I Paesi Baschi e il ritorno alla normalità

Articolo pubblicato il 05 gennaio 2015
Articolo pubblicato il 05 gennaio 2015

Dopo decenni il terrorismo nei Paesi Baschi è finalmente terminato e la normalità si sta lentamente affermando. Tuttavia, in una regione piena di divisioni e contrasti, la maggior parte alimentati dall' ETA, questa normalità, anche se ben accolta, risulta ancora poco familiare.

Il 20 ottobre 2011 l'organizzazione terroristica ETA annuncia la fine della sua lotta armata. In 52 anni ha ucciso 829 persone e diffuso la paura nella regione basca e nel resto della Spagna. Oggi i cittadini si sentono più al sicuro nelle proprie case ma, dopo decenni di paura e terrorismo, non è semplice tornare alla normalità.

«Stare in guarda per non farsi cogliere impreparati»: è così che Francisco Zaragoza, il presidente dell'associazione delle vittime, ricorda quei tempi. Nel 1988, quand'era ancora poliziotto, venne attaccato dall'ETA: un'autobomba ad Eibar (Gipuzcoa), che uccise un suo collega. Ora continua a prendere le stesse precauzioni di quando era un poliziotto. «Quando acquisisci certe abitudini, soprattutto quelle dell'autodifesa, è difficile perderle». Prima di uscire controlla ancora le strade e, quando deve usarla, ispeziona l'auto. Se si trova in un ambiente chiuso, si siede in un punto tale da poter tenere sotto controllo l'ingresso e, mentre guida, presta attenzione alle macchine che gli sono vicino.

L'alba di una nuova era

Era diventato normale vedere una persona minacciata accompagnata dalla scorta, ma quest'estate il governo basco ha deciso di ritirare la maggior parte delle guardie del corpo. Secondo l'Associazione Nazionale delle Guardie del Corpo, più di 5500 guardie lavoravano nei Pasesi Baschi e a Navarra durante il picco dell'attività dell'ETA e speciali corpi di polizia venivano addestrati a combattere il terrorismo, con una spesa di 100 milioni di euro all'anno.

Per Paul Rìos, il capo del movimento pacifista Lokarri, la prova più significativa dell'inizio di una nuova era è la riduzione del numero delle guardie del corpo. «È diverso incontrare le persone quando sono sotto scorta rispetto a quando non lo sono» dice. Molti non si sentivano al sicuro quando vedevano le persone scortate, pensando che anche le proprie vite potessero essere messe in pericolo.

«La fine della tassa rivoluzionaria dimostra la solidità del processo» fa notare Rìos. Per finanziare la sua attività, l'ETA chiedeva soldi alle imprese in cambio di sicurezza, ma negli ultimi anni queste richieste sono state regolarmente denunciate alle autorità.

Rìos, il cui movimento ha giocato un ruolo fondamentale nel far terminare la violenza, è convinto che il processo di pace sia “irreversibile”. È convinto che l'ETA non attaccherà di nuovo sia per la presenza di osservatori internazionali, sia per il perduto supporto politico alla causa. Afferma che la paura è scomparsa quasi ovunque nei Paesi Baschi, anche se in alcune piccole città c'è ancora chi non si sente al sicuro da ritorsioni dovute a rancori personali.

Per Francisco Zaragoza oggi ci sono più senzatetto nelle strade, mentre durante gli anni di piombo non ce n'erano. Allo stesso tempo per le strade si vedono anche più macchine costose, mentre prima non si voleva essere notati per paura della tassa rivoluzionaria e banche e bancomat, bersaglio frequente degli attacchi di terrorismo, non hanno più le tendine metalliche.

Nei Paesi Baschi stanno tornando anche i turisti. Nei sei mesi successivi all'annuncio del 2011 il turismo è cresciuto del 47% e i nuovi cestini della spazzatura attorno all'aeroporto di San Sebastiano provano che la regione basca è un posto più sicuro. Tuttavia, nonostante questi avanzamenti nella sicurezza, l'odio non è scomparso.

Coesistenza e odio

Consuelo Ordóñez , la presidentessa della COVITE, un'associazione di vittime, afferma che «la cultura dell'odio rimane intatta». Le vittime sono commemorate con dei murales, ma nessuno denuncia pubblicamente l'ETA e alcuni giorni fa la famiglia di una vittima si è rifiutata di apparire alla cerimonia di deposizione di una targa commemorativa per le vittime di Barakaldo (Biscay) perché «vivono ancora in città e hanno paura».

«La maggior parte delle vittime nascondono il passato. Quelli che hanno parlato apertamente l'hanno pagata a caro prezzo» spiega Ordóñez , che ha lasciato i Paesi Baschi dieci anni fa a causa delle minacce dell'ETA. «Stiamo avendo molti problemi nell'organizzazione degli eventi: le vittime rimangono nell'anonimato perché ancora spaventate» aggiunge. Francisco Zaragoza concorda «lo stesso odio non è cambiato in 20 o 30 anni».

La coesistenza tra vittime e aggressori è solo una delle questioni in sospeso nel processo di pace. Secondo Rìos, le altre includono «qualsiasi cosa relativa al riconoscimento delle vittime e della memoria, al disarmo dell'ETA, alla politica della prigionia e ai diritti umani dei prigionieri». E ci si interroga anche sul futuro del nome ETA, poichè per alcuni rappresenta un passato di paura.

«L'ETA deve fare uno sforzo di concretizzazione e sincerità e deve riconoscere il danno fatto, ma non possiamo forzarli a scusarsi perché significherebbe umiliarsi» dice Rìos. È ottimista riguardo ai passi intrapresi perché «ci sono più incontri tra vittime e colpevoli» e i politici del Sortu (la sinistra radicale nazionalista basca vicina all'ETA) partecipano ai tributi alle vittime.

Tuttavia il processo di pace nei Paesi Baschi è ancora incompleto. La violenza può essere scomparsa ma i molti anni di terrorismo hanno lasciato nella società una ferita profonda, non certo facile da rimarginare.