Il figlio di Saul: il legame con ciò che è umano

Articolo pubblicato il 02 marzo 2016
Articolo pubblicato il 02 marzo 2016

A gennaio nelle sale italiane è uscito Il figlio di Saul, primo film del regista ungherese László Nemes. Vincitore dell'Oscar 2016 come Migliore film straniero, aveva già ricevuto il Gran premio della giuria a Cannes nel 2015. La necessità di non dimenticare l'orrore dell'Olocausto porta il filmmaker a raccontare 36 ore della vita di Saul Ausländer, prigioniero e membro dei Sonderkommando.

Il regista László Nemes sceglie di ricordare una storia dolorosa e difficile da rappresentare. Lo sguardo attraverso il quale è costruito il film non è quello di un semplice prigioniero di Auschwitz. Il protagonista, interpretato da Géza Röhrig (poeta e scrittore ungherese che vive a New York), è membro dei Sonderkommando, quei deportati assoldati per accompagnare gli altri prigionieri verso le camere a gas nei campi di concentramento, rimuoverne i corpi e portarli nei forni crematori. Ogni quattro mesi i Sonderkommando venivano eliminati e sostituiti, in quanto primi testimoni della fredda crudeltà del meccanismo di sterminio. 

La scoperta di un figlio

Nemes è conspevole che restituire l'idea e i sentimenti di un'intera collettività è estremamente complesso, quindi sceglie di interessarsi all'esperienza di una sola persona, concentrata sui propri compiti al servizio delle SS, costretta ad essere un complice. L'essere sia vittima che carnefice lascia emergere una sofferenza non immediatamente chiara, alla quale raramente i film sulla Shoah hanno fatto attenzione.

Il Sonderkommando Saul Ausländer è intento a svolgere le mansioni ordinategli dalle SS assieme ad altri prigionieri: eseguono ciò che è stato loro comandato senza manifestare emozioni. Fino a quando, durante la meccanica rimozione dei corpi dalle docce, Saul scopre il corpo di un ragazzo nel quale riconosce – o crede di riconoscere – suo figlio. Improvvisamente la cieca abitudine alla sopravvivenza si incrina, rinasce un'esigenza prettamente umana di cui i deportati erano violentemente privati: il desiderio di Saul è quello di dare una degna sepoltura al ragazzo, portarlo via dalle fiamme e salvaguardare così il suo corpo, simbolo di una purezza estranea a ciò che li circonda.

Il trailer di Saul.

I nostri passi sono quelli di Saul

La regia contribuisce ad un effetto immersivo e totale della visione, in cui ogni passo falso o dimenticanza potrebbero rendere la narrazione meno efficace. Nemes decide di far emergere la figura di Saul dallo sfondo: si concentra sul suo volto e sul suo incedere. Attraverso l'alternanza di primi piani a semisoggettive, la telecamera segue il protagonista senza perdere di vista la croce rossa disegnata sulla sua giacca e accompagna l'incertezza dei suoi passi. Lo sguardo dello spettatore si ancora al corpo di Saul e partecipa ai suoi sussulti: anche per chi è in sala salvaguardare il corpo del ragazzo, cercando di non perdersi nel caos infernale, diventa l'obiettivo fondamentale.

Il figlio di Saul non è un film facile: non perché mostri particolari macabri o perché faccia proprio un linguaggio narrativo inusuale. Non è facile perché lascia spazio all'interpretazione: non racconta  dei "salvati", ma di coloro che si sono persi nella massa, destinati a non farcela. La lotta di Saul è quella di un animale in gabbia. Dopo aver perduto i suoi legami umani, ritrova gli affetti e le sue origini in un giovane corpo che gli ricorda suo figlio. O un ragazzo qualsiasi di cui sarebbe potuto essere il padre. Ciò che vuole non è semplicemente rendergli giustizia: Saul non vuole dimenticare il motivo profondo, umano, per cui lo sta facendo.

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Pubblicato dalla redazione locale di cafébabel Torino.