I giovani e la cosa pubblica: una storia d'amore complessa

Articolo pubblicato il 05 maggio 2016
Articolo pubblicato il 05 maggio 2016

(Opinione) I giovani e la vita politica sembrano due mondi ormai inconciliabili. Giovani pigri disinteressati alla cosa pubblica quindi? Non esattamente. Secondo recenti sondaggi essi sembrano invece essere molto interessati alla "res publica", solo che lo dimostrerebbero in maniera diversa.

Quanto partecipiamo alla vita pubblica dei nostri paesi? La domanda è sorta qualche settimana fa, mentre in Italia si parlava di referendum, trivelle, ambiente e concessioni governative. Ed è accaduta una cosa molto strana per gli standard di disaffezione politica generale a cui noi tutti siamo abituati: tutti avevano una propria opinione in merito. Alcuni si sono informati approfonditamente, altri ripetevano degli slogan, altri ancora cercavano comunque di partecipare ai dibattiti per capirne qualcosa. Ma la cosa veramente rilevante è che stavano tutti partecipando a quel dibattito. Partecipavano alla vita pubblica del proprio paese, in altre parole. E non parliamo solo dei soliti teatrini politici in tv o articoli giornalistici più o meno informativi: nel gioco sono compresi anche di ragazzi in età universitaria o poco più, non iscritti a partiti o associazioni, quindi non impegnati politicamente o socialmente. Ed è quest'ultima considerazione ad essere particolarmente importante, perché è la cosa che più fa riflettere. Quanto partecipano i giovani alla vita pubblica dei loro paesi, escludendo gli "addetti ai lavori"?

Disaffezione e pigrizia? I numeri dicono il contrario

Per quantificare la risposta a questa domanda si prende spesso in considerazione il tasso di astensionismo nelle elezioni politiche o amministrative, o il raggiungimento di un quorum in caso di referendum.Uno studio del Forum Europeo della Gioventù ha individuato  un calo di 5 punti percentuali nei paesi UE nell’esercizio del diritto di voto da parte delle fasce più giovani di età: dal 33% del 2004 al 28% del 2014. Una situazione che ha del drammatico se associata al fatto che l’85% degli intervistati non si sente coinvolto direttamente nell’attività politica e sociale del proprio paese, traducendo spesso il non voto in un voto di protesta. In sintesi: i giovani non credono nelle istituzioni, quindi evitano accuratamente di entrarvi a contatto. Se questa è la realtà delle cose, come si può pensare di cambiare la situazione esistente? Si tratta di un cane che morde la propria coda, non riuscendo nemmeno a rendersi conto che si tratta della propria.

Ma vanno così "male" le cose in Italia? Forse no. Esiste uno studio pubblicato alcuni mesi fa, promosso dal Programma Erasmus+, ANG e FOCSIV, che in qualche modo offre un punto di vista alternativo. I giovani italiani (nello studio si prende in considerazione la fascia d’età che va dai 18 ai 30 anni di età) stanno in realtà vivendo esperienze politiche e sociali diverse da quelle tradizionali. Non più militanza in un partito o aspirazioni di carriere politiche, ma attivismo nel sociale attraverso il volontariato e l’associazionismo. Il 73,2% degli intervistati ha risposto che almeno una volta nella vita ha partecipato ad attività di volontariato, e ben il 56% di essi fa parte di un’associazione. Anche andando ad osservare il tempo che viene dedicato a queste attività i dati sono incoraggianti. Solo il 25% degli intervistati dichiara di considerare questo genere di attività come residuale, sottolineando anche la centralità assegnata all’impegno sociale. Se è innegabile infatti la disaffezione creatasi tra una parte della società e la sua rappresentanza, con conseguente maggiore impegno in prima persona per informarsi e mantenersi attivi politicamente, non si può dire lo stesso della supposta "pigrizia sociale" alla base di questa disaffezione, soprattutto alla luce dei numeri espressi relativi all'impegno sociale del mondo giovanile.

Più di quanto pensiamo, ma molto meno di quanto possiamo

E qual è la posizione dei giovani sul loro ruolo di cittadini europei? Emerge la volontà di rendersi protagonisti nella definizione delle politiche giovanili in Europa. Il problema principale sorge nel come farlo, risultando fondamentale comunque la necessità primaria di informarsi maggiormente. Il dato di maggior rilievo è che solo il 15% dei partecipanti allo studio ritiene che la rappresentanza sia la soluzione migliore per coinvolgere maggiormente i giovani nelle dinamiche decisionali. In altre parole: i giovani non si fidano dei propri rappresentanti, e nutrono una profonda sfiducia nel sistema stesso.

Ma non tutto è perduto, poiché è possibile sostituire essa con l'esperienza civica, che che prende il posto dell'impegno attivo in politica nelle vite quotidiane dei giovani. Quasi una scelta di sostituire i fatti alle parole. Forse specchio di una politica in Italia sempre più lontana dalla realtà giovanile, che invece ha voglia di mettersi in gioco ed esprimersi. Tuttavia esiste un grande rischio da evitare: quello di limitare queste esperienze al solo ambito sociale, giustificando il distacco dalla politica perché irrimediabile. Vale in ambito nazionale, ma ancora di più per quel che riguarda la sfida europea, perché il futuro passa anche e soprattutto da lì.

In definitiva: quanto partecipiamo alla vita pubblica dei nostri paesi? Più di quanto pensiamo, assolutamente. Ma meno, molto meno di quanto possiamo.