Il dibattito sulla politica economica

Articolo pubblicato il 26 aprile 2004
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Articolo pubblicato il 26 aprile 2004

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La politica economica può essere ancora oggetto di dibattito. Nonostante la globalizzazione. A patto che se ne discuta a livello europeo. Perché è lì che si annida il vero potere.

La Costituzione Europea sarà ben presto firmata. E, nello stesso tempo, ci ritroveremo in un’Europa ampliata a venticinque membri. In un’Unione, cioè, che non solo accoglie differenti paesi con differenti livelli di sviluppo economico, ma che rappresenta anche concezioni divergenti su cosa fare delle nostre economie. Sembra tuttavia che ci si dimentichi del fatto che il nucleo fondamentale della costruzione europea fu, ed è ancora, il “mercato comune”. Quando questi nuovi dieci paesi saranno nell’Unione, almeno in una prima fase, s’integreranno all’interno di una economia, ovvero, venendo al sodo, all’interno di un mercato che avrà una dimensione planetaria: 450 milioni di consumatori.

La lotta politica attuale risiede nello spostare la concezione sociale o civica dell’economia, dalle strutture statali tradizionali verso una nuova cornice europea di potere. I governi giustificano i loro tagli sociali e le loro rigide politiche come in accordo alle esigenze europee. Il singolo cittadino tuttavia, non ha possibilità di dire la sua sulla politica economica dell'Europa. Sembra dunque, che l’ambito delle scelte economiche si allontani sempre più dalla dimensione politica, per perdersi attraverso meandri impersonali di una serie di trattati europei tecnici e intoccabili, con principi sacri come il “deficit zero”.

Il dibattito sulla politica economica

Con l'orizzonte ormai prossimo delle elezioni europee, i partiti politici mettono innanzi i loro candidati, ma dove sono le loro varie proposte in materia economica? Il dibattito di café babel a Bruxelles lo scorso 1° aprile ha riunito i giovani rappresentanti dei principali partiti europei. I diversi progetti si identificano più con delle intenzioni programmatiche astratte che con criteri concreti di azione. I partiti dal profilo socialdemocratico ci dicono che una politica sociale è possibile, costruendo un’Europa sensibile alle imperfezioni sociali di un’economia liberale ma non ci dicono nulla sul come. Non far accenno al come ci fa sprofondare nella staticità, non concorre a fissare un’azione riformista o capace di ridefinire gli ultimi processi che ci conducono alla costruzione europea, e sommerge quelle intenzioni nel pantano dell’impotenza.

L’idea che pare dominare è quella di un’UE che diventi una gabbia di ferro burocratica capace di trasformare tutta la politica economica in una strada obbligata. Ma i processi di liberalizzazione lasciano dei margini degni di nota ai cittadini, e resta quindi possibile metter in conto delle politiche sociali adottabili in Europa. La mancanza di coordinazione e tutta quest’astrazione invece, possono fare perdere quest’ultimo treno.

Così, i Giovani Popolari dello YEPP, secondo Arnt Kennis, vicepresidente di questo gruppo, identificano il buono stato dei livelli di lavoro nella salvaguardia nazionale della crescita economica mediante condizioni di stabilità e tramite gli stimoli giusti per gli investimenti. Tutti i paesi devono adeguarsi al Patto di Stabilità. I Verdi, per parte loro, esprimono per bocca di Jacopo Moccia, i pericoli di un processo di “globalizzazione” (e cos’è del resto l'UE?) nella misura in cui gli Stati, come garanti delle politiche sociali, perdano peso. L'ecologia deve entrare nell'UE come un valore aggiunto, dando spazio a principi di ricerca e sviluppo, spingendo per una legislazione unica che favorisca lo sviluppo di tecnologie eco-efficienti. La lotta di fronte alla “dumping” sociale, come la creazione di impieghi a fenomeni di “delocalizzazione”, devono stare alla base delle politiche economiche e di impiego. I liberali del LYMEC, attraverso il tesoriere Aloys Rigaut, parlano dell’UE come uno spazio di libero commercio, con libertà di movimento per le persone e per i capitali, con un sviluppo più ampio delle privatizzazioni in settori come il gas o l'energia ed un impulso allo sviluppo economico mediante aiuti al settore ricerca e sviluppo. Le politiche sociali, per questo gruppo, devono restare di competenza nazionale. Bisognerebbe poi domandarsi se possa esistere un’economia realmente liberale ed unica, con condizioni sociali diverse da paese a paese.

Ief Janssens, vicepresidente di ECOSY, il gruppo dei Giovani Socialisti, espone la sua preoccupazione per le differenze nelle percentuali di disoccupazione tra le varie zone dell'UE. La lotta contro questo squilibrio, mediante azioni specifiche ma collettive, deve essere consona allo sviluppo e alla crescita di un’economia liberale. La società dell'informazione deve essere la base dell’impiego nella società europea, e vanno adottate misure legislative contro la precarietà nel lavoro, specialmente relativamente alla popolazione giovane nel periodo di transizione dalla fine del periodo educativo fino all'incorporazione nella dimensione professionale.

I due livelli dell'Europa

In sintesi, sembra chiara la differenza tra chi vede l'UE come un mero strumento di impulso e di sviluppo economico, lasciando le questioni sociali di competenza dei singoli stati membri (conservatori e liberali), e chi scommette su una UE non solo economica, bensì sociale (verdi e socialisti). I conservatori hanno dalla loro il fatto che i processi di liberalizzazione e di globalizzazione economici sono automatici ed in Europa procedono inarrestabilmente, anche per inerzia. Invece la globalizzazione dei diritti sociali ed ecologici sono tappe lente e costose, e in generale seguono periodi economici più vigorosi. Lo sforzo di coordinazione transnazionale dei sindacati e dei partiti socialdemocratici nell’UE è vitale per tutti coloro che difendono una crescita armonica dell’economia e pretendono di costruire una vera cittadinanza europea oltre il mero concetto di “mercato comune”, l’unico collante che al momento ci tiene tutti uniti.