Ignasi Guardans: «L’Ue difende, ma non agisce»

Articolo pubblicato il 01 aprile 2009
Articolo pubblicato il 01 aprile 2009

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Secondo Guardans l’Europa si renderà ridicola se non sarà all’altezza delle iniziative nordamericane in materia di cambiamenti climatici, disarmo o trattative di pace in Iraq ed Afghanistan.

Lo spagnolo Ignasi Guardans, eurodeputato del gruppo liberale, denuncia «l’assenza di una volontà politica europea che sia all’altezza delle sfide proposte da Obama». A soli 45 anni e un’intesa attività parlamentare alle spalle, è stato oggetto di veto da parte del suo partito (Convergenza Democratica di Catalogna (Cdc), che in coalizione con l’Unione Democratica di Catalogna (Udc) forma il partito nazionalista di centro Convergenza e Unione, per la sua candidatura nelle elezioni europee di giugno 2009.

«Purtroppo», si rammarica Ignasi Guardans, «nei paesi del sud, i partiti individuano i leader delle loro liste elettorali per le elezioni europee in base a criteri locali». Il nipote di uno dei leader storici del regionalismo catalano, Francesco Cambó, ha perso il suo pedigree di catalanista agli occhi del leader del Cdc, Artur Mas, da quando ha risposto in modo negativo alla domanda sul voto per l’indipendenza della Catalogna in un ipotetico referendum.

Non ha l’impressione che Obama abbia rubato la carta della simpatia globale agli europei?

«C’è stato un aumento del capitale a livello internazionale sottoscritto integralmente dagli Stati Uniti. L’Europa si è ritrovata in minoranza. Mentre continuiamo a discutere su chi siamo e chi non siamo, sui valori europei e su quelli difesi dall’Europa, Obama ha già deciso. Una cosa è certa, l’Europa non ha rinnegato nulla. E ciò vorrebbe dire che l’Europa è tornata neocon (neoconservatrice). Continuiamo a difendere le stesse cose e manteniamo la stessa reputazione: gente che difende cose, ma che non ha valori e mezzi per far sì che quello che difende si concretizzi».

Ritiene che l’Europa sarà all’altezza di quest’onda rivoluzionaria che Obama sembra rappresentare?

«Mi piacerebbe, ma non ne sono sicuro...»

Cosa manca perché sia all’altezza?

«Mezzi e volontà politica all’altezza dei suoi valori morali. Avremo gli strumenti necessari solo quando sarà applicato il Trattato di Lisbona, la volontà politica però non deriva da alcun trattato. Non sono molto “euroottimista”; non vedo il desiderio di impegnarsi al punto da portare alle estreme conseguenze quello che difendiamo».

A parte le istituzioni e i mezzi, l’Europa ha bisogno di un cambio di leadership?

«È evidente che la leadership che abbiamo visto con Sarkozy, anche se dura solo sei mesi e seppure positiva, è inefficace, in quanto non può farsi carico delle conseguenze derivate da una crisi come quella in Georgia. In questi casi interviene Lisbona prevedendo una Presidenza europea di due anni e mezzo».

Crede che quello che ha fatto Sarkozy in sei mesi avrebbe potuto farlo chiunque altro?

«Non lo credo, però non credo neppure che il leader debba sempre provenire da un paese grande. È un errore grave ritenere che si può essere un leader attivo ed energico solo se si hanno milioni di votanti dietro di sé».

Chi vedrebbe come leader dell’Ue?

«Non ho un nome che mi sembri più adeguato di altri perché c’è una crisi di leadership generale...»

Però lei lavora con molta gente...

«Sì, però in questo momento non vedo nessuno. Non credo che possa essere Tony Blair, se è il nome a cui si riferisce. Sarebbe un errore, ha dimostrato la sua assoluta inefficienza in Medio Oriente. Sarà bravo a dedicarsi alla cultura o alle conferenze, però non a condurre un processo politico di alcun tipo».

È stata positiva questa legislatura?

«Sì, abbiamo migliorato la protezione dei cittadini. E non abbiamo solo migliorato la situazione in generale, ma abbiamo fatto anche in modo che non si verificassero condizioni sfavorevoli...»

Cosa avete impedito?

«In primo luogo che l’ossessione per la sicurezza degli Stati Uniti sulla violazione della protezione dei dati fosse copiata dall’Ue senza alcun filtro. E in secondo luogo, con riferimento alla direttiva di trattamento dei dati ricavati da chiamate personali, abbiamo evitato che le forti pressioni esterne di tedeschi e inglesi, arrivassero al punto da dare carta bianca alla polizia nell’accesso alle nostre chiamate telefoniche...»

A cosa si riferisce con pressioni esterne?

«Al tentativo di percorrere vie giuridiche diverse dalla votazione e arrivare in Parlamento a dirci che o votavamo quello che volevano o gli avremmo impedito di lottar contro il terrorismo e le morti sarebbero state una nostra responsabilità».

Si è trovato bene nel gruppo liberale?

«Sì, per la forte motivazione europeista. L’idealismo europeo dei componenti del Partito mi ha fatto sentire a mio agio. Per quanto riguarda la linea di voto, su alcuni temi il mio gruppo è come un piccolo Parlamento, c’è molta pluralità e i dibattiti interni erano affascinanti e quando arrivavamo ad un compromesso sapevamo che rappresentava tutto il gruppo».

In che modo può entusiasmare la politica europea a tal punto da far votare un maggior numero di elettori rispetto al 2004?

«Deve passare l’idea che al Parlamento europeo vengono prese molte decisioni, sebbene molti partiti non ne siano convinti e non facciano molto per trasmettere questo messaggio».

La politica europea dipende da una maggioranza di sinistra o di destra, più liberale o statalista?

«Se oggi ci fosse una maggioranza diversa, la polizia potrebbe ascoltare le conversazioni telefoniche senza il controllo di un giudice, avremmo una giornata lavorativa di 65 ore e sarebbe scomparsa la negoziazione collettiva. Non ci sarebbe neanche un pacchetto di misure contro i cambiamenti climatici».