Il gioco d’azzardo delle lobby: rien ne va plus

Articolo pubblicato il 02 giugno 2003
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Articolo pubblicato il 02 giugno 2003

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La politica ambientale dell’UE deve spesso adeguarsi alle resistenze degli Stati. E di certe alleanze contro-natura. Tra sindacati e industriali.

Ci si potrebbe lasciar sedurre facilmente. Motivata da un gruppo di convinti militanti, l’Unione Europea si propone come portatrice di una politica ambientale innovatrice.

Sull’esempio di un’Europa del Nord (i paesi scandinavi, la Germania) che si vuole all’avanguardia, la Comunità europea ha moltiplicato le direttive che impongono norme sempre più restrittive.

Le associazioni ambientaliste come il WWF, Friends of the Earth Europe, Greenpeace o il Bureau Européen de l'Environnement, sostengono questo movimento sulla base di un lobbismo particolarmente pronunciato in seno alle stesse istituzioni.

In effetti non è raro che queste ultime siano chiamate a lavorare sui grandi temi delle politiche ambientali e sui dettagli di una loro eventuale applicazione.

Ispirata dalla foga di questi militanti, la Commissione Europea ha dato vita a numerose politiche innovative, per non dire esemplari (se riuscissero ad andare in porto) in differenti materie: controllo delle sostanze chimiche, politica integrata dei prodotti etc. Parallelamente a queste strategie a lungo termine, l’Unione europea ha poi saputo mostrare una capacità di reazione non indifferente in casi come la catastrofe industriale di Seveso nel 1976 fino ad arrivare al naufragio del Prestige lo scorso anno.

Le bottiglie della discordia

Visto questo impegno, com’è possibile allora che sul territorio europeo si rilascino numerose autorizzazioni per la coltura di Organismi Geneticamente Modificati e che l’aria che respiriamo sia sempre più malsana ?

Come mai alcuni Paesi possono permettersi di ignorare le direttive europee e gli atti accusatori della Corte di giustizia ?

Lo scenario effettivamente non è dei migliori. L’ambiente rappresenta un argomento di discussione caratterizzato da numerose reticenze. L’Europa del Sud (Grecia, Italia, Spagna) ed altri paesi che vagano in un limbo indefinito come Francia e Inghilterra lo dimostrano.

Le differenze tra le diverse realtà europee in termini di approccio al problema della protezione ambientale rendono la ricerca di «un livello di protezione elevata» difficile da realizzare.

Sin da quando le politiche ambientaliste hanno conosciuto un nuovo impulso, sulla base di analisi contraddittorie, gli Stati membri sostengono il sistema industriale e le tecnologie nazionali. Ciò è dimostrato da celebri esempi quali “le bottiglie della discordia” (disputa riguardante il problema del riciclaggio delle bottiglie di plastica).

Inoltre, la posizione di taluni Stati su determinate tematiche come, ad esempio, gli OGM o le sostanze chimiche tradiscono la tendenza delle istituzioni a salvaguardare una prassi operativa dalle caratteristiche marcatamente economiche e lontana da una logica democratica ed eco-cittadina.

L’esempio del Libro bianco sulle sostanze chimiche ci lascia, al riguardo, perplessi.

Nell’attesa di test che riguarderanno più di 20.000 sostanze chimiche di cui si ignora l’effetto sull’uomo e sull’ambiente, la Commissione ha ceduto alle pressioni delle industrie chimiche e ha deciso di respingere la classificazione delle suddette sostanze, classificazione che avrebbe potuto comportare la messa al bando del loro utilizzo.

È forse questa una giusta applicazione del principio di precauzione?

Fronte comune industria–sindacato contro natura

Questo esempio ci mostra il gioco primordiale che giocano le lobby nel processo decisionale comunitario. L’estensione della procedura di codecisione per la maggior parte delle questioni aventi carattere ambientale ha conferito ancor più forza alle lobby che hanno, così, la possibilità di redigere un gran numero di emendamenti che vengono depositati direttamente sulle scrivanie dei deputati che le sostengono.

Certo, in questo giochetto le ONG e le associazioni dei consumatori possono contare su un indiscutibile vantaggio in termini di «anzianità». Inoltre i parlamentari «verdi» rappresentano un canale privilegiato, oltre che consenziente, per le loro azioni di lobbying.

Ma il settore industriale, grazie a potenti federazioni europee, ha rapidamente reinvestito sul terreno del lobbying ambientale che, anche se costretto il più delle volte ad agire in situazioni di urgenza, una volta messosi in moto non si ferma più. Anche a costo di schiantarsi contro un muro.

Le risorse impiegate sono spesso colossali, sia che si tratti di sostenere un’azione comune o che per difendere la posizione di uno specifico settore di attività contro un altro.

Muovendo i fili della distorsione della concorrenza e sotto la minaccia di rivelazioni scandalistiche, gli industriali riuniscono e raggiungono i propri obiettivi attraverso lotte intestine spesso non mediatizzate e perciò poco trasparenti.

Le industrie chimiche, nella prospettiva di raggiungere i propri interessi, hanno riunito i sindacati dei lavoratori per formare un fronte di opposizione alla Commissione. Come non cedere, infatti, ad una pressione che fa leva sulla minaccia di preconizzare la scomparsa, oltre che di numerosi prodotti indispensabili per la nostra vita quotidiana, anche dei posti di lavoro a questi correlati in seguito al divieto di utilizzo per determinate sostanze chimiche? Il collegamento è allettante.

Ci è stato già detto: è necessario cercare le migliori soluzioni ambientali al minor costo possibile. Questa problematica pone a confronto gli industriali e gli Stati membri da una parte e la Commissione dall’altra così come la Direzione generale sull’ambiente e tutte le altre Direzioni generali in seno alla Commissione.

Ma cosa scegliere tra un pianeta vivo e sano ed un posto di lavoro per tutti? Auspicare sia l’una che l’altra cosa sembra una contraddizione. Nonostante l’ostenata buona volontà, il vero dibattito non è stato ancora affrontato.