I madrileni vogliono dimenticare

Articolo pubblicato il 08 marzo 2005
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Articolo pubblicato il 08 marzo 2005

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A Madrid la vita continua. Certo, le commemorazioni del primo anniversario degli attentati non mancheranno. Ma chi è stato toccato dalla tragedia preferisce essere lasciato in pace.

Madrid è cambiata da un anno a questa parte. Dopo gli attentati dell’11 marzo, il governo conservatore si era precipitato ad accusare il gruppo terrorista dell’ETA. Tre giorni dopo, il capo del governo Aznar pagava con la sconfitta alle elezioni questa sua azzardata presa di posizione. Le stesse consultazioni per le quali il Partito Popolare era dato favorito.

Il tempo cicratizza le ferite

Il duello si è protatto al dopo-elezioni. Un punto di incontro era stato improvvisato di fronte al palazzo del governo, alla Puerta del Sol, nel cuore di Madrid. E aveva resistito fino alla cerimonia nominata Grazie Madrid, dove i pompieri e gli altri eroi avevano ricevuto le onoreficenze da parte del re e dalla regina. Il monumento alla memoria eretto alla stazione di Atocha è restato per un po’ più di tempo. In maggio, gli impiegati delle ferrovie hanno chiesto che venisse tolto. Il ricordo quotidiano di ciò che testimonia è per loro troppo doloroso.

Col tempo la gente ne parlerà sempre di meno. Tutti conoscono qualcuno che è stato colpito direttamente in un modo o nell’altro, ma si preferisce non parlarne. “Non ne ho mai parlato con nessuno e penso che non lo farò mai” dice Ana Garcia, una studentessa leggermente ferita in seguito a una delle esplosioni. Fortunatamente sulla strada pochi segni ricordano gli attentati. “È la metropolitana ad aver accusato il ricordo per più a lungo, coi suoi annunci che raccomandavano agli utenti di sorvegliare i propri bagagli. Ma questi avvisi hanno poi lasciato il posto a molto più normali ‘vietato fumare’”, commenta Borja Rodriguez.

Una città a rischio

Quelli che non sono direttamente stati toccati dagli attentati, riescono ad essere più obiettivi. Tuttavia, non vogliono ad ogni modo ricordare il passato. “Non è cambiato nulla. D’accordo, non siamo più in guerra in Iraq, ma a parte questo, Madrid è sempre la stessa. Corriamo ancora lo stesso rischio, oggi come ieri”, afferma Jorge Ramirez. “Per ben due volte in questi ultimi mesi, i separatisti baschi hanno attaccato Madrid, malgrado gli ulteriori provvedimenti in materia di sicurezza”.

Si è assistito a un movimento popolare per uscire dalla guerra, ma il governo di Zapatero ha fatto abbastanza per impedire che una tale atrocità si ripeta? “Non lo so. Cosa bisogna fare?!” si domanda Alicia Naranjo. “Quello che è certo è che quando un gruppo decide di portare avanti un atto terroristico, nessuno o quasi può farci niente. Qualunque cosa faccia il governo, sarà criticato. Oggi tutto il mondo riconosce che si debba andare fino in fondo per mettere fine al terrorismo, ma cosa fare concretamente? Va bene impedire al terrorismo di proliferare, ma come la mettimao coi terroristi già in circolazione?”

Madrid ha saputo andare oltre. Il dolore è un sentimento personale. La gente considera già l’incidente in modo distaccato. La verità è che Madrid è una grande città, e il numero delle vittime – 192 per l’esattezza – comunque drammatico, rappresenta una percentuale molto ridotta della popolazione. Madrid non è stata decimata come lo sono stati Omagh o Beslan e l’attacco non è avvenuto col flagrore degli attentati di New-York. La città però non ha dimenticato. “Questo lo si deve agli spagnoli”, commenta Pablo Perez. “I terroristi possono uccidere il nostro popolo, ma non distruggeranno mai il nostro spirito”.