Il “Conflitto” di Elisabeth Badinter: madre o piuttosto donna?

Articolo pubblicato il 26 novembre 2010
Articolo pubblicato il 26 novembre 2010
Con il suo libro da poco pubblicato "Le conflit. La femme et la mère" ("Il conflitto. La donna e la madre"), la filosofa, storica e femminista francese Èlisabeth Badinter è subito andata incontro alle polemiche. La sua tesi è: per le donne è sempre più difficile essere mogli e madri allo stesso tempo. È possibile che le due figure coesistano?

Il libro non è stato ancora tradotto in italianoElisabeth Badinter, stimata intellettuale di 66 anni, sa di cosa parla. In fin dei conti ebbe il primo figlio già a 22 anni, seguito da altri due. «Io sono una madre mediocre, come probabilmente la maggior parte delle donne», questa la sua valutazione. Seguendo la tradizione di Simone De Beauvoir, già nel 1980 con il libro “L'Amour en plus: histoire de l'amour maternel" ("Storia dell'amore materno") cominciò a demitizzare la maternità e soprattutto l’innato istinto materno. Ne "Il conflitto" la Badinter riparte da lì. Ai suoi occhi l’essere madre non è né il compito naturale di ogni donna né qualcosa di particolarmente soddisfacente. Nel libro della Badinter i bambini emergono soprattutto come un peso, che, per esempio, attraverso la Leche League (Lega per l’Allattamento Materno) viene ancora più rafforzato. Le Organizzazioni non Governative internazionali si adoperano infatti per un periodo di allattamento dei neonati più lungo possibile, e la nutrizione con latte artificiale viene sdegnosamente rifiutata. La Badinter riconosce qui un cambiamento allarmante verso un’immagine materna naturalistica e tradizionalista. La disputa sul latte è perciò solo un sinonimo del conflitto nel quale le madri quasi immancabilmente rimangono coinvolte: allattare significa un grosso vincolo (in senso negativo) con il bambino, mentre sfamarlo con il biberon della madre permette maggiore autonomia. Alla fin fine si tratta anche della domanda determinante, come la “donna” è riuscita a mettere d’accordo l’essere madre e donna.

Francia: dove le madri possono ancora essere donne

Secondo Elisabeth Badinter in Francia il conflitto è meno marcato. È davvero così?Effettivamente questo è fino ad oggi un tema delicato. Perché dopo tutti i progressi in fatto di parità dei diritti, sono sempre ancora le donne che fanno i bambini. In Francia questo succede più che, ad esempio, in Germania. Soprattutto che in Germania. La Badinter vede nella Mutter tedesca, come anche nella mamma italiana, «un’immagine mitica della madre che si sacrifica, ma allo stesso tempo è onnipotente».

Qui «il ruolo materno è stato così fortemente sopravvalutato, che si fonde interamente con l’identità femminile». Il conflitto non si discute: o si è madre o si è donna. Tutt’altra cosa in Francia: «(…) la società del 20° e 21° secolo non si scandalizza che si sfamino i bambini con il biberon e che già subito dopo la nascita vengano assistiti da terzi». Quest’immagine molto positiva della Grande Nation, che la Badinter descrive, può essere però rimessa in discussione.

La società francese non ha certo apprezzato, infatti, che nel 2009 l’allora Ministro della Giustizia francese Rachida Dati avesse lasciato l’ospedale già pochi giorni dopo la nascita di suo figlio per dedicarsi al lavoro. Agli occhi di molti critici quell'atto pubblico rappresentò un cattivo esempio per le madri. La femminista Maya Sturduts notò inoltre che i datori di lavoro si appellarono al caso Dati per esercitare una maggiore pressione sulle madri lavoratrici. Del genere: «se lei è tornata al lavoro dopo tre giorni potete farlo anche voi». Ma anche le madri che restavano a casa a causa dei bambini, si sentirono messe sotto pressione.

Svezia: modello d’Europa in fatto di parità dei diritti

La distanza critica che, apparentemente, le è mancata per la Francia, Badinter la recupera comunque con la sua analisi dei paesi scandinavi. La Svezia in modo particolare era ritenuta finora un modello: politica familiare liberale e un alto tasso di natalità in confronto all’Europa, di 12,2 nati ogni 1000 abitanti - in Germania sono solo 7,9. Ciò che tra i genitori può essere suddiviso, viene volentieri rimandato al congedo parentale con un conguaglio salariale. Nel 1980 si aggiunse persino un congedo di paternità. Eppure nella realtà questo non ha cambiato le relazioni, se è vero che secondo Badinter il 75% dei padri prendono il congedo di paternità (dieci giorni supplementari con un’indennità di malattia dell’80%), ma solo il 17% del congedo parentale (almeno due mesi devono essere presi dal padre, altrimenti si accorcia la durata dei conguagli salariali). Già all’inizio del 2009 la svedese Maria Sveland nel suo romanzo "Bitter Bitch" (letteralmente "Puttana amara") faceva spietatamente i conti con strutture patriarcali e disuguaglianza nelle relazioni: la Svezia è più conservatrice di quello che molti pensano, questo è il messaggio. Anche qui la parità dei diritti è sempre una lotta.

Il privato è politico

Gli interessi maschili e femminili vengono di solito rappresetati come antagonistiCosa possono quindi le donne alla fine imparare dal lavoro della Badinter? La francese pone un valore particolare sull’indipendenza finanziaria delle donne/madri dal loro marito. E questo è esattamente il problema del libro: gli interessi maschili e femminili vengono generalmente rappresentati come antagonisti.

Oltre a ciò la Sveland dimostra che senza un lavoro in comune non si va da nessuna parte. Chiaramente questo è faticoso, perché significa che anche in una relazione i rapporti stabili devono essere nuovamente negoziati e ciascuno per se stesso deve definire cosa si può fare. Ma forse ne varrà la pena e un giorno porterà magari anche verso cambiamenti macro-sociali. Quindi, il privato è politico.

Foto: (cc)Schwangerschaft/flickr; (cc)Admiralspalast Berlin/flickr; (cc)Helico/flickr