Il Golfo del Messico vive il suo 11 Settembre

Articolo pubblicato il 01 dicembre 2014
Articolo pubblicato il 01 dicembre 2014

Dal disastro di Chernobyl alla marea nera della Louisiana, aumentano i costi politici ed economici dei disastri ambientali. Negli Usa un intero ecosistema è stato distrutto da cinque milioni di barili di petrolio dispersi in mare.

Chi muore di disastro ecologico spesso non rientra neppure nel bilancio delle vittime. Come accadde per Chernobyl, con una generazione, che oggi ha 40 anni, che ricorda ancora la paura per la nube radioattiva sprigionatasi il 26 aprile del 1986 dalla centrale nucleare più importante dell'Ucraina. Un disastro per il quale non si riesce ancora a stabilire un esatto numero dei morti: 65 accertati per il Chernobyl Forum, 4mila le vittime collegate alla catastrofe da leucemie e tumori secondo l'Aiea. Ad incutere ancora più paura sono le stime per il futuro: 400mila vittime, sostiene Greenpeace, mentre il Governo ucraino, nel 25esimo anniversario della strage, ammetteva che un totale di 5 milioni di persone vivessero ancora in zone contaminate e destinate a subire danni alla salute, anche gravi ed irreversibili. Un bilancio incerto, in sostanza, che accomuna l'incidente nucleare di Chernobyl ad un'altra catastrofe ecologica, quella che quattro anni fa interessò il Golfo del Messico. 

Per l'ecodisastro si apre il processo del secolo

20 aprile 2010. Un incendio di vaste proporzioni distrugge la piattaforma Deepwater Horizon, situata ad appena 80 chilometri dalle coste della Louisiana. Di chi sono le colpe? 

Della Transocean, la società proprietaria della piattaforma; della Halliburton, la multinazionale statunitense che si è occupata di fornire tutto il materiale per l'estrazione del greggio; della British Petroleum, ancora, che aveva voluto la costruzione della stessa piattaforma per effettuare delle esplorazioni nel cuore del Golfo del Messico; della Anadarko, in ultimo, corporation proprietaria del 25% del progetto. Le fuoriuscite di petrolio si protrassero per oltre cento giorni, 106 per la precisione, per un totale di cinque milioni di barili - nove milioni e mezzo di litri al giorno - che hanno distrutto l'ecosistema marino. Una marea nera, come la definirono i giornali, che per anni  si è riversata sulle coste americane della Louisiana, del Mississippi, dell’Alabama e della Florida.

La scure dell'Authority sulla British Petroleum

Semplice individuare i colpevoli del disastro, difficile rinvenire i capi d'accusa, impossibile prevederne le conseguenze. Il primo responsabile del disastro del Golfo del Messico è la multinazionale British Petroleum, che fa parte del cartello dei quattro cavalieri del petrolio (Exxon Mobil, Chevron Texaco, BP Amoco e Royal Dutch/Shell). Innocente neppure per se stessa, la BP si è riconosciuta colpevole di undici capi d'imputazione e ha accettato di versare 4,5 miliardi di dollari di risarcimento danni. Innocente nemmeno per lo staff di Obama, incaricato di indagare sugli aspetti oscuri dell'incidente. Dopo l'esplosione della Deepwater, il presidente degli Usa, alla Casa Bianca dal 2009, incaricò la National Commission on the BP/Deepwater Horizon Oil Spill and Offshore Drilling di lavorare ad un report sull'eruzione del pozzo Macondo.

Cosa sappiamo dell'inchiesta? Che ha riportato dati esatti e retroscena altrettanto scientifici, che ha rivelato un rapporto stretto, «scandalosamente stretto», dice Obama, tra le compagnie petrolifere e le autorità di regolamentazione del governo federale, lo stesso governo che poco prima della tragedia aveva autorizzato le trivellazioni per nuovi pozzi di gas e petrolio. Le conseguenze? Undici le perdite umane, effetto direttamente riconducibile alla catastrofe. Impossibile fare previsioni per il lungo periodo. Nonostante le ricerche, si conosce il destino solo del 20% del greggio finito in mare: si è depositato sul fondo per un'area di 3mila chilometri quadrati, dove danneggia ancora oggi uccelli marini, mammiferi, tartarughe e pesci. Del restante 80% non si sa nulla, circostanza terrificante se si considera che il golfo del Messico fornisce un terzo del pesce mangiato negli Usa e che una delle aree più colpite, la Florida, basa la propria economia essenzialmente sul turismo estivo. Un danno ambientale ma anche economico, con una delle più importanti delle “Big Oil rockfelleriane” che ha visto calare le sue azioni a picco. Un disastro che gira tutt'attorno al regno offshore dell'Europa, all'Inghilterra delle rinnovabili e della BP.

Marea Nera, l'ipotesi di un complotto internazionale

Prima dell'eruzione del Macondo, la British Petroleum aveva lanciato una campagna per sostenere l'interesse a puntare sulle rinnovabili. Correva l'anno 2008 ed una bolla speculativa intaccava il solido mercato energetico mentre il prezzo del petrolio raggiungeva i 150 dollari al barile. La BP, per invogliare i suoi clienti a superare l'era dell'oro nero, decide di abbandonare il nome British Petroleum e di chiamarsi Beyond Petroleum, oltre il petrolio. 

Ma l'era dei fossili non è ancora finita, il processo è lungo e la BP decide di trivellare ancora. Nel continente americano in pochi credono alla redenzione della BP attraverso il pagamento del risarcimento danni. Nella mente di molti si iniziano ad annidare tesi complottistiche, come se qualcuno, la BP, magari, d'accordo con le autorità federali di cui sopra, avesse deciso che per sancire la fine dell'era del petrolio e la dannosità della dipendenza energetica dallo stesso, sarebbe stato necessario un evento eclatante, paragonabile solo a quello dell'11 Settembre. A rivelarlo anche James Fox, un documentarista americano, che nel suo film Pretty Slick rivela sorprendenti retroscena dei rapporti tra la Bp e le principali banche americane. Ipotesi di sabotaggio prive di dettagli, certo, ma allora perché la Halliburton usò, consapevolmente, del cemento difettoso per costruire la struttura? Errore umano o semplice fatalità? Al momento non ci è dato sapere.