Il distretto cinese di Prato un anno dopo 

Articolo pubblicato il 08 dicembre 2014
Articolo pubblicato il 08 dicembre 2014

1° dicembre 2013. Sette operai cinesi muoiono nell'incendio di un “pronto-moda” a Prato. 

L'incidente porta all'attenzione nazionale il lato sommerso (ma risaputo) dell'immigrazione nella città del tessile. Un anno dopo si ricordano le vittime, ma le domande e le cose da fare sono ancora molte.

Se non fosse per le ore di luce più fugaci, sembrerebbe quasi una giornata primaverile. Assai diversa dal primo dicembre di un anno fa, quando un vento freddo e sottile alimentava l'incendio nella ditta cinese «Teresa Moda», nell'area industriale a sud di Prato. A dodici mesi di distanza, sullo stesso piazzale di fronte alla fabbrica si ripete l'accensione di decine e decine di piccole candele poste sull'asfalto, simbolo della “luce della speranza”. Immutato è il dolore dei parenti delle sette vittime del rogo: tutti cinesi (solo due gli immigrati regolari), morti sul posto di lavoro alle 6 di una domenica mattina.

La Chinatown di Prato

Prato ospita una delle comunità cinesi più numerose d'Italia. Su 190 mila residenti, più di 15 mila sono cittadini orientali. Ma accanto ai dati ufficiali, ci sono i flussi irregolari (almeno 10 mila immigrati) e le presenze regolari ma non censite (circa 15 mila), che portano a 42 mila persone la stima complessiva della popolazione cinese di Prato.

Producono per lo più confezione d'abbigliamento a basso costo, con oltre 4.500 aziende attive nel 2009. Un distretto parallelo che ha sostituito quello storico del tessile pratese, già vittima di una crisi pregressa e della globalizzazione. Oltre alla manodopera in nero, è evidente come l'elusione dei controlli sia la “norma” nel distretto cinese: il primato che vede un residente cinese su tre titolare di un'azienda si spiega con la chiusura sistematica delle attività (nel 2009, il 42% aveva meno di due anni) e con la loro successiva riapertura sotto una diversa ragione sociale, grazie ai prestanome.

Un sistema solo marginalmente colpito dalla crisi economica (la produzione industriale di rifiuti – che non distingue tra regolari e clandestini – è calata del 7% tra il 2010 e 2011), in cui risulta sempre più difficile fare finta di niente. Ma di cui si torna a parlare con forza solo quando accadono eventi irreparabili.

Il rogo

Era l'alba del 1° dicembre 2013 quando è scoppiato l'incendio nel “pronto-moda” di via Toscana, forse per una bombola del gas o per un cortocircuito. Sette le persone rimaste in trappola, morte per asfissia in quel capannone nella zona industriale del Macrolotto dove lavoravano 13 ore al giorno. Cucinavano e dormivano lì, in dei vani di cartongesso. I loro nomi erano Zheng Xiuping, Xue Xieqing, Ling Guangxing, Rao Zhangjian, Su Qifu, Wang Chuntao, Dong Wenqiu.

Nelle cronache di quest'anno sono stati definiti in più modi: operai cinesi, immigrati irregolari, lavoratori sfruttati. Nel giorno del ricordo, il Sindaco li chiama “cittadini di Prato”. Sicuramente, sono stati tutti vittime delle condizioni di insicurezza: l'uscita di emergenza, emerge dal processo, non conduceva all’esterno ma a delle scale che salivano sul tetto. E questo non era e non sarà l'unico caso.

I controlli

Il 18 maggio 2014 si è sfiorato un incidente analogo. Un'altra ditta cinese – a 500 metri da via Toscana – ha preso fuoco e un operaio è stato salvato dai Vigili del fuoco. Sono tanti i casi di violazione delle norme di sicurezza sul lavoro. Comuni gli abusi edilizi per costruire dormitori irregolari.

Il piano straordinario predisposto da Regione e ASL è entrato a regime a settembre 2014: in questi tre mesi sono state ispezionate 859 aziende cinesi del distretto tra Prato, Pistoia, Empoli e Firenze. Il risultato? Meno di un terzo quelle dichiarate a norma, 62 quelle sequestrate, 473 i casi in cui sono state rilevate irregolarità tra cui 63 cucine e 85 dormitori abusivi, depositi di bombole a gas, impianti elettrici e macchinari non conformi. Ispezioni a cui si aggiungono altri 1.358 controlli realizzati nell'ultimo anno da Forze dell'ordine, INPS e INAIL.

Tuttavia il vero “cambio di passo”, ripetono tutti i responsabili delle istituzioni, si può avere solo con la piena presa di coscienza da parte della comunità e dei lavoratori cinesi. Ma non solo. Perché, come puntualizza Dario Di Vico sul "Corriere della Sera", «se ci sono 4.500 ditte cinesi a Prato, ci sono altrettanti capannoni e sono tanti gli italiani che vivono di quegli affitti».

Un anno dopo

La giornata di commemorazione del 1° dicembre 2014 ha visto la partecipazione delle istituzioni (molte) e della cittadinanza (più in sordina). È intervenuto anche il console cinese Wang Fuguo mentre il presidente della Repubblica Napolitano ha inviato una lettera alla città. I toni e le parole ufficiali, pronunciate nell'aula del consiglio comunale (e tradotte integralmente in cinese), si somigliano: la costernazione che non è mai sufficiente; i moniti per il rispetto delle regole e dei diritti; l'impegno per l'integrazione.

Un centinaio di persone si è unito alla veglia in via Toscana, nel piazzale di fronte alla schiera di capannoni: pochi i pratesi, molti gli orientali. Nell'aria i canti buddisti si confondevano con le grida strazianti di dolore, ancora così vivo per i parenti. Sono state ricordate le storie dei sette operai della «Teresa Moda» mentre, nel centro storico, è stata inaugurata una mostra fotografica.

Intanto il processo è in corso. Oltre ai tre gestori cinesi, sono coinvolti anche i due proprietari italiani del fondo, accusati di omicidio colposo plurimo. Secondo le testimonianze, avevano visitato l'interno del capannone e sapevano dei dormitori. Così come i titolari erano ben inseriti nel meccanismo di elusione delle regole: «È pazzesco – scrive "Il Tirreno" riportando le parole dell'avvocato di parte civile Giuseppe Quartararo – che a distanza di quattro mesi gli imputati si stessero già dando da fare per aprire un'altra attività».