Il colonialismo di stato è morto! Evviva quello delle multinazionali!

Articolo pubblicato il 05 maggio 2003
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Articolo pubblicato il 05 maggio 2003

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Dietro gli avvenimenti iracheni, si può vedere il profilarsi in filigrana del volto sornione di una nuova forma di colonialismo: quello delle multinazionali occidentali.

Fin dall’inizio del secolo, i britannici si imposero in Iraq per aprire una strada via terra tale da permettere loro di avere accesso alle Indie. Dacchè il petrolio si veniva sostituendo a poco a poco al carbone come prima risorsa energetica, la zona del Medio Oriente divenne velocemente il centro delle brame dei grandi poteri industriali, al primo posto delle quali si trova l’Inghilterra. E’ la caduta dell’impero ottomano che permette al Regno Unito di occupare la maggior parte del Medio Oriente. Dopo la prima guerra mondiale, britannici e francesi, (come del resto gli altri europei nelle regioni da loro colonizzate), alfine di semplificare una situazione amministrativa complessa a causa delle differenze etniche, instaurarono le frontiere che sembrarono loro più ragionevoli su questo territorio ricco di petrolio. Come in Africa o nei Balcani, il Medio Oriente ha conosciuto una serie di “rattoppi” artificiali di territori disparati intorno a stati di recente creazione. N’è seguito un periodo di instabilità in cui ai “pupi” portati al potere dai britannici vennero sostituiti altri “pupi”, in cui le rivoluzioni succedono ai colpi di stato, il tutto in un’atmosfera di corruzione generalizzata. “Le questioni di diritto internazionale non si son mai poste giacchè tale diritto venne sempre adattato per preservare gli interessi petroliferi”. Nulla di più evidente.

Perché si può dunque parlare oggi di un nuovo genere di colonialismo in Iraq? Chi sono questi orribili personaggi che, in questo mondo in cui si pretende di difendere con fervore la democrazia, osano adottare un atteggiamento inquietante di colonizzatori? Se l’Iraq si è sbarazzato dei coloni britannici dopo la seconda guerra mondiale, è per essere solamente di nuovo invaso, ma questa volta in modo ben più sottile, dalle compagnie petrolifere occidentali.

Tra Mac Donald’s e Mac Donnell Douglas

Poichè, all’indomani della seconda guerra mondiale, la difesa degli interessi delle grandi compagnie petrolifere in Medio Oriente non è più assicurata dai britannici e poichè i grandi vincitori risultano essere gli Stati Uniti, il patto che lega i principali paesi del Medio Oriente al nuovo potere è proposto per proteggere il mondo libero dalla minaccia sovietica. Tuttavia, il vero obiettivo è innanzitutto quello di assicurare la protezione delle compagnie petrolifere occidentali e di garantire lo sfruttamento del petrolio a Stati Uniti e Inghilterra.

Nel 1965, a gran danno delle compagnie petrolifere, arrivò la decisione del governo iracheno di nazionalizzare il 90% dei giacimenti di petrolio scatenando una nuova agitazione in Medio Oriente. Gli occidentali vogliono ad ogni costo conservare la padronanza del petrolio iracheno, e per ciò l’Iraq non deve in nessun caso disporre di appena un po’ di indipendenza.

Ed ecco ciò che certi chiamano “le guerre al servizio del nuovo ordine mondiale”, come quelle che si son verficate in Yugoslavia dal 1991, nei paesi del Caucaso, o ancora in Iraq, dove, dopo i bombardamenti, l’embargo ha già fatto più di un milione di vittime. Quando viene deciso un intervento, non è solamente per proteggere i diritti dell’uomo o per una nobile causa umanitaria. Un obiettivo ben più importante è quello di permettere alle multinazionali di ottenere delle ricchezze strategiche e dei mercati. Tenendo conto dello squilibrio politico e del caos sociale, diventa ben più facile ottenerli, talvolta in modo ancora più violento. “McDonalds non può prosperare senza McDonnell Douglas”, il costruttore dei caccia F15 e F18 americani.

Le multinazionali: la nuova torre di Babele?

Così, i gruppi petroliferi, soprattutto, amerebbero veder l’Iraq cadere nelle loro mani. C’è purtroppo un’assurdità dei nostri tempi che è data dal fatto che le imprese hanno fatturati pari a 14 volte, se non di più, il PIL di certi paesi: Exxon, (prima del suo fiasco!), aveva raggiunto un fatturato di 116 miliardi di dollari mentre il PIL del Gabon ammonta solamente a 7 miliardi. Inutile precisare che i paesi poveri non sono in grado di lottare contro tali imprese, tanto più che la loro situazione interna è segnata spesso da una forte instabilità politica. In questo rapporto di forza gli Stati sono nettamente in posizione di debolezza.

Le multinazionali hanno un interesse molto particolare nella regione del Medio Oriente poiché ne va i effetti del loro futuro. In questa regione politicamente instabile dove gli interessi petroliferi sono enormi, è ai paesi dell’OPEC che spetta la possibilità di far fluttuare i corsi della borsa. Solo che questa situazione è troppo pericolosa per le multinazionali occidentali che preferirebbero custodire un controllo assoluto sul rubinetto petrolifero che si trova… in Iraq. Infatti non è il petrolio in quanto tale a rappresentare la questione più cruciale in Medio Oriente, ma ben più il controllo del rubinetto petrolifero, che potrebbe avere delle ripercussioni drammatiche sulle multinazionali se il prezzo del barile aumentasse. La rivalità tra le potenze – in particolare fra gli USA e l’Europa – è diventata un aspetto dominante delle guerre suddette. Ci si potrebbe chiedere del resto, se la campagna infamante condotta contro l’insopportabile regime dittatoriale iracheno, non è un modo deviato per tentare di risolvere il conflitto tra gli occidentali.

Allo stesso modo, i diversi bombardamenti denunciati precedentemente, hanno lo scopo di obbligare i programmi del FMI o dell’OMC a focalizzare la loro attenzione sui “paesi vittime”. Infatti, mentre l’Iraq rappresentava un tempo, terra d’immigrazione, oggi conosce un’emorragia umana mortale poiché assistiamo ad un’emigrazione verso l’estero di intellettuali, degli spiriti più brillanti, che lasciano nel paese i più deboli e i più indifesi. L’embargo imposto all’Iraq è più di un fardello poiché rode il paese giorno dopo giorno. I programmi internazionali avevano inizialmente ed essenzialmente per missione quello di incoraggiare lo sviluppo, ma tutto porta a credere che abbiano lasciato un blocco senza precedenti, impedendo al paese di svilupparsi ipotecandone l’avvenire. “L’embargo è ancora una guerra coloniale a carattere economico, qualunque sia il pretesto, anche sotto la copertura del diritto internazionale”. [1]

Alternative pacifiste

Per fermare queste guerre al servizio del nuovo ordine mondiale delle multinazionali, per bloccare le minacce sui paesi impegnati in uno sviluppo indipendente, Michel Collon fa appello per la costruzione di un movimento internazionale per la pace. Inoltre, l’ONG “Gli Amici della Terra” propone una Convenzione per la responsabilità delle imprese. Gli obiettivi di questa convenzione sono semplici. Si tratta, fralaltro, di evitare che, alfine di attirare le imprese, gli Stati si imbarchino in una competizione tesa all’abbassamento degli standard sociali e ambientalistici; di impedire alle imprese di risparmiare sulla pelle dei diritti sociali o del rispetto dell’ambiente naturale; ed infine di favorire il controllo delle popolazioni locali sulle loro proprie risorse.

L’ironia del mondo in che viviamo è che ci sono dei summit internazionali ai quali partecipano i dirigenti del pianeta che prevedono sussidi notevoli per lo sviluppo, e che accanto a ciò, quando un paese ha delle possibilità notevoli di svilupparsi, lo si imbriglia. Siamo in presenza di un sistema mondiale che si definisce garante delle regole del gioco, ma queste regole sono imposte in definitiva per i più forti, che alla fine s’impongono come i soli arbitri legittimi. Così, le questioni di fondo sono due. Da un lato il problema è che esistono molti capi di stato da eleggere, ma è fuori questione prendere in considerazione un controllo democratico delle dirigenze delle multinazionali che, tuttavia, hanno più influenza sulla scena internazionale. D’altro canto, il problema è anche che le grandi potenze accettano un giorno di vendere le loro migliori armi a capi di stato dubbi che, l’indomani, si rivelano essere dei dittatori sanguinari, responsabili degli orrori peggiori.

Spunti ironici vengono anche dall’opinione pubblica europea che si pronuncia oggi all’80% contro la guerra in Iraq. Solo se gli Stati Uniti usciranno trionfanti dalla guerra e se i soldati americani libereranno il popolo iracheno da questo terribile dittatore, distribuendo tavolette di cioccolato e chewing-gum per le strade si scoprirà improvvisamente quanto era odioso sostenere un uomo come Saddam Hussein. Ed è questa stessa opinione pubblica europea che acclamerà, all’80%, questa vittoria.

(1) In “L’Iraq, vittima del petrolio ", Suhbi Toma, sociologo di origine irachena, esiliato in Francia dal 1971, analizza gli effetti perversi dell’embargo.