Il futuro croato? fantascientifico!

Articolo pubblicato il 04 settembre 2013
Articolo pubblicato il 04 settembre 2013

Il futuro? È già passato. Tinte fosche e deboli tratti di speranza compongono i sogni a occhi aperti degli autori croati di Science Fiction. Trasportati dal loro umore personale, ma anche dalla storia violenta del loro Paese danno vita a una EUtopia 2.0 fatta di condivisione, libertà totale e tecnologia. Cafébabel documenta l'incontro surreale nei caffè di Zagabria. 

L’anno 1971 era appena iniziato e una scultura a forma di sole si apprestava ad approdare in mezzo al teatro nazionale croato. Trent’anni dopo, per completare l'opera Nine views, si sono aggiunti Mercurio, Venere, Marte, Giove, Saturno, Nettuno, Plutone e, naturalmente, anche la nostra Terra, minuscola quanto l’unghia di un dito in confronto alla stella bronzea di due metri. 

Per Mihaela Marija Perković, scrittrice, l’installazione degli artisti Ivan Kožarić e Davor Preis rappresenta l'immagine di un futuro migliore per l’umanità e, allo stesso tempo, il cammino impervio che va intrapreso per raggiungerlo. A cinque minuti a piedi dalla scultura "Saturno" ci sediamo in un cafè lungo via Maksimirska. Un futuro senza coffeina? No, grazie.

Science-Fiction croata

Alla domanda "come si immagina il suo mondo perfetto", l’autrice deve fantasticare a lungo. Le vere e proprie utopie infatti giocano un ruolo marginale nel filone croato della science fiction. Una società perfetta offre poco spazio al dramma. Le guerre balcaniche hanno fatto il resto, coprendo con un ulteriore strato di tetraggine i racconti sul futuro.

Mihaela fa scivolare sul tavolo un volume nero. Si tratta di Kontakt, una raccolta di racconti brevi a opera di autori croati di science fiction, tradotti in inglese. "La science fiction croata ha tinte fosche. Ha rivolto il suo sguardo stupito dalle stelle alle stalle", leggo nel prologo, scritto da un tale Darko Macan che successivamente si presenterà per e-mail come un misantropo depresso e pessimista. Deglutisco in segno di disagio. La Croazia è davvero il luogo giusto per parlare di un futuro migliore? "Il nostro modo di apprendere a scuola deve cambiare", afferma improvvisamente Mihaela. La sua amica e collega scrittrice Irena Rašeta annuisce. Costrizioni e studio mnemonico non hanno per lei alcun futuro -né in Croazia, né altrove. Il periodo scolastico di Mihaela non è riuscito a risvegliare in lei la curiosità per le meraviglie dell’universo. Ne è rimasta affascinata più tardi e, per questo, in maniera impetuosa.

Libertà totale 

Il progresso tecnologico svolge un ruolo secondario nello scenario futuro ipotizzato da Mihaela. "Le mie storie si sviluppano spesso seguendo un orientamento femminista", spiega lei, madre di un figlio. Ma in realtà, se c'è un filo logico, si tratta piuttosto della possibilità dell’individuo di migliorarsi per diventare un essere altruista ed empatico- anche per ragioni pragmatiche: "in una società che conta sempre più "single", ognuno avrà immancabilmente bisogno di aiuti nella vecchiaia. L’umanità si deve reputare una grande famiglia nella quale ognuno dà il suo contributo: che sia tramite il servizio di baby sitter, attraverso la cura dei malati, o impegnandosi nella trasmissione del sapere".

Il "classico" nucleo familiare, composto da uomo e donna, rappresenta solo una tra tante opzioni secondo Mihaela. "Auspico un mondo nel quale tutte le relazioni siano possibili e percepite come normali - gay, lesbiche, l'amore tra due, cinque o sette persone". E ciascuna di queste comunità dovrebbe avere il diritto di adottare e crescere bambini. "In Croazia ci sono molti minori abbandonati e allo stesso tempo possono spesso occorrere dieci anni affinché un’adozione venga posta in essere", redarguisce Mihaela. "Nel complesso, la mia utopia è un miscuglio tra un mondo hippie degli anni '70 e un ambiente urbano futuristico, che offra tecnologia e libertà d'istruzione a tutti".

Irena crede che sia possibile realizzare questa visione futura soltanto barando: "escogiterei una droga che porti gli uomini a preoccuparsi di più del prossimo e la farei uscire dai rubinetti delle case insieme all'acqua potabile", afferma la donna trentaquattrenne, ridendo. "Abbiamo disimparato a pensare a noi stessi. I bambini devono anche imparare a mettere in discussione le autorità!", continua.

Un futuro apocalittico?

Mettere in discussione le autorità è la specialità di Aleksandar Žiljak. Il cinquantenne, coeditore dell’antologia di science fiction Ubiq, scriveva già del futuro quando un mio coetaneo aveva ancora il cordone ombelicale. Alcune delle sue storie hanno scavalcato i confini croati e sono apparse in riviste tedesche, polacche e inglesi. Lo stesso vale per Ultramarine, la storia preferita di Aleksandar. Incontro questo "fossile" della science fiction croata in un bar all’aperto, nell’atrio del museo archeologico. Proprio così, ma la birra è fresca e la musica è lounge.

Diventa subito chiaro come il pensiero di Aleksandar si contraddistingua per una certa inclinazione al fatalismo e a uno humour da patibolo. Mentre rivela la sua utopia personale capisco che egli ritenga di gran lunga più probabile un altro scenario: il collasso totale. Le sue visioni sembrano tuttavia molto simili a quelle di Mihaela e Irena. La città del futuro di Aleksandar si caratterizza soprattutto per un colore: il verde. Immagina un unico grande parco nel quale le auto non abbiano alcuno spazio di manovra. Al loro posto una fitta rete di trasporti pubblici porterebbe persone e materiali a destinazione.

Socialismo 2.0

"Miliardi di persone non hanno possibilità di sopravvivere se applichiamo le tecniche dell’agricoltura del XVII secolo", afferma con sicurezza Aleksandar. Le centrali idriche ed elettriche, gestite pubblicamente e localmente, dovrebbero approvvigionare gli abitanti della terra. "La privatizzazione delle più importanti infrastrutture pubbliche di una comunità è una pura idiozia oltre a essere un'azione estremamente pericolosa!", avverte il critico del capitalismo -un chiaro colpo basso all’attuale politica della sua nazione. "Per vent’anni abbiamo privatizzato tutto il possibile e cosa è successo? Le più importanti fabbriche sono chiuse e i lavoratori licenziati". Il flusso del discorso di Aleksandar si arresta soltanto a fatica. "Abbiamo un’armata di disoccupati, non soltanto a causa dei danni di guerra, ma anche grazie alla cattiva gestione della nostra economia!". In futuro deve esserci il giusto equilibrio, un mix tra proprietà privata e pubblica. Determinati  beni dovrebbero essere ripartiti e condivisi. Elettrodomestici e oggetti di uso corrente potrebbero essere comodamente prodotti a casa, grazie a una stampante 3D ad alta tecnologia: stiamo parlando di una sorta di socialismo 2.0.

Una rete d'istruzione globale

Dunque, come affrontare la questione dei milioni di disoccupati? A detta dello scrittore, soltanto il 20% dell’umanità -deglutisco nel pronunciare questa cifra - è in grado di effettuare lavori creativi e molti potrebbero non svolgerli secondo le loro potenzialità, poiché crescono in condizioni di miseria. "Per salvare le odierne generazioni di adulti siamo in ritardo: dobbiamo investire nei più piccoli". Soltanto grazie a una rete d'istruzione globale è possibile offrire a ciascun bambino, che sia nato in Africa, negli USA, in Asia o in Europa, le medesime possibilità di apprendimento.

Gli strumenti per realizzare questa utopia - Aleksandar ne è certo - sono a portata di mano, quanto meno da un punto di vista tecnico. Il problema reale va attribuito però ai politici e ai capi di Stato: "L'attuale sistema economico e politico non è interessato a ripartire uniformemente i frutti della terra". Quindi occorre un nuovo inizio? Dovremmo semplicemente attendere il collasso della nostra civilizzazione per costruire un mondo nuovo e migliore dalle sue ceneri? A causa della mia domanda ricevo una risposta molto adirata: "queste ceneri sarebbero radioattive. Una nuova guerra mondiale ci catapulterebbe per lo meno in un nuovo Medioevo! Bramare una guerra per un futuro migliore non è altro che un’evidente idiozia! Le persone che sostengono queste tesi hanno idea di cosa succede quando si viene colpiti da un proiettile, o cosa vuol dire marciare 50 km con l’intero armamento addosso? Hanno idea di come si munga una mucca? Dal caos totale non si genera qualcosa di buono! Mai!".

Questo articolo fa parte della serie di reportage “EUtopia on the ground”, un progetto di Cafebabel.com sostenuto dalla Commissione Europea in collaborazione con il Ministero degli Esteri francese, la Fondation Hippocrène e la Fondazione Charles Léopold Mayer.