IDENTITÀ EUROPEA: MA CHE COS’É?

Articolo pubblicato il 04 maggio 2014
Articolo pubblicato il 04 maggio 2014

"Al­l’Eu­ro­pa manca un‘iden­ti­tà.” Que­sto è quan­to si legge in qual­sia­si ana­li­si di un qual­si­vo­glia in­tel­let­tua­le. L’au­to­re si è con­fron­ta­to con al­cu­ne per­so­ne in­con­tra­te per stra­da e nei caffè. Ha chie­sto loro cosa pen­sas­se­ro di que­sto tema, per sco­pri­re, alla fine, un de­no­mi­na­to­re co­mu­ne. 

Una volta al­l’an­no l’U­nio­ne Eu­ro­pea chie­de ai pro­pri cit­ta­di­ni se sen­to­no di ap­par­te­ne­re più alla pro­pria na­zio­ne o al­l’Eu­ro­pa: si trat­ta della do­man­da che ri­guar­da l’i­den­ti­tà eu­ro­pea. Ma che cosa si­gni­fi­ca eu­ro­peo? Che cos’è un'iden­ti­tà?

Molti au­to­ri cer­ca­no spes­so e vo­len­tie­ri di co­glie­re il si­gni­fi­ca­to di que­ste due pa­ro­le at­tra­ver­so lun­ghi saggi ­che par­la­no di de­mo­cra­zia, di va­lo­ri co­mu­ni, di sto­ria e, a volte, di cri­stia­ne­si­mo. Ma cosa ne pen­sa­no gli eu­ro­pei quan­do non si trat­ta solo di com­pi­la­re un que­stio­na­rio a scel­ta mul­ti­pla del­l’au­to­ri­tà sta­ti­sti­ca Eu­ro­s­tat? Cosa ri­spon­do­no quan­do si chie­de loro per­ché si sen­to­no eu­ro­pei - o non eu­ro­pei? Non c'è luogo mi­glio­re per sco­prir­lo di una città che af­fer­ma di es­se­re il cen­tro eu­ro­peo per ec­cel­len­za.

É una gior­na­ta di sole a Stra­sbur­go, lungo il fiume Ill sono an­co­ra­te le "case bat­tel­lo" che ospi­ta­no bar e caffè e lungo la riva del fiume la gente è se­du­ta su sedie, let­ti­ni e di­va­ni, be­ven­do, fu­man­do e par­lan­do. Ac­can­to a me siede una si­gno­ra di mezza età dai ca­pel­li neri, un po’ "pie­not­ta", giu­sto da­van­ti a lei la madre, ca­pel­li bion­di e corti, piut­to­sto magra ma spor­ti­va, qual­che ruga.

Sondo il ter­re­no con una do­man­da sem­pli­ce e cauta: "Stra­sbur­go è una città eu­ro­pea?" La ri­spo­sta non si fa at­ten­de­re: "". "Per­ché?", chie­do an­co­ra. "Per­ché qui ar­ri­va­no tan­tis­si­mi tu­ri­sti da tutti i Paesi, ci sono stra­nie­ri ovun­que”, dice la fi­glia. È vero, Stra­sbur­go è una meta tu­ri­sti­ca molto po­po­la­re. "Ma se sono stra­nie­ri come fanno a es­se­re eu­ro­pei?"

"Ca­pi­sco cosa in­ten­di, ma non è così fa­ci­le ri­spon­de­re. Che cosa si­gni­fi­ca poi eu­ro­peo?” Già, che cosa si­gni­fi­ca? La madre in­ter­vie­ne di­cen­do che si trat­ta delle abi­tu­di­ni co­mu­ni con­di­vi­se da tutti gli eu­ro­pei. E quali sono? "Bella do­man­da.” Nes­su­na ri­spo­sta. La fi­glia ri­pren­de: "Ho vis­su­to al­cu­ni anni in Ca­na­da. Là sì che mi sen­ti­vo eu­ro­pea,  in qual­che modo là è tutto di­ver­so. Anche quan­do sono in Bel­gio sono eu­ro­pea. Quan­do sono in Fran­cia, sono fran­ce­se.

Altre per­so­ne ri­spon­do­no in modo si­mi­le, una russa che si è tra­fe­ri­ta a Stra­sbur­go dice che nel suo paese na­ta­le è con­si­de­ra­ta eu­ro­pea, men­tre a Stra­sbur­go è con­si­de­ra­ta russa. "Eu­ro­peo" sem­bra es­se­re qual­co­sa di in­de­fi­ni­to, qual­co­sa che le per­so­ne sco­pro­no da sé nel mo­men­to in cui la­scia­no la pro­pria pa­tria e la cul­tu­ra a cui sono abi­tua­ti. L'’i­den­ti­tà, è evi­den­te, è sem­pre una forma di de­mar­ca­zio­ne: noi e gli altri.

"Vi sen­ti­te in­nan­zi­tut­to fran­ce­si e poi eu­ro­pei o in­nan­zi­tut­to eu­ro­pei e poi fran­ce­si?" En­tram­be le si­gno­re ri­spon­do­no "In­nan­zi­tut­to fran­ce­se”. "Que­sto si­gni­fi­ca, quin­di, che vi pre­oc­cu­pa­te prima di tutto dei fran­ce­si e poi degli altri eu­ro­pei? En­tram­be ri­spon­do­no, esi­tan­ti, di sì. "Ma in al­cu­ni stati mem­bri del­l'Eu­ro­pa del­l'E­st le per­so­ne muo­io­no di fame e vi­vo­no in ba­rac­co­po­li, non ci si do­vreb­be in­te­res­sa­re di più a loro?", do­man­do. "Sì, lo so, è brut­to da dire, ma anche in Fran­cia muo­io­no delle per­so­ne”, dice la fi­glia. "Ov­via­men­te dob­bia­mo pen­sa­re in modo glo­ba­le e oc­cu­par­ci quin­di delle na­zio­ni eu­ro­pee più de­bo­li, dob­bia­mo ri­ma­ne­re uniti per re­si­ste­re agli Stati Uniti e alla Cina”, pro­se­gue la madre. 

E non è l’u­ni­ca a ri­spon­de­re così a que­sta do­man­da.     

PRIMA IO E POI GLI ALTRI

Una gra­zio­sa fran­ce­se sta apren­do il luc­chet­to della bici e mi in­di­ca che ora deve pro­prio an­da­re, ma si ferma a ri­flet­te­re quan­do le pongo al­cu­ne do­man­de. Alla fine, anche lei dice: "Sì, mi pre­oc­cu­po an­zi­tut­to dei fran­ce­si, ma si deve pen­sa­re anche agli altri.” Anche un grup­po di gio­va­ni, al­cu­ni dei quali nem­me­no di­ciot­ten­ni, ascol­ta in­te­res­sa­to e cerca di dare delle ri­spo­ste. "I no­stri ge­ni­to­ri ci hanno in­se­gna­to che dob­bia­mo pen­sa­re anche agli altri abi­tan­ti dell'Eu­ro­pa”, con­clu­do­no.

Tutti gli in­ter­vi­sta­ti, alla fine, hanno scel­to l‘espres­sio­ne "dob­bia­mo” e non “do­vrem­mo”. L’Eu­ro­pa sem­bra non es­se­re tanto una que­stio­ne sen­ti­men­ta­le quan­to ra­zio­na­le. Chi pensa al­l’Eu­ro­pa è prag­ma­ti­co, pro­sai­co, ra­zionale, in­te­res­sa­to a con­si­de­ra­re il van­tag­gio eco­no­mi­co. Forse il va­lo­re co­mu­ne del­l’Il­lu­mi­ni­smo non è poi così lon­ta­no dalla real­tà.

Quale mi­glio­re pos­si­bi­li­tà di ve­ri­fi­ca­re que­sta tesi se non in una di­scus­sio­ne sull‘Eu­ro­pa? Do­di­ci per­so­ne, per­lo­più gio­va­ni adul­ti, hanno ade­ri­to al mio in­vi­to su Face­book di di­scu­te­re di Eu­ro­pa nel bar stu­den­te­sco Le Cha­ri­ot, un ve­ner­dì sera alle 20. Al­cu­ni la­vo­ra­no per Café Babel, altri sono amici e co­no­scen­ti. Anche qui, tra le per­so­ne in­te­res­sa­te al­l’ar­go­men­to, le af­fer­ma­zio­ni si as­so­mi­glia­no: uno su tre (com­pre­so me stes­so) si con­si­de­ra­ ap­par­te­nente prima alla pro­pria na­zio­ne e poi all’Eu­ro­pa.

Ri­fles­sio­ne: iden­ti­fi­car­si in­nan­zi­tut­to con la pro­pria na­zio­ne e solo in un se­con­do tempo con l’Eu­ro­pa si­gni­fi­ca es­se­re na­zio­na­li­sti?

Si­len­zio. 

Avevo già fatto que­sta do­man­da al­cu­ne ore prima,  nel Pa­lais d’Eu­ro­pe – la sede del Con­si­glio d’Eu­ro­pa – ri­vol­gen­do­mi ad al­cu­ne per­so­ne dal­l’aria im­por­tan­te. Senza esi­ta­re, un de­pu­ta­to del Par­la­men­to del Ko­so­vo mi aveva pron­ta­men­te ri­spo­sto: "non si trat­ta di na­zio­na­li­smo ma di egoi­smo. É così per tutti: si pensa prima a se stes­si e poi agli altri.”  Nel bar "Le Cha­ri­ot" c’è chi ini­zia a pren­de­re la pa­ro­la. Qual­cu­no dice che "l’i­den­ti­tà non ha nien­te a che fare con il na­zio­na­li­smo. Il fatto di de­fi­nir­si fran­ce­se non fa di una per­so­na un na­zio­na­li­sta. Solo quan­do si emar­gi­na­no le altre na­zio­ni o le si ri­tie­ne di poco va­lo­re, si di­ven­ta na­zio­na­li­sti." Di con­se­guen­za, il na­zio­na­li­smo è qual­co­sa di po­li­ti­co, l’i­den­ti­tà qual­co­sa di cul­tu­ra­le.

Nes­su­no dei pre­sen­ti vuole so­sti­tui­re que­st'iden­ti­tà cul­tu­ra­le na­zio­na­le con una eu­ro­pea. In fin dei conti, è pro­prio que­sta va­rie­tà cul­tu­ra­le che co­sti­tui­sce l’Eu­ro­pa. Pen­sa­re eu­ro­peo si­gni­fi­ca, evi­den­te­men­te, ri­co­no­sce­re la mol­te­pli­ci­tà e la di­ver­si­tà dell‘Eu­ro­pa, ma­ga­ri es­ser­ne per­si­no or­go­glio­si. Il motto dell'Unio­ne Eu­ro­pea è in­fat­ti: "unità nella di­ver­si­tà.

Tut­ta­via, dalle con­ver­sa­zio­ni per stra­da è emer­so che per molti eu­ro­pei, quel­lo di re­sta­re uniti in ogni cir­co­stan­za non è tanto un de­si­de­rio quan­to un do­ve­re. Si rap­por­ta­no in modo pre­va­len­te­men­te prag­ma­ti­co e ra­zio­na­le nei con­fron­ti del­l’i­dea di Eu­ro­pa, un’i­dea che nasce dalla testa e non dal cuore. Non pro­va­no pa­thos, né pa­triot­ti­smo, né af­fet­to.

Di con­se­guen­za, per es­se­re sin­ce­ro, il motto do­vreb­be es­se­re: "Unità no­no­stan­te la diversi­tà."

QUE­STO AR­TI­CO­LO È STATO RE­DAT­TO A STRA­SBUR­GO NEL­L’AM­BI­TO DEL PRO­GET­TO “EU-TO­PIA TIME TO VOTE”. Il pro­get­to è co-fi­nan­zia­to dalla Com­mis­sio­ne Eu­ro­pea, dal Mi­ni­ste­ro degli este­ri fran­ce­se, dalla fon­da­zio­ne Hip­po­crè­ne, la fon­da­zio­ne Char­les Leo­pold Mayer e la fon­da­zio­ne EVENS.