“I sacrifici son stati fatti, ma i benefici dove sono?”

Articolo pubblicato il 21 marzo 2005
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Articolo pubblicato il 21 marzo 2005

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Il sociologo Reinhard Blomert, promotore dell’associazione Attac, consiglia all’Ue di salvaguardare il proprio orientamento produttivo e gli elevati standard sociali.

Reinhard Blomert è giornalista e docente universitario a Berlino, nonché esperto di questioni europee per l’associazione Attac. Nel suo libro “Die Habgierigen” (gli avidi), ha criticato gli eccessi del capitalismo degli anni 90, riconducibili secondo lui soprattutto alla carenza di controlli nei mercati finanziari. Café babel lo ha intervistato in esclusiva per i suoi lettori.

Il coffestorming tenutosi il 18 marzo a Berlino poneva la seguente questione riguardo al modello economico contenuto nella Costituzione europea: “Europa sociale o supermercato liberale?”. Cosa ne pensa?

Le parti economicamente rilevanti della Costituzione sono chiaramente dominate da principi neoliberali. Privatizzazione, liberalismo selvaggio e ritiro dello Stato trovano ampio spazio nella terza parte della Costituzione.

Anche obiettivi sociali come la piena occupazione, il progresso sociale e il miglioramento della qualità dell’ambiente trovano spazio nel testo costituzionale. Per quale motivo Attac continua a definirla una Costituzione “anti-sociale”?

La cosa fondamentale non è solo cosa c’è scritto ma anche dove sta scritto: Nella prima parte della Costituzione vengono menzionati questi obiettivi sociali, è vero, ma si tratta di articoli che non impegnano in alcun modo gli Stati. Nella terza parte, quella concreta, si parla solo di libera economia di mercato, della parola “sociale” neanche una traccia. E invece della piena occupazione annunciata nella prima parte, si mira solo a raggiungere un adeguato livello occupazionale. La garanzia delle cosìddette quattro libertà, presente nella terza parte, limita pesantemente le possibilità d’intervento sociale degli Stati nazionali. A livello comunitario non c’è niente di paragonabile a tutela dell’aspetto sociale.

Le esperienze degli ultimi anni non stanno a dimostrare che la liberalizzazione e i tagli allo stato sociale conducono al successo?

Nel 1989 John Major motivò così la bocciatura della Carta Sociale: “l’Europa può avere la Carta Sociale, noi avremo l’occupazione.” Oggi nel Vecchio Continente si registrano tassi di disoccupazione elevati un po’dappertutto, mentre l’Inghilterra sta vivendo un boom.

I soli tassi di crescita dicono poco sulla qualità di una società. L’Inghilterra conta molti poveri che non sono stati minimamente toccati dal vento del boom economico. Il punto di partenza inglese è per tradizione diverso da quello di altri paesi: il settore finanziario è particolarmente sviluppato, quello produttivo è carente. Nel Continente c’è la situazione opposta: qui domina la produzione. Che si notino differenti sviluppi congiunturali è normale. Questo non dovrebbe portarci a mettere improvvisamente tutte le nostre istituzioni in discussione, solo perché il miraggio della crescita non è stato soddisfatto.

Le differenze tra l’Inghilterra e il Continente sono rilevanti, ma anche tra altri Stati UE ci sono notevoli diversità istituzionali. È giusto parlare di un modello economico europeo o no?

Esiste senza dubbio un modello europeo. Lo si nota chiaramente quando si adotta un punto di vista esterno come dimostra alla perfezione il libro di Jeremy Rifkin “Il sogno europeo”. Un’altra peculiarità oltre a quella dell’orientamento produttivo è che in molti Paesi dell’Ue le strutture economiche comunali giocavano un ruolo importante. Queste forme economiche miste vengono messe in discussione dalle politiche di liberalizzazione dell’Ue. Questo ha portato a una non indifferente destabilizzazione delle nostre società.

In merito alle particolarità del modello europeo, John Ruggie parla di un compromesso dell’ “embedded liberalism”: i cittadini accettano i rischi legati all’apertura dei mercati economici, gli Stati attenuano gli effetti con politiche occupazionali e sociali. Lei vede nella Costituzione europea un passo verso la dissoluzione di questo compromesso?

Senza dubbio. La formula della competitività promette di ricompensare le vittime di oggi con futuri profitti, così che tutti i membri della società traggano benefici dal liberalismo. Dall’inizio della grande ondata di liberalizzazione più di dieci anni fa, quella promessa non è stata ancora mantenuta: ci sono sempre meno posti di lavoro e le disparità sociali aumentano. Tanti sono rimasti a mani vuote.

Quale soluzione vede Lei per conciliare successo economico ed esigenze sociali nella politica europea economica europea?

Innanzitutto dovremmo fondare una politica economica europea, visto che per ora abbiamo solo le politiche monetarie della Banca Centrale Europea. Questa componente monetaria non viene bilanciata da alcuna competenza politico-fiscale sul piano comunitario, mentre il margine d’azione degli Stati membri viene notevolmente ridotto dal Patto di Crescita e Stabilità. Un governo economico federale potrebbe essere una soluzione per rimediare a questa situazione iniqua. Ad ogni modo il principio di sussidiarietà deve venire rafforzato in modo tale far sopravvivere sistemi ad economia mista con forti componenti socialiste nel campo delle infrastrutture e dei servizi.