IL CALCIO EUROPEO, TRA BUSINESS E SPORT

Articolo pubblicato il 10 giugno 2014
Articolo pubblicato il 10 giugno 2014

Secondo le famose enciclopedie Treccani e Britannica il calcio è, grazie a regole semplici e all’estrema adattibilità, lo sport più popolare del mondo in termini di praticanti e spettatori. Ma dietro tutto questo si fa largo una realtà sempre più sfrontata: un business di milioni di euro dilaga, estraniandosi dall'essenza vera di questo sport. 

Siamo alla vigilia del Cam­pio­na­to mon­dia­le di cal­cio or­ga­niz­za­to dalla FIFA, l’e­ven­to spor­ti­vo più se­gui­to in as­so­lu­to. Uno sport tanto dif­fu­so, ma la cui o­ri­gi­ne è dif­fi­ci­le da ri­co­strui­re: prese la sua forma mo­der­na nel­l’In­ghil­ter­ra del XIX se­co­lo per poi dif­fon­der­si nel­l’in­te­ro con­ti­nen­te eu­ro­peo, nelle co­lo­nie del­l’A­me­ri­ca me­ri­dio­na­le ed in­fi­ne nel resto del mondo. La co­lo­ri­ta de­fi­ni­zio­ne adot­ta­ta dagli au­to­ri di Wi­ki­voya­ge nella pa­gi­na in­ti­to­la­ta Foot­ball in Eu­ro­pe, di­mo­stra quan­to esso sia oggi un ele­men­to im­man­ca­bi­le nella no­stra cul­tu­ra: «L’Eu­ro­pa è ogni anno se­dot­ta dal cal­cio da Set­tem­bre a Mag­gio: le par­ti­te sono tra­smes­se nei bar, stadi af­fo­la­ti ospi­ta­no par­ti­te, i bam­bi­ni gio­ca­no per stra­da men­tre adul­ti so­vrap­pe­so si sfi­da­no in nome del loro pub su cam­pet­ti vari». Ma, a guar­da­re bene oltre le vi­sio­ni ro­man­ti­che, il cal­cio di oggi è anche (po­tre­mo dire so­prat­tut­to?) un si­ste­ma eco­no­mi­co com­ples­so che trova in Eu­ro­pa la sua mas­si­ma espres­sio­ne.

Le im­pre­se cal­ci­sti­che

Al di là delle di­scus­sio­ni su quale sia il paese che de­tie­ne il ruolo di lea­der di que­sto sport, è ormai evi­den­te che le so­cie­tà cal­ci­sti­che si siano tra­sfor­ma­te in im­pre­se a tutti gli ef­fet­ti. Un cam­bia­men­to espli­ci­to nella mag­gio­ran­za dei paesi: nel caso del­l’I­ta­lia è dal 1996, con il de­cre­to legge 485/96, poi con­ver­ti­to in legge nel No­vem­bre dello stes­so anno, che le so­cie­tà cal­ci­sti­che hanno ac­qui­si­to la no­mi­na di im­pre­se. Pro­du­zio­ne per il mer­ca­to e l’e­si­sten­za di un ri­schio ge­ne­ra­le sono quel­le ca­rat­te­ri­sti­che fon­da­men­ta­li, che le fanno so­mi­glia­re a delle vere e pro­prie aziende, con l’ag­giun­ta di una “pe­cu­lia­ri­tà ti­pi­ca” il cui va­lo­re è unico ed ine­sti­ma­bi­le: la pas­sio­ne ed il senso di ap­par­te­nen­za. Un pa­tri­mo­nio que­sto, su cui la mag­gio­ran­za dei club, forse l’in­te­ro set­to­re, ha co­strui­to le pro­prie for­tu­ne ed è riu­sci­to a non es­se­re di­strut­to dagli in­te­res­si con­flit­tua­li di uten­ti, ma­na­ger, staff o cal­cia­to­ri.

Lo spet­ta­co­lo spor­ti­vo così co­sti­tui­sce l’og­get­to a cui è ri­vol­ta l’at­ti­vi­tà eco­no­mi­ca del­l’im­pre­sa cal­ci­sti­ca, ma non è l’e­sclu­si­vo va­lo­re della pro­du­zio­ne: di­rit­ti te­le­vi­si­vi, sfrut­ta­men­to del­l’im­ma­gi­ne e spon­so­riz­za­zio­ni, cioè l’e­spres­sio­ne di si­ste­mi eco­no­mi­ci mo­der­na­men­te or­ga­niz­za­ti e de­ri­van­ti da una com­ples­sa lo­gi­ca im­pren­di­to­ria­le, af­fian­ca­no oggi i ri­ca­vi “clas­si­ci” più stret­ta­men­te le­ga­ti allo sport. Im­ma­gi­ne e po­po­la­ri­tà sono poi un tor­na­con­to psi­co­lo­gi­co, che può es­se­re per­si­no più im­por­tan­te di un ri­sul­ta­to eco­no­mi­co im­me­dia­to. È gra­zie a que­ste ca­rat­te­ri­sti­che che un’in­du­stria il cui bi­lan­cio è spes­so in rosso è riu­sci­ta a man­te­ner­si viva e vi­ta­le. 

I dubbi della UEFA: fair­play fi­nan­zia­rio?

La ten­den­za del cal­cio a tra­sfor­mar­si in uno sport-bu­si­ness sem­bra ir­re­ver­si­bi­le: è in que­st’ot­ti­ca che bi­so­gna in­se­ri­re anche la UEFA Fi­nan­cial Fair Play Re­gu­la­tions, pro­get­to in­tro­dot­to dal mas­si­mo or­ga­no cal­ci­sti­co eu­ro­peo dal 2009 e volto a far estin­gue­re i de­bi­ti con­trat­ti dalla mag­gio­ran­za delle so­cie­tà cal­ci­sti­che – tra i pochi esem­pi po­si­ti­vi vanno si­cu­ra­men­te ci­ta­ti il Bayern Mo­na­co, l’Ar­se­nal, la SSC Na­po­li e la ACF Fio­ren­ti­na. Il se­con­do obiet­ti­vo, ve­la­ta­men­te di­chia­ra­to, è in­ve­ce riu­sci­re a rim­pic­cio­li­re i gap tra le squa­dre che pos­so­no per­met­ter­si esosi in­ve­sti­men­ti sul mer­ca­to per­ché ge­sti­te da im­pren­di­to­ri e mul­ti­na­zio­na­li: il Paris Saint-Ger­main di Nas­ser Al-Khe­laïfi di pro­prie­tà della Qatar In­vest­ment Au­tho­ri­ty o il FC Zenit Saint Pe­ter­sburg di Alek­san­dr Dyu­kov della Gaz­prom per esem­pio, sono state en­tram­be san­zio­na­te, seb­be­ne que­sto non abbia fer­ma­to la di­ri­gen­za del PSG dal­l’ac­qui­sto per 50 mi­lio­ni di Euro, del di­fen­so­re bra­si­lia­no David Luiz.

I re­cen­ti suc­ces­si di so­cie­tà come Bo­rus­sia Dort­mund, Bayern Mo­na­co e l’ex­ploit del­l’A­tle­ti­co Ma­drid hanno sfa­ta­to i ti­mo­ri ri­guar­dan­ti la na­sci­ta di un grup­po di squa­dre eli­ta­rie ed esclu­si­ve (come le “Big 4” della Pre­mier Lea­gue tra il 1996 ed il 2008 o il duo­po­lio della Liga spa­gno­la), ma re­sta­no ir­ri­sol­te le la­cu­ne sulle dif­fe­ren­ti ali­quo­te fi­sca­li: ogni paese tassa in ma­nie­ra di­ver­sa le so­cie­tà, o l’as­sen­za di chia­rez­za ri­guar­do le spon­so­riz­za­zio­ni ed il coin­vol­gi­men­to di so­cie­tà terze.

Una certa de­bo­lez­za e far­rag­i­no­si­tà nella ge­stio­ne di que­sti casi da parte della UEFA quin­di resta: per quan­to no­bi­li ed eque siano le loro in­ten­zio­ni, è ne­ces­sa­rio che Pla­ti­ni, Erzik e soci tro­vi­no modi più ef­fi­ca­ci per far va­le­re le pro­prie ra­gio­ni. Solo così sarà pos­si­bi­le tro­va­re la giu­sta mi­su­ra tra lo sport e l’e­co­no­mia.