Identità europea: necessaria una memoria collettiva

Articolo pubblicato il 09 maggio 2005
Pubblicato dalla community
Articolo pubblicato il 09 maggio 2005

Attenzione, questo articolo non è stato ancora editato, né pubblicato in alcun gruppo

Dopo la Seconda Guerra mondiale, abbiamo assistito alla ricostruzione dell’identità europea. Oggigiorno, ogni popolo deve fare propria questa storia comune: il tempo non può cancellare tutto.

Il mese di maggio 2005 è stato segnato dall’ironia della sorte. Mentre si stanno celebrando un pò ovunque i Sessant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale, poco dopo la commemorazione della liberazione del campo di Auschwitz-Birkenau, tra qualche settimana, il 29 per l’esattezza, i francesi verranno chiamati a votare per pronunciarsi su un testo fondamentale: la Costituzione Europea. Tale testo, voluto dalla società civile europea, si ascrive ad una dinamica storica che ha preso il via, per l’appunto, nel secondo dopoguerra. La volontà del “non ripetere gli errori del passato”, nonché l’esame di coscienza, si sono finalmente tradotti nella messa in opera di un progetto europeo. A quei tempi, si trattava di evitare il ritorno all’imperialismo, del protezionismo economico, e soprattutto di conciliare il processo di pace inter-europeo.

Manuale di storia franco-tedesco

Da qui l’importanza dell’insegnamento e delle celebrazioni internazionali commemorative, le quali permettono, al di là delle locali interpretazioni del passato, di riscrivere una storia comune da tramandare alle future generazioni europee. Oggigiorno però, malgrado i considerevoli sforzi, è difficile vincere i punti di vista nazionali. Inoltre, l’Istituto Georg Eckert analizzando l’insegnamento sull’Europa nei manuali di una ventina di paesi del continente, si è reso conto che meno del 10% del contenuto di tali manuali trattano esplicitatamene la storia europea. “Più lungo è il tempo trascorso dall’adesione del paese in questione all’Unione, più alta è questa percentuale. Di converso, negli stati recentemente indipendenti, i manuali raccontano una storia molto nazionalista, che insiste sull’anzianità e sull’indipendenza del paese”, commenta Falk Pingel, direttore associato del Georg Eckert Insitut. L’istituto stesso è stato alla base di un progetto innovatore per l’attuazione di una manuale di storia franco-tedesco.

Far emergere l’ossatura della storia

L’educazione è dunque un punto cruciale del progetto europeo, ed alcuni, come l’Istituto Europeo degli Itinerari Culturali, lavorano sulla questione dei luoghi della memoria europea. Si tratta, come spiega lo storico Pierre Nora, di condurre un’«esplorazione selettiva e consapevole dei punti in cui questa comune eredità si è concretizzata, stilare l’inventario dei principali “luoghi” e far emergere l’“ossatura della storia”». C’è ancora molto lavoro per le istituzioni comunitarie e per i paesi che vogliono creare una storia collettiva. Infatti, se da un lato le relazioni franco-tedesche sono il fulcro di una rilettura comune della nostra storia, dall’altro, polacchi e tedeschi, o croati e serbi, sono ancora restii ad affrontare insieme il loro passato.

Non solo. In un’epoca in cui i sopravissuti della Shoah stanno scomparendo, s’impone una nuova tappa nel processo di lavorazione di una memoria comune. Si tratta di superare l’aspetto generazionale e genealogico, in quanto, come illustrato dal giornalista tedesco Michael Martens, «dovrebbe esser possibile, per esempio, che una giovane tedesca di origine turca, in visita al museo dell’Olocausto a Berlino, integri il suo passato nella sua stessa coscienza, nonostante i propri avi non siano stati direttamente coinvolti. Dovrebbe capire che essere europeo vuol dire anche accettare con una responsabilità attuale tutti gli aspetti del passato»

Ciononostante, l’Europa ha ancora un lungo tragitto da compiere, e deve «intraprendere un rapporto critico col passato», al fine di non cadere in un «ricordo memoriale apologetico e commemorativo». In effetti, è veramente pertinente celebrare la fine della seconda guerra mondiale solo tra vecchi Alleati? Le mentalità stanno gradualmente cambiando. Basti pensare alla presenza del cancelliere tedesco Gerhard Schröder alle commemorazioni dello sbarco in Normandia l’anno scorso. Bisogna che le istituzioni europee siano maggiormente coinvolte nella responsabilizzazione dei cittadini europei e dei loro stati. Come si può far riconoscere allo stato turco il genocidio armeno, quando quello giudaico viene tuttora interpretato diversamente in ogni paese europeo?

In questa ricerca di una memoria comune, la Costituzione europea costituisce un passo avanti verso la realizzazione di un “patriottismo costituzionale”: un sentimento di appartenenza basato non sui simboli patriottici classici ma sul riconoscimento dei principi di democrazia e dello Stato di diritto. Si tratta di superare col dialogo e l’interazione tra stati, l’applicazione nazionale dei diritti dell’uomo, pur conservando le identità nazionali. Dire “sì” alla Costituzione europea, vuol dire avere una riflessione critica sulla propria identità, dar spazio ad una nuova idea dove i diritti dell’uomo, quelli sociali e politici collaborano nel superamento del nazionalismo all’origine delle barbarie del Diciannovesimo e Ventesimo secolo. Si tratta di porre dei limiti ai nazionalismi che frenano la realizzazione di una memoria europea condivisa, nonché della nostra identità.