I giovani e la Brexit: "Il futuro è dalla nostra parte"

Articolo pubblicato il 04 luglio 2016
Articolo pubblicato il 04 luglio 2016

(Opinione) Per una expat tedesca a Londra per studio il venerdì dopo il referendum sull'UE non è stato tra i più piacevoli. Però, forse, non tutto è perduto. Potrebbe essere l'occasione per i giovani per farsi sentire. A patto di smetterla di disperarsi, ed agire. Subito.

Non sono una persona ottimista. Nelle settimane precedenti al referendum ho fatto di tutto per convincere i miei amici ad andare a votare, spiegando loro che mettere una crocetta nella casellina del "Remain" era la cosa più sensata. Sto facendo un PhD a Londra, in altre parole sono una di quelle migranti europee di cui si è parlato molto recentemente. Ho seguito l'intera faccenda da vicino, e non mi sono fatta prendere dall'ottimismo. Ma il 23 giugno ho iniziato a pensare che forse si sarebbe risolto tutto per il meglio, e che avremmo potuto provare a migliorare l'Unione Europea dall'interno.  Sono andata a letto dopo una lunga giornata stressante e, per la prima volta dopo tanto tempo, ho dormito come una bambina, senza svegliarmi ogni minuto. Ho pensato: «Ho fatto il massimo, adesso devo solo aspettare e vedere come va». Pensavo di essere pronta per qualsiasi risultato. 

Ma non lo ero.

Mi sono svegliata con il suono di un messaggio sul telefono, poi mi sono resa conto di averne ricevuti già moltissimi, quasi tutti con emoticon tristi o imprecazioni. Ero paralizzata. Quando ho acceso il computer mi sono ritrovata davanti le conseguenze di una tale scelta: Nigel Farage ammette candidamente le bugie dei Leave alla TV, non che importasse a qualcuno. Sinn Féin accusa il governo britannico di «aver perso il diritto di rappresentare l'interesse politico ed economico dell'Irlanda del Nord» (e francamente ha ragione). La sterlina, nemmeno a dirlo, è crollata. La Scozia si prepara a un altro referendum. E, dulcis in fundo, David Cameron decide di dimettersi immediatamente dopo l'uscita dei risultati, lasciando il paese nel caos più totale, un caos creato da lui. La sua debole leadership ha spezzato la nazione, ha distrutto la coesione sociale, ha ingannato i votanti aprendo la strada alla frustrazione, buttando all'aria il più grande progetto di pace che il continente aveva mai visto da quando i Romani ne avevano conquistato una buona parte. E, se la memoria non mi inganna, la situazione descritta nel De Bello Gallico non era proprio delle più pacifiche. È stato un giorno triste. Tutte le persone che ho incontrato erano disperate. Il "Project Fear" (Progetto della Paura, n.d.t.) si è trasformato in un "Project Reality" (Progetto della Realtà, n.d.t.), rendendo il futuro pesante, incerto e spaventoso

Ma nulla è perduto. Fatevi una bella doccia fredda e datemi retta. Non dobbiamo disperarci. Dobbiamo renderci conto che questa è la nostra chiamata alle armi. Dobbiamo fare politica. Dobbiamo attivarci. Dobbiamo smetterla di dire di volerlo fare, dobbiamo organizzarci sul serio. Noi, figli dell'Unione europea, dobbiamo svegliarci e combattere per quello in cui crediamo davvero. Non possiamo rischiare che anche la Francia, la Spagna o la Grecia lascino l'UE. Siamo la generazione Easyjet, la generazione Erasmus. Dobbiamo smetterla di limitarci a cliccare su "mi interessa", firmare le petizioni Avaaz e poi rimanere immobili: divulghiamo la conoscenza, reagiamo alla propaganda. Anche se forse adesso non sappiamo bene come, sono sicura che avremo la meglio. I nemici del progresso possono anche sentirsi forti e potenti, ma vinceremo noi. Il futuro è dalla nostra parte.