siriano nel Paese dei Cedri, però, potrebbe non bastare. Soprattutto ora che, dopo la prova di forza dell’Hezbollah, il Parlamento libanese ha chiesto al Presidente Lahoud di ridare i pieni poteri al primo ministro dimissionario, il pro-siriano Omar Karamé. La pressione del ritrovato duetto Washington-Parigi è essenziale. Così come l’implementazione della risoluzione 1559 con la quale il Consiglio di Sicurezza esige il ritiro delle truppe di Damasco. Ma Lahoud non è Saddam Hussein. E il Libano non è l’Iraq. Agli ultimatum deve seguire un sostegno, anche finanziario, a un’opposizione che l’Europa non può continuare ad ignorare. La politica estera, ormai, non si gioca più nelle cancellerie. Ma nelle piazze. Dopo averlo constatato a pochi kilometri da casa, nell’imbiancata Kiev arancione, gli europei devono agire di conseguenza anche nell’arco mediterraneo. Per evitare che la democratizzazione made in Usa si trasformi in una clonazione del caos iracheno.

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