I diritti delle libertà in cambio della sicurezza. Ok il prezzo è giusto?

Articolo pubblicato il 07 marzo 2005
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Articolo pubblicato il 07 marzo 2005

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Intervista a Tony Bunyan, membro di Statewatch, la ong londinese che effettua un monitoraggio delle libertà civili all’interno della Ue. Quali gli effetti del terrorismo sui diritti dei cittadini?

Fino a che punto è accettabile erodere le libertà civili in nome della prevenzione al terrorismo?

È certamente legittimo adottare misure di sorveglianza per sospetti terroristi, per l’estradizione e per aumentare il livello di sicurezza delle compagnie aeree, ma molte misure prese dall’11 settembre in poi, sono fondate sulla strategia del terrore. Le statistiche di Statewatch per quel che riguarda le proposte dell’Unione Europea fatte successivamente agli attentati di Madrid dell’11 marzo, hanno evidenziato che su un totale di 57, 27 non hanno niente, o poco, a che fare con la prevenzione del terrorismo. Ad esempio, le misure per mettere sotto sorveglianza tutte le telecomunicazioni della gente nella Ue e il monitoraggio degli spostamenti verso e fuori dall’unione. A ciò si aggiungano i piani per l’accumulazione di dati personali attraverso la realizzazione dei passaporti biometrici. È stato il commissario per l’informazione britannico, Richard Thomas, ad affermare che “Stiamo andando verso una società del controllo come dei sonnambuli, senza accorgecene”. Ma non si può difendere la democrazia minandone le sue regole e valori fondamentali.

La minaccia del terrorismo può essere combattuta a livello europeo piuttosto che nazionale?

Alla minaccia del terrorismo si deve rispondere su entrambi i livelli. È necessaria una cooperazione a livello europeo, ma i veri provvedimenti devono esser presi a livello nazionale. Dopo l’11 settembre, il Regno Unito, ha preso provvedimenti, senza precedenti storici, affinché stranieri sospettati di voler commettere atti terroristici, fossero detenuti senza denuncia. Anche se questo sistema è stato dichiarato illegale a dicembre, il governo britannico è intenzionato a procedere con i control orders, gli ordini di sorveglianza, e gli house arrests, gli arresti domiciliari.

Quante preoccupazioni suscitano in Statewatch questi sviluppi?

Ciò a cui ora stiamo assistendo è la presentazione da parte del governo britannico di un’altra proposta di legge per la prevenzione del terrorismo (Prevention of Terrorism Act). Ce ne fu una negli anni ’70, che riguardava soprattutto il conflitto nell’Irlanda del Nord. Per ciò che concerne gli ordini di sorveglianza, ho i seguenti timori: prima di tutto che il potere di imporre un ordine di sorveglianza sarà di prerogativa ministeriale, il che significherebbe che la magistratura avrà poteri di revisione limitati. In secondo luogo, l’ordine sarà condotto in base ad un “sospetto ragionevole”, il che lascierebbe un onere di prova alquanto ambiguo. L’Home Secretary, il ministro degli interni, potrà fondare la sua decisione in base a suggerimenti dei servizi segreti, che potrebbero anche includere informazioni raccolte in seguito all’uso di torture perpetrate in altri paesi. Inoltre, non tutte le prove raccolte contro la persona sospetta dovrebbero per forza esser rese note, ma solo quelle sufficienti per sostenere l’accusa. Ma ciò che allarma maggiormente è che le prove incriminanti non saranno rese note al sospettato. Tanto l’imputato, quanto i suoi avvocati, non potranno vedere le “prove”. Gli unici a vederle saranno il magistrato e un “avvocato ad hoc”, nominato dall’Attorney General, (procuratore generale, membro della Camera dei Comuni, appartenente al partito di maggioranza). Si tratta di una prassi che viola tutte le normative a tutela di un giusto processo. La persona non verrà a conoscenza dei capi d’accusa, non vedrà le prove e sarà quindi incapace di ribatterle, e non potrà scegliersi un avvocato difensore che ne rappresenti i suoi interessi in tribunale. Misure del genere sono inaccettabili in una società democratica.

Nel rapporto di giugno, Human Rights Watch ha duramente criticato lo stato delle libertà civili nella Ue. Gli eventi dell’11 settembre hanno contribuito direttamente a questo deterioramento o è un indice del malessere dello stato dei diritti umani in Europa?

C’è stata un’ondata di cambiamenti dall’11 settembre. Il pericolo che si corre oggi è che le democrazie parlamentari comincino a legiferare emanando leggi straordinarie in nome della politica del terrore. Il che, relega il ruolo della magistratura a un nuovo ambito, dovendo questa decidere non tanto in base alla legge stessa, ma piuttosto sul fatto che questa sia stata applicata in modo corretto o no. Sicché, nel Regno Unito, si è vista una sentenza dichiarare che la detenzione di persone nella prigione di Belmarsh senza un processo fosse illegale, ma allo stesso tempo ci sono state altre decisioni che hanno stabilito che l’uso di prove in tribunale, ottenute con l’uso di torture e l’archiviazione di campioni di DNA di individui non ancora accusati di alcun crimine, fossero accettabili. Nella “guerra al terrorismo” stiamo assistendo, ormai quasi quotidianamente, ad una prevaricazione dei diritti e delle libertà a favore di un senso di sicurezza. A meno che l’Europa non riscopra i suoi principi e valori democratici, un incombente autoritarismo, che al momento coesiste con la democrazia parlamentare, finirà per dominare il nostro modo di vivere.