Il documentario inedito di France Culture sulla Resistenza in Iran

Articolo pubblicato il 15 giugno 2016
Articolo pubblicato il 15 giugno 2016

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Il 31 maggio scorso, durante la trasmissione Sur les Docks, France Culture ha diffuso un documenario intitolato «Voix de la Résistance Iranienne» (Voci della Resistenza Iraniana), realizzato da Olivier Steiner e Assia Khalid. 

In questo documentario inedito, l’autore Olivier Steiner lascia la parola ai membri e ai partigiani della Resistenza iraniana, alla figura emblematica che la rappresenta, Maryam Radjavi, e ad alcuni cittadini, intellettuali e personalità della politica francese, che sostengono questa causa.

Le testimonianze dei cittadini iraniani, vittime del regime teocratico, conferiscono realtà e forza al racconto della repressione e della lotta condotta contro questa, mentre le parole dei loro sostenitori fanno luce sulla realtà mediatica e politica che tende ad occultare la gravità della situazione in Iran. Al centro del racconto, in cui le donne, oppresse e combattive, hanno un ruolo fondamentale, si trovano il Camp Ashraf, città nel deserto iracheno, vicina alla frontiera iraniana, con i suoi ospedali, luoghi di cultura, università, dove è sorta la speranza della rivoluzione democratica, e il Camp Liberty, un campo d'esilio accerchiato e attaccato a continue riprese, dove gli oppositori iraniani resistono alle pressioni.

Behzad Naziri, ex giornalista iraniano esiliato in Francia, racconta di come l'ayatollah Khomeyni abbia raccolto il movimento di protesta contro il regime dello Scià, di come lo stesso ayatollah abbia inizialmente beneficiato della fiducia da parte degli intellettuali, e anche della sanguinosa repressione del 1982, in cui è morta sua sorella, giovane militante dei Mujaheddin del Popolo. Secondo Naziri, il regime iraniano si sentiva particolarmente minacciato dalle donne, che erano in prima linea per la difesa dei propri diritti: «le donne, inizialmente, si erano fortemente mobilitate per il processo di rovesciamento dello Scià e, successivamente, sempre le donne, ancora di più contro il potere dell'ayatollah, a partire dal momento in cui hanno constatato che la misoginia è la caratteristica principale del regime di Khomeyni... (...) tutti e due, in quanto giornalisti, siamo stati in prigione sotto Khomeyni, ma io, trentacinque anni dopo, sono davanti a voi, vi parlo di mia sorella, che non c'è più. Era una donna, è stata tortutrata in maniera più atroce che se fosse stata un uomo, nelle prigioni di Khomeyni.»

Elham Zandjani, una volta abitante di Ashraf, rievoca la vita democratica del Camp Ashraf, distrutto dagli iracheni inviati dal regime dei mollah, venuti per «eliminare tutti»: «Avevamo due alternative, molto semplici: potevamo scappare, arrenderci, oppure c'era la possibilità di resistere, di dire no.»

L’impegno personale di Rama Yade, emerso dopo il suo mandato di segretaria di Stato agli Affari Esteri, testimonia sull'«esercizio schizofrenico» cui si abbandona la politica occidentale, alienata dagli interessi economici e diplomatici, «perché c'è una predazione economica sui mercati iraniani, tutti fanno finta di non vedere niente e i media francesi adesso diffondono nelle ore dei grandi ascolti dei servizi sul nuovo Iran». Per Rama Yade, l’argomento economico in realtà non è coerente: «Io stessa ho provato su di me questa contraddizione, e penso che la si possa superare perché, in effetti, non è una questione di interessi economici contro valori, perché i valori sono il nostro maggiore interesse. E per esperienza ho visto che quando si evitava di menzionare, anche soltanto menzionare, la questione dei diritti dell'uomo con questo o quel dittatore, poiché bisognava firmare dei contratti per creare degli impieghi in Francia, argomento supremo, ebbene, alla fine i contratti non venivano firmati. Non si firmavano i contratti perché la Resistenza si organizzava altrove, ovvero nella stampa, presso le ONG,  nell'opinione pubblica.»

La testimonianza di Shaghyegh Azimi, giovane militante di 23 anni, esiliata da quando ne aveva 16, mostra una gioventù dinamica, insubordinata e sostenuta dai social network, strumenti fondamentali per una nuova forma di lotta e di scambio di idee. La giovane donna parla allo stesso modo del canale televisivo della Resistenza, diffuso dall'estero e molto seguito in Iran, nonostante sia vietato: «C'è un canale televisivo che è vicino al CNRI, che si chiama Sima-ye-Azadi, il volto della libertà (...). Ma io, in questo canale, vedevo qualcos'altro. Ad esempio vedevo che le donne, le presentatrici TV, erano molto serie e sicure di sé, o anche che le donne venivano impiegate in altri campi, soprattutto in quelli preclusi alle donne in Iran, potevano farlo nella Resistenza: a Ashraf era possibile. Questo canale televisivo è probito in Iran. Arrestano le persone che lo guardano, ci sono spesso irruzioni di polizia nelle famiglie. (...) Tutti i simpatizzanti dei mujaheddin, soprattutto i giovani, era per loro un dovere vitale guardare quel canale.»

Gli interventi di Maryam Radjavi richiamano all'impegno del CNRI per un Iran libero e democratico, attraverso l'adozione di programmi a favore dell'uguaglianza, della libertà, del rispetto dei diritti dell'uomo e dei popoli: suffragio universale , abolizione della pena di morte, separazione di Chiesa e Stato... Di fronte ad un regime misogino la cui visione non è diversa da quella di Daesh, è la leadership delle donne che viene intensamente invocata in questo documentario, quando Maryam Radjavi afferma: «noi riconosciamo infatti l'uguaglianza totale tra le donne e gli uomini in tutti i domini, politico, sociale e giuridico, e in particolar modo rivendichiamo la partecipazione egualitaria delle donne nella direzione del Paese».

Tanto di cappello all'emissione Sur les Docks di France Culture, che ci ha fatto scoprire un aspetto spesso ignorato degli Iraniani e della loro resistenza agli Ayatollah