Il bianco sorriso dell’Ucraina

Articolo pubblicato il 15 agosto 2005
Articolo pubblicato il 15 agosto 2005

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Lavorare in nero nell’Unione Europea è per molti ucraini l’unica via di uscita dalla miseria. Ma questa migrazione per motivi economici distrugge le famiglie.

La risata felice di Luba risuona nella “marschroutka”, il taxi collettivo che prosegue arrancando lungo la dissestata pista d’asfalto in Ucraina appena fuori da Przemysl, sul confine con il sud-est della Polonia. Con la testa fa un cenno in direzione di sua figlia Maria, che siede accanto a lei e fissa tristemente fuori dal finestrino. “Si è innamorata durante il soggiorno di lavoro in Polonia. Questo è il suo modo d’intendere l’avvicinamento tra l’est e l’ovest”. La donna si augura che le sue figlie abbiano un futuro migliore del suo. “Da noi non si trovano che lavori mal pagati. Ecco perché devono abituarsi già adesso a lavorare all’estero”.

Gli abitanti di Vykoty, un paesino dell’Ucraina occidentale, hanno avuto delle esperienze separate per quanto riguarda il lavoro all’estero. Gli uomini lavorano per lo più nel settore edile, in Repubblica Ceca o in Portogallo, mentre le donne vengono impiegate in Italia come collaboratrici domestiche e badanti. Anche se la paga, che arriva fino ai 6 euro all’ora, è ben al di sotto degli stipendi medi locali, tuttavia permette di mantenere i familiari rimasti in patria. I frutti del loro lavoro sono evidenti anche nelle nuove case che stanno spuntando come funghi dappertutto a Vykoty.

Farsi la casa in Ucraina

“Sono tre anni che facciamo lavori in casa e finora abbiano speso ventimila dollari”. Nadja, 44 anni, siede nella sua nuova cucina, che con i suoi mobili in marmo trasmette una sensazione di freddo. Si è fatta persino installare un bidet in bagno. “Ad alcuni amici devo prima spiegare che cos’è e come si usa”, dice, con una risatina maliziosa e orgogliosa insieme. Non è stato facile per Nadja e suo marito Wlodymir poter costruire una casa tutta loro. All’inizio degli anni Novanta, con l’indipendenza statale dell’Ucraina dalla Russia, i due hanno perso tutti i loro risparmi a causa di una crisi bancaria. “Da allora non mi fido più di nessuna banca e preferisco portare il denaro con me” sussurra, e nei suoi occhi si può leggere ancora lo shock che ha provato. Nel 1996, poiché la situazione economica continuava a peggiorare, la donna è partita per la prima volta per la Polonia. Il suo primo lavoro lì è stato raccogliere ciliegie, in seguito ha lavorato nell’edilizia e infine in una fabbrica di vasche da bagno. Quando la fabbrica ha chiuso, ha iniziato a vendere sigarette e alcolici, lavoro che svolge tutt’oggi, guadagnando 3 dollari per ogni stecca di sigarette venduta, e 1 dollaro per ogni bottiglia di vodka. “Ciò che conta è che tutti i fine settimana io possa tornare a casa e vedere i miei figli e nipoti”, dice Nadja, “non potrei mai lavorare in Italia. Già troppi matrimoni sono finiti perché uno dei due è andato a lavorare lontano”.

Solitudine e vodka

Il matrimonio di Vitali sta ancora in piedi. Almeno sulla carta. L’uomo siede in soggiorno davanti a un bicchiere di vodka e le tende tirate lasciano in penombra la piccola stanza. Solchi profondi segnano il suo viso. Gli occhi azzurri, già un po’vitrei, sono pieni di un’intensa malinconia. “Ho 50 anni, che se ne farebbero laggiù di uno come me?”. Mostra le sue braccia sottili ed è evidente che nemmeno a Vykoty si sente particolarmente utile. “Mia moglie è in Italia da cinque anni e da allora sono quasi sempre da solo”. È strano che i due siano ancora sposati. Molte donne, una volta all’estero, incontrano degli uomini che permettono loro di iniziare una nuova vita. Spesso il passo successivo è il divorzio.

Halina ha conosciuto il suo nuovo marito in Italia. “Ho incontrato Roman dopo solo cinque giorni”. Soffia il naso alla sua bambina di un anno. “Ci siamo sposati due anni fa – con il rito ortodosso, perché mio marito è ucraino”. Dopo il matrimonio lui le ha raccontato che è stata fortunata ad averlo conosciuto appena arrivata in Italia. Lì le donne ucraine vengono subito etichettate come delle puttane dagli uomini. “Mi sono anche tinta i capelli di nero. Gli Italiani impazziscono per noi bionde”. Halina ha anche un figlio dal suo primo marito, che non è ritornato dal suo lavoro nella Repubblica Ceca e ha chiesto il divorzio.

Lacrime per la mamma

Sono i bambini a pagare lo scotto maggiore per la separazione delle famiglie. “Conosco bambini che vengono cresciuti dai nonni perché entrambi i genitori sono via per lavoro”. La bibliotecaria della piccola scuola elementare di Vykoty sa bene quanto i bambini soffrano quando lasciati da soli: “una volta stavamo leggendo in classe una poesia sull’amore per la mamma e all’improvviso tutti i bambini si sono messi a piangere”. Anche il direttore della scuola è a conoscenza della situazione e cerca di intervenire: “Cerchiamo di proporre delle attività al di fuori dell’orario scolastico, come degli incontri pomeridiani o lezioni di arte, così da attutire in qualche modo i problemi in famiglia”. Il direttore però capisce bene anche i genitori che, di questi tempi, cercano fortuna all’estero. “Ancora un paio di anni fa ero costretto a pagare i miei insegnanti con vodka perché non ricevevo denaro dallo Stato. Adesso almeno guadagnano come minimo venti dollari di stipendio mensile”.

L’emigrazione per lavoro è destinata a continuare nei prossimi tempi senza grandi cambiamenti. Tuttavia dall’occidente è arrivata negli ultimi tempi una nuova moda: dopo essersi costruiti una casa, uomini e donne hanno cominciato recentemente a farsi sostituire i denti d’oro con ponti di porcellana, così all’estero non si distinguono più in modo troppo evidente dai locali. Perciò in futuro chi lavora all’estero si distinguerà dal sorriso bianco.

Articolo pubblicato il 29 aprile 2005 nella rubrica Orient Espresso.