Il fatalismo: l'atteggiamento negativo del 2016

Articolo pubblicato il 26 gennaio 2016
Articolo pubblicato il 26 gennaio 2016

Il 2016 è iniziato come il 2015 era finito: in un clima di "declinismo". Davanti alle grandi questioni di attualità sembra diffondersi un certo atteggiamento rinunciatario, che in Francia è tornato alla ribalta anche con un neologismo: l'aquoibonisme, dall'espressione "À quoi bon?", paragonabile al nostro fatalista "Ma a cosa serve?".

Non sarà sfuggito a nessuno che i grandi problemi del 2015 si siano riproposti il 1° gennaio di questo nuovo anno. Il terrorismo, la crisi migratoria, i disastri ambientali e Donald Trump... continuano e continueranno ad alimentare le grandi e piccole discussioni del 2016. Senonché qualcuno potrebbe decidere di tagliare la testa al toro. Qualcuno, ovvero coloro che ripetono sempre "À quoi bon?" (a che serve?, n.d.r.): i fatalisti. Una minoranza (quasi) silenziosa che dubita della propria utilità nell’affrontare i problemi, e che si rifiuta di credere nell’esistenza di una valida ragione che possa dare un senso alla propria vita.

In francese esiste anche un vocabolo, l'aquoibonisme, un concetto sdoganato nel 1977 dalla penna di Serge Gainsbourg e dalla voce di Jane Birkin nella canzone L’Aquoiboniste, definito allora come «uno strano menefreghista» («un drôle de je-m’en-foutiste»). Nel 2016, questo aggettivo potrebbe indicare un'altra categoria di persone, cioè quelle che non si prendono neanche più la briga di "fregarsene" e che vivono in una condizione costante di scoraggiamento. Un esempio: secondo un recente studio di Infosys, il 76% dei giovani francesi pensa di avere prospettive di lavoro peggiori rispetto a quelle della generazione dei propri genitori. Ritrovandosi di fronte alle sfide della propria epoca, la generazione Y o la generazione Z tenderebbe dunque a lasciar stare, a perdere le tutte le proprie speranze. In passato la gioventù era quella che scendeva in piazza con un libro di Herbert Marcuse sotto il braccio. Oggi il giovane medio è quello che lancia l’hashtag #AQuoiBon (a che pro; ma a cosa serve, n.d.r.) mentre guarda una serie di HBO

Jane Birkin, L'Aquoiboniste

Chiaramente esistono eccezioni e fare di tutta l’erba un fascio sarebbe stupido, tanto quanto fare del fatalismo una corrente di pensiero moderna. Ciò detto, i recenti avvenimenti, con la loro capacità di assecondare un certo atteggiamento "declinista" in televisione come al bar, portano talvolta a disseppellire vecchi termini dimenticati. In italiano non esiste una traduzione letterale del francese aquoibonisme. L’aquoiboniste, però, potrebbe trovare un corrispettivo nella figura dell’Uomo qualunque, che indica una persona il cui atteggiamento morale e politico critica il pensiero dominante sminuendo qualsiasi tentativo di impegno ideologico o politico. Nato da un giornale omonimo, quello dell'Uomo Qualunque è stato un movimento che ha iniziato ad affermarsi negli anni '40 e '50, per poi costituire un vero e proprio partito, che in tal senso molto ricorda il poujadismo francese (un movimento sindacalista e demagogico dello stesso periodo).

In Germania, le tracce più recenti di umore fatalista risalgono agli anni '80 e '90, nel periodo in cui l’espressione Null-Bock-Stimmung (letteralmente "l’atteggiamento del non c'ho voglia", n.d.t.) aveva dato il nome a un'intera generazione di giovani, chiamata Null-Bock-Generation, caratterizzata da una mancanza di interesse nel futuro professionale, sociale ed economico. Pochi anni più tardi, nel 1992, la Politikverdrossenheit, termine che descrive la disillusione del cittadino nei confronti della politica e delle sue istituzioni, sarebbe stata eletta parola dell’anno.

Nessuno può sapere quale fra questi trending topics ritroveremo su Twitter, ma è probabile che la nostra bacheca su Facebook registrerà un aumento vertiginoso della parola aquoibonistequ’a pas besoin d’oculiste pour voir la merde du monde», che non ha bisogno di un oculista per vedere la merda del mondo», come dicevano Gainsbourg e Birkin). Ma in fondo: a che serve discuterne?