Il giorno dopo

Articolo pubblicato il 26 novembre 2015
Articolo pubblicato il 26 novembre 2015

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Venerdì 13 novembre 2015. Un giorno come gli altri, fino alle 21 e 20. Le prime allerte sui nostri cellulari. L'atmosfera si trasforma poco a poco in quel bar del Quartier Latin dove eravamo, fino a raggiunger eil panico quando un uomo passa davanti a noi correndo e gridando che c'era una sparatoria a 500 metri. Falsa informazione, ma noi decidiamo di rientrare. 

Quello che racconterò qui non è la sera del dramma, ma il giorno dopo. Quella giornata così strana per molti di noi, credo. Cerchiamo di "fare come se", guardando un film dei fratelli Cohen, O Brother. Ma non c'è niente da fare, tutto ci riporta a quello che è successo. Le foto degli scomparsi postate su Facebook, le frasi che resteranno scolpite nelle nostre teste per tanto tempo: "è solo l'inizio della tempesta", "la Francia è in guerra". Ritroviamo la misura delle cose, poco a poco. In fondo, è quello che pensiamo, anche se la presa di coscienza arriverà solo nei giorni seguenti. Che cosa vuol dire per noi? Per il nostro quotidiano? Come mi sentirò la prossima volta che prenderò il RER A all'ora di punta? "Ho paura di avere paura", una frase letta sui giornali. Abbiamo tutti paura di avere paura. E per esorcizzarla alziamo il volume della musica, più del solito, e ci obblighiamo a ballare. La sera, uscendo per incontrare degli amici, ho sentito musica cubana da una finestra e rock da un'altra. Tutti ci accorgiamo di quanto è strano, ma continuiamo perché si deve continuare. Ci aggrappiamo a quella libertà di vivere che ci strappano. 

Venerdì sera è stata toccata la nostra vita quotidiana, la via dove abito, il bar dove bevo un bicchiere, la sala da concerto dove ascolto i miei gruppi preferiti. Veniamo puniti perché viviamo felici e in pace. E da venerdì sera ci aggrappiamo due volte più forte a quella libertà. Ma come vivere con una spada di Damocle sopra la testa? "Il nostro modo di vivere cambierà, e questo mi riempie di rabbia". Joann Sfar,  questa mattina su France Inter, è lucido. E rabbioso. Combattere i kalashnikov con le idee può sembrare una sfida persa in partenza. Eppure. "Le vigliaccherie crescono sul vuoto, e noi abbiamo lasciato troppo a lungo a maggese il cuore dei nostri ragazzi".

«Non c'è un solo ragazzo che preferisca l'islamismo alla cultura. Cadono nell'islamismo quando non ci sono biblioteca aperte nel loro quartiere. La letteratura è più ricca del pensiero religioso, e non bisogna aver paura di dirlo.» Joann Sfar.

Marine Le Pen, dici di piangere per la Francia? Che ipocrisia! Asciugati in fretta le lacrime. Se oggi siamo a questo punto è anche a causa delle tue idee di esclusione, di quella religione che stigmatizzi da tanto tempo, dei tuoi "valori francesi" che non sono i miei, e di tutte le sciocchezze che dobbiamo al tuo partito. Vivi nella Francia del secolo scorso, senz asfumature, senza colori, senza differenze. Intervistato da Mediapart, lo storico del Medio Oriente Pierre-Jean Luizard ha detto: 

«Nei quartieri attaccati, possiamo vedere dei giovani, con sigaretta e bottiglia in mano, che socializzano con quelli che vanno alla moschea del quartiere. E' questo che l'ISIS vuole distruggere, spingendo la società francese alla risposta identitaria, [...] dove ciascuno considera l'altro non più secondo ciò che pensa o quello che è, ma secondo la sua appartenenza comunitaria.»

Se oggi il nostro paese si divide, è anche per colpa tua. Questa mattina Joann Sfar era invitato alla trasmissione Boomerang su France Inter. Per una risposta politica, sono le sue parole che vanno ascoltate, non le tue. Grazie infinite a lui per aver detto che "è tempo di essere fieri del nostro modo di vivere".

La storia si scrive sul filo delle nostre vite.