Il conflitto dinteresse dei governi europei

Articolo pubblicato il 18 settembre 2002
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Articolo pubblicato il 18 settembre 2002

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I conti pubblici europei in rosso profondo. Il Patto di stabilità, in difficoltà. I dilemmi della Commissione.

LUE si trova a dover affrontare una difficile prova per la sua stessa credibilità. Il Portogallo ha ammesso di aver sottovalutato il suo deficit pubblico, il quale non solo bucherà questanno il limite del 3% (nel suo rapporto con il PIL) imposto dal Patto di Stabilità e Crescita (PSC), ma lha già fatto al termine del 2001. A tuttoggi il rapporto deficit/PIL lusitano si aggira intorno al 4%, quanto basta per far scattare la procedura per deficit eccessivi prevista dal PSC, la quale dovrebbe essere messa in moto questautunno dalla Commissione.

La procedura, che dura circa dieci mesi dal riconoscimento ufficiale del deficit eccessivo allapplicazione delle sanzioni (un deposito infruttifero dello 0,2% del PIL più uno 0,1% per ogni punto di deficit/PIL in eccesso, restituibile) ha bisogno per la sua approvazione del voto a maggioranza qualificata del Consiglio. È istintivo ricordare una simile situazione verificatasi nel febbraio scorso; allora learly warning proposto dal commissario agli affari economici e monetari Pedro Solbes nei confronti di Germania e Portogallo, per aver condotto delle politiche economiche fuori dalle linee guida consigliate dalla Commissione, fu respinto in Consiglio. In quel caso fece discutere la previa consultazione dei quattro ministri delle Finanze dei paesi più potenti, che si erano già accordati per proteggere la Germania dallo smacco di una sanzione politica.

La situazione portoghese mette la Commissione di fronte al dilemma tra una punizione forse eccessiva per questo piccolo Stato e la credibilità dei patti che deve far rispettare. In ogni caso ancora più preoccupante è la situazione generale dei conti pubblici europei.

Secondo il PSC, i bilanci degli Stati europei devono tendere nel medio periodo al pareggio; lobiettivo temporale fu fissato nel 2004, attraverso gli impegni di tutti quegli Stati che dovevano prodigarsi per delle politiche di risanamento.

Ma se già dallanno passato dei segnali dallarme provenivano dal rallentamento macroeconomico, è stato verso la metà di questanno che è risultato chiaro quanto grande sia lo scostamento tra i deficit di paesi come Portogallo, Germania, Francia e Italia (tra l1,5% e il 2,5%) e i loro impegni per la stabilità economica.

È tutta colpa della recessione? Ovviamente no.

Il programma di risanamento fiscale in Francia e in Italia si è scontrato con un fattore prettamente politico: le promesse elettorali, che nellattuale vento di destra convergono per una riduzione delle tasse, principalmente per il business. Nel caso italiano, inoltre, si deve constatare la drammatica incapacità del governo di impostare un piano di riforma fiscale coerente con delle previsioni di crescita credibili; queste ultime erano, per il governo italiano, superiori sempre di un punto a quelle di tutti gli esperti nazionali e internazionali.

Laspetto interessante del problema è che, mentre i governi di centro-sinistra spendono prima delle elezioni (Portogallo e Germania) (fenomeno noto ai teorici della political economy), quelli di destra spendono dopo aver vinto. Allo stato attuale, ciò comporta che nessuno delle parti in causa intende stringere i cordoni della borsa, per differenti, ma evidenti, ragioni elettorali.

Questo povero PSC, insomma, non lo vuole più nessuno: le ipotesi sono di spostare la data del pareggio di bilancio al 2007, o di eliminare dal conto del deficit la spesa per investimenti. Il capo economista di Deutsche Bank ha recentemente espresso lidea di sospenderlo, mantenendo vaghi impegni di stabilità a medio termine, in modo tale da superare lattuale stagnazione con una spinta fiscale (v. El País, 7/9).

Daltra parte il PSC, fin dalla sua introduzione nel 1997, è stato sempre oggetto di critiche tra chi lo definisce superfluo e ridondante, e chi lo addita come uno strumento neoliberista per legare le mani ai governi nazionali, nella contemporanea assenza di un consistente bilancio europeo. E si possono anche considerare i pericoli di un perseguimento del pareggio di bilancio nel 2004, dato che, con leconomia in stallo, un ulteriore risanamento coinciderebbe con una politica pro-ciclica restrittiva, con effetti negativi sulla crescita.

Sul PSC, insomma, si può discutere, ma non nella maniera in cui lo stanno facendo alcuni governi nazionali, i quali tranquillamente vogliono infrangere le regole che essi stessi hanno creato, difeso e rinfacciato alle opposizioni. Ciò che emerge è un chiaro conflitto di interessi che coinvolge gli esecutivi degli Stati membri, i quali sono allo stesso tempo responsabili verso i propri elettori e redattori delle regole del gioco economico comunitario. Fin quando essi avranno come obiettivo prioritario quello di ingraziarsi i propri cittadini, le linee guida della politica economica a livello europeo rischieranno di essere determinate dalle congiunture politiche nazionali.

Una discussione seria sul PSC è desiderabile; rispettare i patti potrebbe esserlo ancora di più, soprattutto quando i mercati finanziari europei hanno bisogno di stabilità e credibilità per attirare investimenti e rafforzare la moneta unica. Se uno dei pregi della tecnocrazia è la sua arida competenza, ci si attende speranzosi che la Commissione giochi bene le sue carte.