«Il carcere? Socialmente inutile»

Articolo pubblicato il 31 maggio 2007
Articolo pubblicato il 31 maggio 2007

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L'ex detenuto Gabriel Mouesca, presidente della sezione francese dell’Osservatorio internazionale sulle prigioni, parla chiaro: nessun paese europeo può essere considerato un esempio in materia penitenziaria.

Sa quanto è dura la vita dietro le sbarre e la convivenza forzata. Perché lui in carcere ha trascorso quasi la metà della sua esistenza. Gabriel Mouesca (foto a sinistra), 40 anni, nel giugno 2004 è stato eletto all’unanimità presidente della sezione francese dell’Osservatorio internazionale sulle prigioni (Oip). Un'organizzazione creata a Lione nel 1990 per promuovere la tutela dei detenuti. «I diritti più elementari – spiega Mouesca – non sono sempre rispettati nelle carceri. Nutriti di violenza e odio, coloro che ne usciranno saranno delle vere bombe umane.»

Le iniziative prese a livello europeo hanno migliorato la situazione?

Nella concezione penitenziaria europea il ricorso alla detenzione deve essere l’ultima delle soluzioni. Le autorità europee premono affinché la prigione non sia più un luogo dove ammassare le persone che hanno commesso reati, ma un posto in grado di aiutarle a reinserirsi nella società.

In che modo l'Ue può influenzare le politiche carcerarie dei singoli stati?

L’Unione Europea si batte affinché le condizioni di vita carceraria si avvicinino il più possibile alla realtà del mondo esterno. Ciò significa, per esempio, favorire il legame familiare, permettendo ai detenuti di contattare i loro cari. Oggi il 70 % dei penitenziari francesi non consente loro di telefonare. Se queste regole europee fossero applicate, gli effetti antisociali della prigione diminuirebbero, permettendo così un reinserimento meno difficoltoso.

Quali Paesi sono stati più innovativi in materia?

Se si considera il tema della sessualità, per esempio, la Spagna ha capito da tempo che rispettare l'intimità nelle carceri contribuisce all’equilibrio psicofisico dei detenuti, siano essi uomini o donne. In Francia, al contrario, meno di una decina di strutture sono dotate di stanze nei quali i detenuti possono, sporadicamente, avere un po' di intimità.

Secondo un rapporto dell'allora commissario ai Diritti umani, Alvaro Gil-Robles, la Francia ha uno dei peggiori sistemi carcerari di tutta Europa.

Purtroppo devo precisare che nessun Paese può essere preso a modello. Ci sono degli stati che stanno facendo degli sforzi per migliorare la situazione, ma non si può dire che la Francia non abbia compagnia. La causa di tutti i mali è il sovraffollamento: nelle carceri francesi c'è un esubero di quasi 10mila detenuti. È la conseguenza della politica penale francese: la gente viene tenuta dentro per troppo tempo, non si fanno sconti di pena. Da qui i problemi d’igiene, d’intimità, la mancanza di attività, la presenza di detenuti fragili, la difficoltà delle carceri a gestire le visite dei familiari. Certo, le norme penitenziarie europee rappresentano un modello ideale, un tentativo di far rispettare nelle carceri i nostri valori. Ma al momento nessun Paese le ha pienamente attuate.

Come si può combattere il sovraffollamento?

L’idea non è quella di aumentare gli istituti di detenzione, bensì di togliere dalle prigioni i detenuti che non hanno motivo di starci e favorire delle alternative. Non si tratta solo di una scelta politica, ma di un passo in avanti per la nostra civiltà. È necessario riformare il sistema arcaico della prigione e passare a delle forme di "sanzione utile", il cui scopo è educare e supportare. La prigione si è dimostrata da tempo socialmente inutile. Anzi, continua a rimanere uno strumento pericoloso.

Quale ruolo può giocare l'Ue nel progresso della "civilizzazione"?

Non bisogna considerare l’Unione Europea come una scatola vuota. Noi ne facciamo parte, abbiamo dei rappresentanti nelle sue istituzioni. L’Europa sta diventando una realtà sempre più importante nella nostra vita quotidiana, anche a livello inconscio: la viviamo nel nostro modo di consumare, lavorare, distrarci. Dobbiamo sperare che le nuove generazioni si avvicinino sempre più all'ideale dell'integrazione. Per creare uno spazio europeo capace di essere, anche dal punto di vista carcerario, uno spazio di progresso.