Il lento cammino della Carta di Roma

Articolo pubblicato il 18 luglio 2008
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Articolo pubblicato il 18 luglio 2008
Intervista a Laura Boldrini, portavoce dell' Unhcr in Italia. Dopo ben 6 mesi di silenzio, un po’ surreale e un po’ rassegnato, la Carta di Roma (il protocollo deontologico ed etico per i media a tutela di migranti e rifugiati) è ricomparsa timidamente nel dibattito per ora quasi esclusivamente interno tra i soggetti promotori dell’iniziativa: FNSI, ODG e Unhcr.

Il 24 Aprile il Consiglio nazionale della FNSI ha approvato il documento che per essere ufficiale deve ancora passare al vaglio del prossimo Consiglio Nazionale dell’Ordine dei giornalisti.

Ecco il testo del documento pubblicato sul sito della FNSI:

http://www.fnsi.it/Default.asp?key=8046&SINGA=S

Purtroppo però nè la Carta (che ancora non è stata definitivamente approvata) nè il codice deontologico della professione (che a volte sembra rivelarsi solo una formalità teorica) sono riusciti ad evitare lo scempio giornalistico di un paio di mesi fa....quando lo stupro di una ragazza (extracomunitaria, originaria del Lesotho) ad opera di un cittadino romeno (comunitario) ha monopolizzato le aperture di tutti i Tg e le prime pagine dei giornali di ogni colore e schieramento per (F)ini esclusivamente propagandistici ed allarmistici nell'ottica di legittimare le più restrittive politiche migratorie in nome di una immaginaria emergenza sicurezza.

Per il futuro non resta che la speranza., considerando che l’approvazione della Carta era prevista per ottobre e finora è stata forse eccessivamente rallentata da innumerevoli (anche se inevitabili) processi burocratici.

In occasione di questa nuova, attesa tappa per i diritti dei migranti e per il diritto all’informazione, abbiamo sentito la portavoce nazionale dell’Alto Commissariato dell’Onu per i Rifugiati Laura Boldrini. Partendo da una riflessione sulle ipotetiche prospettive della politica italiana in materia di immigrazione abbiamo discusso dell’aspetto mediatico di questo fenomeno all’indomani della vittoria di Berlusconi (e della Lega) alle elezioni politiche.

«Non credo sia cosa semplice riconsiderare il trattato europeo a quasi 2 anni dall’ingresso della Romania nella Ue».

Dobbiamo aspettarci un inasprimento della Bossi-Fini?

«Forse la Bossi Fini rappresenta addirittura una garanzia a giudicare dalle dichiarazioni di alcuni esponenti del nuovo governo nei giorni immediatamente successivi alla vittoria. Sono state annunciate misure che sotto certi aspetti risultano di difficile applicazione…(Il riferimento è alla detenzione dei clandestini, alla sospensione del trattato di Shengen e all’istituzione di commissariati speciali per i rom rumeni, accennate nelle dichiarazioni di alcuni politici del centro-destra sopo le elezioni. ndr). Non credo sia cosa semplice riconsiderare il trattato europeo a quasi 2 anni dall’ingresso della Romania nella Ue».

Quali sono i problemi legislativi da affrontare in Italia in materia di asilo e immigrazione forzata?

«Negli ultimi due anni è stato fatto qualche passo avanti nella legislazione dal momento che l’Italia ha recepito le direttive europee anche innalzandone gli standard: ad esempio, per quanto riguarda la situazione di un richiedente asilo a cui non è stato riconosciuto lo status di rifugiato né la protezione umanitaria, chi fa ricorso in caso di diniego ora può restare sul territorio e non rischia il rimpatrio forzato, inoltre ora il rinnovo del permesso di soggiorno può essere fatto fino tre anni nel caso della protezione umanitaria (in precedenza era solo per un anno) e fino a 5 per lo status di rifugiato. Ma per quanto la normativa possa essere migliorata, il nodo centrale resta l’integrazione e l’assistenza nell’integrazione, insomma tutto il percorso successivo all’ingresso nel nostro territorio e alla procedura di asilo. La garanzia del diritto perde significato se non sono previste misure di sostegno, se le comunità di rifugiati vengono lasciate isolate, se non si incoraggia l’apprendimento della lingua e soprattutto se non vengono facilitate possibilità di lavoro. Perché le leggi abbiano un impatto reale il processo deve continuare nell’integrazione».

«L’analisi del fenomeno è stata quasi del tutto omessa , al contrario, gli eventi sono stati descritti esclusivamente con il filtro della cronaca come se si verificassero in maniera spontanea e casuale. Intere carriere politiche si sono affermate sulla strumentalizzazione di questo fenomeno».

Qual’è il legame tra le politiche restrittive sull’immigrazione e l’atteggiamento dei media nel trattare il fenomeno?

«A 10 anni dall’affermazione del fenomeno migratorio in Italia è doveroso fare un bliancio. Gran parte di quello che è successo finora è stato progressivamente e sistematicamente sottovalutato e semplificato dalla stampa. L’analisi del fenomeno è stata quasi del tutto omessa , al contrario, gli eventi sono stati descritti esclusivamente con il filtro della cronaca come se si verificassero in maniera spontanea e casuale. Intere carriere politiche si sono affermate sulla strumentalizzazione di questo fenomeno. La stampa lo ha colto solo negli aspetti più eclatanti come ad esempio gli sbarchi a Lampedusa, fornendoci una lettura parziale ed omettendo la parte più importante e cioè l’aspetto culturale e sociale e i conseguenti cambiamenti che l’immigrazione ha portato nel nostro paese. Gli Italiani si sono abituati ad un bombardamento costante di allarmismi e ad un’informazione basata solo sulla paura, ma la descrizione dell’Italia come paese violento e poco sicuro a causa degli immigrati è assolutamente discordante con i dati reali soprattutto per quanto riguarda la questione della violenza ai danni delle donne. Titoli come “allarme stupri” riferiti agli immigrati non sono giustificabili perché le percentuali di reati come questo commessi da stranieri sono minimali, ma soprattuto perché nn viene detto che ogni giorno 13 donne in italia vengono stuprate e il 90% delle violenze avviene in ambienti conosciuti. Questa è la notizia.

Invece oggi l’italiano medio è convinto che siano gli stranieri a stuprare “le nostre donne”. (le donne italiane..) Quando un romeno rom ubriaco alla guida ha investito ed ucciso 5 persone, la piazza chiedeva la pena di morte, e la notizia è stata in prima pagina per giorni e giorni….ma pochi mesi dopo, l’italiano che ha ucciso le due turiste irlandesi è stato messo ai domicilliari senza provocare l’indignazione di nessuno anche perché la notizia ha avuto molto meno spazio. Anche per queste ragioni è necessaria una riflessione sulla deontologia dei giornalisti e sulle responsabilità legate al ruolo sociale che ricoprono. Nell’iniziativa per la Carta di Roma abbiamo raccolto le istanze della società civile a 360°, non solo dei migranti e delle associazioni in loro difesa. L’introduzione di un Osservatorio indipendente previsto nel documento per monitorare la stampa e per promuovere le buone prassi segnalandole agli Ordini regionali farà capo all’Università e sarà un’autorità autonoma e super partes (che funzionerà anche grazie si contributi delle Ong e della società civile) con una chiara connotazione scientifica».

Quali sono state le cause di questo ritardo nell’approvazione della Carta?

«Le ragioni sono state principalmente burocratiche: l’organizzazione interna di istituzioni come l’Ordine dei giornalisti e la Federazione Nazionale della Stampa è complessa e prendere decisioni esecutive richiede tempo e sforzi “logistici”. Le cariche dirigenziali di FNSI e Odg sono elettive e in questi 6 mesi ci sono state ben due convocazioni per il rinnovo della dirigenza di entrambi gli organismi: tutto questo ha sicuramente posticipato la discussione del documento al loro interno».

Non ci sono state delle resistenze?

«La Carta di Roma è nata come iniziativa congiunta di tutti i soggetti promotori. Ci sono stati anche pareri discordanti ma alla fine è stata approvata nelle fasi preliminari con una larga maggioranza. Diciamo che la sua sottoscrizione ufficiale non è stata una priorità all’ordine del giorno nelle convocazioni del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti. Un esempio emblematico dell’atteggiamento superficiale dei media nel descrivere le migrazioni forzate è la crisi umanitaria in Iraq che ha recentemente compiuto 5 anni. L’argomento nn viene portato alla luce nei media se nn per il numero di morti in attentati suicidi e attacchi. Circa un anno fa alla conferenza organizzata dal Comue di Vinci su “libertà di informazione e diritti umani”, un giornalista di Radio Rai ha ammesso addirittura che al di sotto delle 20 vittime la notizia di agenzia non viene neanche presa in considerazione».

«La Carta di Roma è nata come iniziativa congiunta di tutti i soggetti promotori.. Diciamo che la sua sottoscrizione ufficiale non è stata una priorità all’ordine del giorno nelle convocazioni del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti».

C’è qualcosa che l’Unhcr può fare per stimolare i media ad una maggiore completezza ed accuratezza dell’informazione sul tema?

«L’ Unhcr in questi anni ha continuato a diramare informazioni sulle conseguenze umanitarie della crisi irachena. Inoltre l’anno scorso l’ufficio di Roma ha organizzato un viaggio in Syria al confine con l’Iraq con un gruppo di giornalisti per approfondire il problema dei rifugiati ed attirare l’attenzione anche sui paesi confinanti con le zone di conflitto. Solo in seguito a questo viaggio “qualcosa si è mosso” nella stampa italiana e l’opinione pubblica ha potuto sapere che quanto accade in Iraq e nei paesi limitrofi è qualcosa di eccezionalmente grave. Abbiamo recentemente segnalato la necessità di documentare anche gli sbarchi in Yemen dalle vicine coste della Somalia dal momento che questo paese si sta trovando da solo ad affrontare un problema insormontabile. Anche l’Egitto nonostante i problemi interni come la disoccupazione e l’elevato tasso di povertà (Il World Food Programme delle Nazioni Unite afferma che il 20% della popolazione, circa 14.2 milioni di persone, vive sotto il livello della povertà, con meno di 80 centesimi al giorno.) si trova costretto ad affrontare forti ondate di migranti provenienti da tutta l’area: Palestina, Iraq, Sudan, (Darfur) Somalia, Eritrea».

Quando si potrà parlare di emergenza umanitaria in Egitto?

«Le crisi umanitarie hanno sempre un impatto grave sui paesi limitrofi si perché li costringono ad affrontare l’accoglienza delle popolazioni in fuga, sia perchè si trovano a dover arginare focolai interni di conflitto.E’ importante ribadire che la stragrande maggioranza dei rifugiati rimane vicina al proprio paese e non è vero che tutti vogliono andare in Europa. La crisi umanitaria si trova in Iraq ed è la causa di molti dei problemi dell’Egitto e non solo. Stiamo parlando di una crisi che ha una rilevanza epocale perché sta provocando il piu grande spostamento di massa nel medio oriente dal 1948 quando venne istituito lo stato di Israele. Stiamo tentando da anni di rompere il muro dell’indifferenza ma purtroppo l’atteggiamento della stampa italiana non accenna a cambiare».

Qual è la situazione dei rifugiati iracheni in Italia?

«I rifugiati iracheni in Italia sono veramente pochi: quelli che arrivano nel nostro territorio passando per la Libia attraverso il Mediterraneo o dalla Grecia attraverso l’Adriatico spesso non si fanno identificare e scelgono di non fare domanda di asilo perché per il regolamento di Dublino sarebbero vincolati a restare nel primo paese in cui fanno ingresso. Queste persone sono disposte anche a pagare delle consistenti somme di denaro affidandosi ai trafficanti per raggiungere un paese come la Svezia perché sanno da chi è arrivato prima di loro che a differenza di altri paesi la Svezia fornisce realmente assistenza e facilita l’integrazione».

La Spagna è l’unico paese europeo che permette di presentare domande di asilo attraverso le ambasciate, infatti il 94% dei 1600 iracheni presenti in Spagna ha ottenuto l’asilo attraverso le ambasciate spagnole in Egitto. Come mai l’Italia non accetta richieste nei suoi uffici diplomatici?

«Tramite le ambasciate italiane è impossibile fare domanda e non sono mai state accettate pratiche di richiesta di asilo poiché questa procedura non è contemplata nell’ordinamento giuridico italiano».

«Ad oggi la maggiore crisi umanitaria si trova in Iraq ed è la causa di molti dei problemi dell’Egitto e non solo. Stiamo parlando di una crisi che ha una rilevanza epocale perché sta provocando il piu grande spostamento di massa nel medio oriente dal 1948 quando venne istituito lo stato di Israele».

L’Italia è una terra di passaggio per moltissimi flussi di migrazioni forzate dall’Africa e dall’Oriente. Quasi sempre la rotta per l’Italia (per mare o per terra) non è frutto di una scelta consapevole, ma rappresenta l’unica via per giungere nei paesi europei dove le garanzie di diritti e possibilità di lavoro sono migliori che altrove. Tuttavia le politiche restrittive della “fortezza europa” e la complessità legislativa dell’Italia ancora priva di una legge quadro per il diritto di asilo non facilitano la vita dei migranti in cerca di rifugio.

Questa complessità legislativa può essere la causa indiretta di un incoraggiamento dell’immigrazione illegale?

«Il sistema potrebbe essere valido in teoria, ma nella pratica si verificano molti “effetti collaterali”. ll regolamento di Dublino stabilisce qual è lo stato competente per vagliare una domanda di asilo per evitare che nessuno stato dell’Unione si faccia carico della stessa domanda di asilo avanzata più volte da uno stesso cittadino in diversi paesi. Il regolamento di Dublino è un’esigenza per regolare il sistema e ha ricadute ovviamente anche sulla sicurezza dei paesi. Fissare criteri comuni presuppone che nell’Unione Europea ci sia uniformità di trattamento e armonizzazione legislativa. Ma non si possono paragonare gli standard greci con quelli svedesi. Per quanto riguarda gli iracheni ad esempio, tutto è diventato più difficile da quando hanno cominciato a circolare rapporti su presunte serie di passaporti rilasciati a Baghdad considerati non sicuri dalle ambasciate europee (e quindi anche dalla Svezia, che in passato aveva accolto moltissimi richiedenti asilo iracheni). La priorità data alla sicurezza europea ha di fatto impedito a tutti gli iracheni in possesso di un passaporto rilasciato in tempi “sospetti” di spostarsi da Baghdad nonostante i rischi. Un paio di anni fa nel Cpt di Crotone ho conosciuto una donna somala madre di 5 figli di cui uno handicappato, giunta in Italia con una “carretta del mare” diretta a Lampedusa. Dopo un anno, con grande sorpresa l’ho ritrovata a Crotone. Nel frattempo era riuscita ad arrivare in Norvegia dove lei e i suoi figli avevano potuto usufruire di un’assistenza particolare: avevano una casa, potevano frequentare la scuola pubblica e a lei era stato offerto un lavoro. Ma quando la polizia ha scoperto che era arrivata in Europa tramite Lampedusa ha dovuto rispedirla a Crotone da dove era partita, in applicazione del regolamento di Dublino. Questo per una persona significa essere sdradicata due volte, ma purtroppo sono le conseguenze drammatiche di una norma stabilita per armonizzare il sistema europeo».

L’unica speranza è il resettlement?

«Purtroppo sono ancora pochi i paesi in grado di assicurare il resettlement. E comunque non può essere questa la soluzione per i 33 milioni di persone, 4,5 milioni gli iracheni, costrette a vivere fuori casa a seguito di guerre e persecuzioni. Gli Stati Uniti hanno offerto delle quote di resettlement e di circa 11000 casi ne sono stati accolti 6000 , ma nonostante l’apertura, questa soluzione è comunque provvisoria e insufficiente. C’è un bisogno sempre crescente di sollecitare l’interesse per l’Iraq a livello internazionale. La stampa raramente fa l’equazione tra conflitto armato e crisi umanitaria. Ci si concentra solo sugli aspetti più sensazionalistici».

E’ ragionevole auspicare che la Carta di Roma possa incoraggiare la stampa ad approfondire la crisi umanitaria del popolo iracheno in fuga?

«Speriamo almeno che si cominci ad utilizzare un linguaggio appropriato e che non si continuino a promuovere pregiudizi ai danni di rifugiati e migranti».

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