I paradossi dell'affare petrolifero lucano: «Teste lucide, cuori grandi, piedi pigri»

Articolo pubblicato il 06 marzo 2015
Articolo pubblicato il 06 marzo 2015

Un mucchio di scartoffie, di concessioni, di tavolozze imbandite di accordi e strette di mano. Un convivio in cui i più non sono ammessi. Una trama fitta, complessa, in cui è difficile orientarsi soprattutto se gli attori in scena tentano di mascherarsi dietro profili di autorevolezza e ufficialità che tradiscono promesse di flebile bonarietà.

La matassa dell'olio nero lucano

Al centro di questo ghirigoro di parole c'è la questione petrolio in una regione del sud Italia che vive in sordina, la Basilicata, nonché lo Stato italiano e chi, nella terra in cui Cristo e i treni non sono mai giunti, ne fa le veci: l'Eni, multinazionale italiana privatizzata a partire dal '95. Un flusso di denari investiti per distillare la Basilicata del suo olio nero, per spolparla delle sue potenzialità, fino a quando intorno non ci saranno più rigogliose foreste ma solo aride riserve di vecchie politiche sbagliate, e non ci saranno più limpide falde acquifere che dissetano l'acquedotto pugliese ma solo fondali di bacini prosciugati da metalli pesanti, in particolare dal bario, usato nei fanghi di trivellazione petrolifera.

Le implicazioni politiche

Con l'avventura petrolifera in Basilicata si pongono almeno tre questioni, implicate le une nelle altre, tutte pericolosamente lette oggi in termini di cifre, di quantità e non in un'opportuna ottica quali-tativa. Innanzitutto (e non per importanza) un problema di gestione politica della risorsa-affare petrolio, dei petro-euro, che ci rimanda agli albori della faccenda: nel 1998 la regione Basilicata, un'accozzaglia di poltrone di pigra e inconcludente progettualità, firma un'intesa con l'Eni e le compagnie petrolifere che agiscono in Val d'Agri “finalizzato al riconoscimento del principio di compensazione ambientale”. Lo Stato, quella super partes che dovrebbe tutelare i diritti dei cittadini, recepisce quel protocollo di intenti “in seguito”, si legge nei comunicati stampa della regione Basilicata. E ciò - avrebbe detto Nicola Picenna, redattore de L'indipendente lucano, allo scrittore Pino Aprile - dovrebbe già invalidare il patto regione-Eni, poiché la gestione del sottosuolo è di competenza statale. L'accordo prevedeva formalmente l'impegno a metter in piedi un sistema di monitoraggio ambientale che evidentemente non funzionava dato che, nel 2011, la professoressa Albina Colella analizza campioni di acqua prelevati dal tenente Giuseppe di Bello dal lago artificiale del Pertusillo in cui si evidenziano elevate percentuali di metalli pesanti.

Precedentemente il caso era esploso grazie alle denunce di Maurizio Bolognetti risalenti al Gennaio 2010. Proprio in questi giorni, Maurizio si è sottoposto allo sciopero della fame: una protesta non violenta per chiedere all'assessore Berlinguer e all'Arpab (agenzia ambientale lucana) un catasto dei rifiuti (speciali e pericolosi) e trasparenza nelle questioni ambientali, nel rispetto della Convenzione di Aarhus, ovvero del diritto dei cittadini di all'accesso a informazioni ambientali di pubblico interesse. Maurizio chiede all'Arpab di elaborare formalmente (e in tempi stretti) dati precisi in merito alla produzione di rifiuti speciali prodotti dall'Eni tra il 2009 e il 2013. Nella discussione, Arpab parla di informazioni che non può rendere pubbliche: riguardano forse le ditte che trattano i rifiuti? E questi rifiuti dove vanno a finire?

L'impatto ambientale

Ecco quindi affacciarsi la seconda questione di cui parlavo: quella ambientale, intrecciata alla sfera politica nelle sue degenerazioni clientelari, una pratica qui esemplificata dalla coincidenza di chi dovrebbe controllare col controllato. Ovvero, un monitoraggio fallace. Un privato del calibro dell'Eni non assicura un organismo autorevole di monitoraggio ambientale. I cittadini, e la Regione stessa, non sanno nemmeno quanto petrolio effettivamente si estragga poiché non c'è nessun contatore nel labirinto degli oleodotti. I patti, le cifre si basano tutte su stime e approssimazione elaborate dall'Eni stessa. Si sa però che il petrolio lucano copre il 10% del fabbisogno energetico nazionale e che l'affare petrolifero italiano registra le percentuali più basse al mondo.

C'è un problema di omertà istituzionale che viene pagato con la salute dei cittadini, con l'aumento dei tumori e con le campagne sterili comprate a pochi spiccioli dall'Eni, a cui si potrebbero recitare le parole di Quasimodo: T’ho visto: eri tu,/con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,/senza amore, senza CristoChe impatto ambientale hanno le estrazioni petrolifere? Questi grattacieli color cenere, questi fari che sputano fuoco e chissà quanto idrogeno solforato, che limano il verde del territorio serpeggiante di abbondanti corsi d'acqua?

Il punto è proprio questo. L'acqua è la vera risorsa lucana, poiché rinnovabile. Ma quale sarà la qualità dei bacini idrici, che oggi rischiano di esser considerati risorsa esauribile in quanto le analisi di laboratorio evidenziano nelle aree dei comuni dirimpetto all'attività petrolifera un inquinamento batteriologico? Anni fa, nella diga del Pertusillo, zona Val d'Agri,  si evidenziò un cambiamento cromatico dell'acqua e una morìa di pesci. È evidente che l'ecosistema non regge le invasive attività lucrative delle royalties petrolifere: le attività agricole sono diminuite dell'80% e si scontrano con luoghi resi ormai inospitali da sversamenti di rifiuti e inquinamento dovuto all'estrazione e alla lavorazione del petrolio, che richiedono enormi quantità d'acqua. 

Si stima che il petrolio lucano sia situato a 3-4.000 metri di profondità e che, per essere estratto, debba essere risucchiato a pressioni elevatissime con acidi che strizzano le rocce e il terreno, avvelenandoli. Il petrolio estratto deve essere poi ripulito delle sue componenti “aggiuntive”, elementi che finiranno per essere catalizzati in pozzi estrattivi ormai esauriti (come quello di Grumento Nova, di reiniezione) o in acqua, come molti sospettano, all'altezza del pozzo Costa Molina 2D, a ridosso del lago Pertusillo. I fanghi estratti insieme al petrolio, anziché essere destinati al trattamento, verrebbero indirizzati all'insabbiamento. È recente il blitz della direzione distrettuale antimafia di Potenza nel Centro Oli di Viggiano e nel Tecnoparco di Pisticci Scalo per accertare la gestione delle attività di questione, mi informa il sindaco di Castelsareceno Rocco Rosano.

Insomma, diteci almeno di che morte dobbiamo morire.

Dobbiamo, inoltre, tener presente che sviluppare l'industria del petrolio in una zona altamente sismica come la Basilicata è pericolosissimo, per usare un eufemismo.

Partecipare e con-vincere: il ruolo della società civile

Insomma, viene ingenuamente da chiedersi: qualcuno ha pensato a cosa succederà quando il petrolio sarà finito, quando non ci saranno più pozzi esauriti in cui sversare i rifiuti tossici, quando non ci saranno più pecore da allevare e terreni da coltivare, quando non ci saranno più paesaggi da visitare, quando, di conseguenza, non ci saranno più occasioni per estorcere psicologicamente una manciata di voti?

Di certo non si pone il problema il governo Renzi, che con lo Sblocca Italia (preparato con la mentalità del SalvaItalia del governo Monti) prevede l'ampliamento dei pozzi petroliferi, proclamando di fatto uno sfratto - quello dei lucani - edulcorato dalle solite promesse dei posti di lavoro. Eppure al Centro oli di Viggiano sono pochissimi gli impiegati lucani, troppo spesso in rotta verso le fabbriche del nord Italia. Il fenomeno dell'emigrazione non conosce argini per queste terre, ed è probabilmente lo spopolamento e la bassa densità della regione a catalizzare l'ambizione politica e imprenditoriale dell'affare sporco del petrolio e dello smaltimento dei rifiuti tossici, della trivellazione di questo enorme bacino idrominerario, il giacimento petrolifero su terraferma più grande d'Europa. 

A chiedere un piano occupazionale all'Eni, che preveda l'inserimento lavorativo dei residenti, sono innanzitutto i sindaci dei comuni limitrofi all'attività di estrazione petrolifera (sono 26 quelli assegnati alle royalties con la legge regionale n. 40 del '95, a cui verranno poi aggiunti altri), alcuni dei quali ricevono fondi considerevoli dalla stessa Eni il più delle volte impiegati per ingaggiare cantanti famosi alle feste patronali o per ricostruire i marciapiedi. Molti di loro chiedono la riattivazione dell'Osservatorio ambientale Val d'Agri, una struttura di monumenti senza comportamenti, creata dall'accordo Eni-Regione nel 2011. Il “Piano di utilizzo del Fondo per lo sviluppo delle attività economiche e l'incremento produttivo e industriale della Val d'Agri”, a detta della L.R. 40/95, evidentemente evidenzia delle crepe nella sua attuazione poiché risulta legittimo parlare di un inesistente incremento produttivo industriale della Val d'Agri.

Ed è arrivato il momento di introdurre la terza questione di cui parlavo sopra: lì dove la politica “ufficiale” si mostra impreparata, accomodante o collusa (livelli diversi per dire 'inutile'), interviene la società civile, che pullula di associazioni e di comitati e che promuove la raccolta e la diffusione di dati sulle implicazioni ambientali dell'affare petrolio. Lì dove i luoghi istituzionali si dimostrano impreparati, la gente - che vive nei paradossi visivi di una torre di estrazione petrolifera contigua all'ospedale di Villa d'Agri, nel paradosso dell'elezione di Matera a capitale europea della cultura per il 2019 -  scende nelle piazze e protesta contro la subordinazione del territorio lucano alle royalties straniere (in primis la francese Total) e al colosso Eni, spalleggiato dalla Regione e dai suoi presidenti.

L'unica arma a disposizione è la conoscenza, l'informazione e la coalizione della rete cittadina a una partecipazione consapevole e una conduzione responsabile della propria vita, che non può prescindere dal pensiero dell'eredità di queste terre. Dal pensiero produttivo del futuro.