I richiedenti asilo nell'Ue: lontani dagli occhi, lontani dal cuore

Articolo pubblicato il 24 maggio 2010
Articolo pubblicato il 24 maggio 2010

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261.000 richiedenti asilo nel 2009, 27.600 riconoscimenti dello status di rifugiato. Alla luce della politica migratoria che l’Ue conduce da vent’anni a questa parte, le cifre pubblicate da Eurostat non dovrebbero apparire sorprendenti.
In occasione della Settimana delle Migrazioni organizzata dall’ENS (École Normale Supérieure) di Parigi, Catherine Wihtol de Wenden, politologa, Claire Rodier, presidentessa della rete Migreurop, e il geografo Serge Weber hanno illustrato quella che considerano una forte tendenza della politica migratoria europea: la criminalizzazione e la reclusione degli immigrati extra-europei.

«In 20 anni, l’Europa è diventata una delle prime mete d'immigrazione», esordisce Catherine Withol de Wenden davanti ad un pubblico di studenti della prestigiosa Scuola Normale Superiore di Parigi, venuti ad assistere alla tavola rotonda della Settimana delle Migrazioni, organizzata dall’associazione Pollens. Una constatazione positiva, giustificata soprattutto dal fatto che gli ex paesi a forte emigrazione dell’Europa meridionale si sono col tempo trasformati in paesi d'immigrazione (la Spagna è diventata la seconda meta di immigrazione in Europa). Una ventata di ottimismo che però rivela anche un’altra faccia: l’Europa è sì diventata una terra promessa per i richiedenti asilo, ma ha sviluppato questa sua capacità attrattiva erigendo al contempo una fortezza legislativa che va dal Patto Europeo sull’Immigrazione e l’Asilo fino alla Direttiva Rimpatri: «la politica migratoria europea non ha fatto altro che mettere su scenari che non si sono mai realizzati», spiega la ricercatrice del CERI, il centro di studi e ricerche internazionali. Non solo i decision-makers hanno pronosticato, nel 1975, un reflusso dell’immigrazione di massa verso l’Europa a seguito della crisi petrolifera, ma hanno anche immaginato che, con l’entrata a regime dell’area Schengen, la mobilità infra-europea sarebbe cresciuta al punto da rimpiazzare l’immigrazione extra-europea. Un duplice errore. Non solo gli Europei sono rimasti sedentari, ma le domande di asilo verso l’Ue hanno conosciuto un boom, fino a raggiungere la cifra di 500.000 all’anno negli anni ‘90! Da allora, gli immigrati extra-europei pagano le conseguenze di queste previsioni errate: «Come si spiega il fatto che la libera circolazione in Europa è promossa sotto tutti gli aspetti: beni di consumo, prodotti finanziari, ecc, salvo che per gli immigrati?» domanda il geografo Serge Weber.

Durante la giornata internazionale dei rifugiati

Fortezza europea: ingresso su invito

Per rendersi conto della portata del problema, è sufficiente soffermarsi sulle cifre pubblicate da Eurostat a proposito delle domande d’asilo presentate all’interno dell’Unione Europea nel 2009: su 261.000 richieste sono state prese 229.500 decisioni di prima istanza, il 73% delle quali ha avuto come esito il respingimento della domanda di asilo. Secondo Serge Weber, ci troviamo di fronte ad una vera e propria erosione di questo diritto, un problema che si aggrava in occasione di ogni nuovo trattato europeo: da un lato al summit di Tessalonica è stata istituita l’agenzia Frontex con lo scopo di contrastare l’immigrazione clandestina, e dal 2003 il sistema Eurodac consente il prelievo delle impronte digitali ai richiedenti asilo che abbiano almeno 14 anni. Dall’altro lato, gli Stati membri dell’Ue continuano a firmare accordi bilaterali con i paesi d'origine degli immigrati, affinché accettino tutti gli "esclusi" dal diritto d’asilo e i clandestini espulsi dall’Unione Europea, in cambio di investimenti nello sviluppo economico del paese. Le frontiere europee diventano così impermeabili, ma soprattutto «de-localizzate, puntuali e informatiche», secondo uno schema ben lontano dalle promesse sul diritto d’asilo proclamate dalla Convenzione di Ginevra del 1949.

"Sovranitarismo" più che federalismo

Secondo Catherine Wihtol de Wenden, l’europeizzazione della politica migratoria è in realtà la testimonianza di un ritorno ad una politica di sovranità nazionale da parte degli Stati membri dell’Ue. A dominare sono i trattati bilaterali di assistenza al rimpatrio, piuttosto che gli sforzi tesi a creare uno statuto europeo dei rifugiati: «L’arbitro essenziale è l’opinione pubblica nazionale; gli Stati si rifugiano in essa per giustificare la loro politica sovrana», afferma preoccupata la ricercatrice. Il risultato? Un «fai da te bilaterale, inadatto alla realtà migratoria europea e tanto più inquietante sul piano dei diritti umani dei migranti, se si considera che il loro riaccompagnamento alla frontiera viene contrattato con delle politiche di sviluppo che non sempre vengono attuate». I relatori sono unanimi: la conseguenza ultima della politica migratoria europea, dalla Convenzione di Dublino del 1990 fino alla Direttiva Rimpatri, è la criminalizzazione dei migranti extra-europei: «Ormai nel Regno Unito “asilum seeker” è diventato sinonimo di ladro», denuncia Catherine Wihtol de Wenden, la cui lingua si va via via sciogliendo. Simbolo significativo di questa evoluzione in senso repressivo è il fatto che la politica migratoria, un tempo affidata al Ministero del Lavoro, è ora nelle mani del Ministero degli Interni.

L’Europa delocalizza la detenzione dei suoi immigrati

Claire Rodier, presidentessa di Migreurop, si presenta con le mani piene di cartine che mostrano la collocazione sul territorio europeo dei centri di detenzione per gli immigrati indesiderati. Le informazioni sono state raccolte dalla rete europea Migreurop, che può contare sulla competenza di 42 associazioni sparse in 13 paesi europei. Sono presenti, in tutto, 250 "prigioni per stranieri" dove sarebbero rinchiuse 300.000 persone (per un periodo di tempo che può arrivare fino a 18 mesi, da quando è entrata in vigore la Direttiva Rimpatri). Per la giurista non ci sono dubbi, prevedere un periodo di detenzione così lungo per gli immigrati irregolari non ha altra utilità se non quella di «dissuadere coloro che sarebbero tentati di raggiungerli». Su una di queste cartine, che fanno parte dell’Atlante delle migrazioni in Europa, si osserva addirittura che l’Europa “delocalizza” la detenzione di questi immigrati indesiderati, attraverso la costruzione di appositi campi per stranieri in Libia e in Libano. Quali sono i benefici di una simile politica migratoria? Difficile quantificarli, tanto le politiche migratorie sono condotte a livello nazionale piuttosto che europeo. Relativamente alla Francia, ciò che possiamo calcolare è il numero di rimpatri alla frontiera (29.000 nel 2009) moltiplicato per 14.000 euro, ossia il costo di un riaccompagnamento alla frontiera (fino a 20-30.000 euro se includiamo le spese giudiziarie), secondo i calcoli effettuati dalla Corte dei Conti nel 2009. C’è tuttavia un altro problema per l’Unione Europea, ben più difficile dell’aggravio di bilancio che una simile politica migratoria può comportare. Questo problema consiste nell'essersi guadagnata una reputazione di fortezza inespugnabile, un’immagine destinata ad accompagnarla negli anni a venire, a meno che non si assista ad un diverso approccio alla questione, finora affrontata secondo un’ottica ben lontana dall’immagine di mobilità assoluta offerta agli europei dell’area Schengen.

Foto: Gareth Harper/flickr; lewishamdreamer/flickr; sambeckwith/flickr