I Wet Floor si raccontano in una "Polaroid"

Articolo pubblicato il 09 maggio 2015
Articolo pubblicato il 09 maggio 2015

Ormai è diventata un’abitudine del mercoledì sera di Brugherio quella di trovarsi al Bundalinda, alla serata Breakout. Il tutto è organizzato da Marco e Andrea, che tengono un dj set di musica rock’n’roll, indie e alternative rock. Ed è proprio qui che ci troviamo mercoledì 6 maggio, serata in cui i Wet Floor, band di cui fa parte anche Andrea, presentano il loro nuovo video, Polaroid.

I Wet Floor sono una band garage rock, che si ispira a vari artisti, tra cui i Ministri, i Foo Fighters, i Clash. Loro sono Andrea Staglianò (voce e chitarra), Luca Erba (basso) e Marco Perego (batteria). Nel 2011 esce il loro primo album, L’effetto del curaro e in quello stesso anno, vincendo un concorso, si guadagnano la possibilità di esibirsi al MEI, a Faenza, il più grande festival di musica italiana dal vivo per giovani emergenti. Nel 2014 esce Profezia in 12 pezzi e con questo album riparte il loro tour in giro per locali dell’hinterland milanese e non solo. Andrea scrive anche i testi, ed è proprio con lui che abbiamo fatto due chiacchiere nel “backstage” del Bundalinda in occasione dell’uscita del video di Polaroid (clicca qui per vederlo) girato a Consonno dal regista Luca Giazzi.

cafébabel: Wet Floor, come nasce il vostro nome?

Un po’ per caso: eravamo al liceo, suonavamo per divertirci e dovendo cercare un nome la scelta è caduta su questo; ci piaceva anche l’idea di avere già un simbolo. Più avanti abbiamo cercato di dargli il significato che ha Inside I’m dancing, singolo del nostro album precedente, L’effetto del curaro: anche quando si scivola, quando il pavimento è bagnato e c’è qualcosa che ti tira giù, bisogna cercare di non cadere, trovando le forze per resistere.

 cafébabel: Come si è evoluta la band nel tempo?

All’inizio eravamo io, Luca e altri tre. Ci trovavamo dopo scuola, suonavamo per divertimento. Pian piano siamo cresciuti e la band è cresciuta e cambiata con noi. Io e Luca siamo rimasti. Dopo aver cambiato vari batteristi, è arrivato Marco. All’inizio doveva solo aiutarci come sostituto, poi ha apprezzato quello che facevamo e ha deciso di unirsi in pianta stabile.

cafébabel: Vivete il panorama dell’underground milanese, come lo affrontate? È faticoso emergere?

Emergere è faticoso, perché  un ambiente grande, ci sono tante band in gamba. Alcune serate sono davvero belle, come Linoleum, dove ci ha inserito Simone Sproccati, che è anche il produttore di Profezia in 12 pezzi. Ci si confronta con gruppi diversi con cui puoi trovarti bene o meno, a volte sembra che alcune band vogliano fare le “rock star” e pretendano troppo. Puoi trovarti a suonare in situazioni che non sono ottimali, ma nonostante questo suoni lo stesso, perché è questo che ci piace fare.

cafébabel: Oggi presentate in anteprima il video di Polaroid, canzone che chiude Profezia in 12 pezzi. Che significato hanno per voi canzone e video? Il brano nasce come una ballata scritta da me, solo voce e chitarra. Dopo il confronto con Mattia Frenna, chitarrista dei Motel 20099, è stato fondamentale il contributo di Luca e Marco, con cui l’abbiamo arrangiata ed diventata il brano che è oggi. All’interno del disco è importante perché segna la fine di un percorso, faticoso come può essere una vita. Ha anche un significato personale, perché l’ho scritta pensando a mio nonno, venuto a mancare qualche anno fa. Ci si guarda indietro, si pensa a quello che si è vissuto: quelle immagini ti tornano in mente come fossero delle polaroid.

cafébabel: Dove vi vedete fra 10 anni? Partecipereste ad un talent show?

Vederci tra 10 anni è difficile, soprattutto a livello personale. Come band vogliamo far arrivare la nostra musica e i nostri testi a più gente possibile, perché ci piace che quello che facciamo sia ascoltato e condiviso. A me personalmente, l’idea del talent non piace molto, non ci sentiamo una band perfetta con qualità canora straordinarie. L’idea del votare ed essere votati implica una sorta di “banalizzazione”, perché si votano delle qualità, che a noi non interessa particolarmente avere. Il fatto che ti piaccia un tipo di musica è spesso un fatto personale, di sensazioni. Quello che ci interessa è che passi ciò che vogliamo trasmettere con i nostri testi e la nostra musica.

cafébabel: In Profezia in 12 pezzi, ascoltando canzoni come Amaro disincanto, Io non mi aspetto niente, si sente che siete abbastanza arrabbiati, a chi è rivolta questa “disillusione”?

Amaro disincanto è il brano che lega i due dischi: ne L’effetto del curaro ci sono i sogni e le aspettative; in Profezia in 12 pezzi ci siamo trovati a scontrarci con la vita vera. Un verso dice proprio “i sogni affondano nella realtà di ogni giorno”. Io non mi aspetto niente è un testo scritto d’impulso, con mille idee che ti frullano nella testa, con i problemi che ti trovi ad affrontare: può essere un “non aspettarsi niente” dalla vita, dalle relazioni, anche dal pubblico. E forse è proprio non aspettandoti niente che puoi rimanere sorpreso in meglio. Quello che conta è non fermarsi davanti agli ostacoli.

cafébabel: Quali sarebbero i primi brani del vostro repertorio che consigliereste di ascoltare a qualcuno che ancora non vi conosce?

Senz’altro Holden, del primo album. È la classica ballata dei Wet, piace tanto al nostro pubblico e si crea un’atmosfera bellissima quando la suoniamo; unisce musica e letteratura, una cosa che ci piace. Di Profezia in 12 pezzi, i due singoli Il paese dei balocchi e Polaroid; la mia preferita è un po’ Io non mi aspetto niente.